Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

Visualizzazione post con etichetta Lavoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lavoro. Mostra tutti i post

venerdì 23 gennaio 2015

Bancario ti amo!



Forse ancora pochi sanno che il prossimo 30 gennaio i bancari italiani sciopereranno per la seconda volta nel giro di neanche 18 mesi. Il motivo: la disdetta unilaterale da parte dell’ABI del contratto nazionale di categoria. Non vogliamo qui ed ora entrare nel merito delle proposte economiche e contrattuali di entrambe le parti e nemmeno commentare la recente riforma delle banche popolari proposta dal Governo Renzi in fretta e furia l’altro giorno con l’approvazione di un Decreto Legge di cui peraltro ci sfuggono i motivi straordinari di necessità ed urgenza…

Ci preme in questo momento rappresentare ai lettori la figura del dipendente bancario di oggi che non è quella descritta nella lettera di disdetta dell’ABI firmata il 16 settembre 2013 ove viene affermato che “le competenze e professionalità (del bancario) non risultano più coerenti con l’attuale modo di fare banca”. E quindi cosa si propone: licenziamo la metà dei trecentomila bancari italiani per rientrare nei parametri di efficienza previsti dalle società di consulenza internazionale i cui esperti non hanno lavorato neanche un giorno in banca?

Il bancario è quella figura che, insieme al carabiniere delle barzellette e alla suocera, rimane nell’immaginario collettivo come una figura stereotipata, immutabile, tendente al grigio, un po’ orso, riservato. Non sono bastate le recenti pubblicità televisive che hanno tentato di farlo uscire dalla sua tana e riportarlo alla vita reale, quando si parla del bancario il pensiero ce lo fa immaginare seduto dietro una scrivania, il famoso posto fisso, davanti ad un computer a fare conti, sfogliare e timbrare documenti.

Ebbene, ecco una simpatica descrizione del bancario di oggi inviatami da un’amica bancaria che parla di se stessa. E, credetemi, potrà sembrare sopra le righe, ma la situazione è proprio quella descritta. 

“Siccome c'è la crisi, il mio primario Istituto di credito non può pagarmi gli straordinari e mi chiede di non farli...

Siccome c'è la crisi, la Banca non assume, i colleghi che se ne vanno non vengono sostituiti e ora ho un portafoglio di 850 clienti. Tutti i giorni devo ricevere almeno 5 clienti e registrarli in ABC (agenda elettronica su PC) Devo rispondere al telefono quando squilla, farlo velocemente altrimenti non "sono OK" e sorridere mentre lo faccio perché il sorriso "si sente".

Devo rispettare il budget trimestrale: vendere 23 polizze auto e mezzo milione di fondi "consigliati" senza dimenticare di rogitare almeno 3 mutui, erogare 12 prestiti, aprire 50 conti e rilasciare 100 carte di credito.

Bisogna anche che io trovi il tempo di far firmare al Direttore i contratti sottoscritti, che scansioni la documentazione prevista che la archivi secondo le normative vigenti. Già, le cose cambiano e bisogna tenersi aggiornati! 

Faccio 200 km per le riunioni con i capi ma, per fortuna, i corsi più tecnici si fanno on-line: ne ho giusto 6 da completare entro il prossimo mese per sole 50 ore... Senza contare la certificazione IVASS da rinfrescare ogni anno che dura 560 ore...da fare in orario di lavoro ma non a scapito del servizio, quando non ci sono clienti che però entrano fino alle 20 di sera. 

Quando gli altri sono in pausa carico il bancomat che, anche se si guasta un giorno sì e uno no, è il biglietto da visita della filiale. 

Poi devo collegarmi al sito della Polizia per controllare i documenti dei clienti, al sito dall'Agenzia delle entrate per verificare il codice fiscale ed è mia responsabilità controllare la residenza...questo per l'antiriciclaggio! Perché altrimenti rischio una multa o una denuncia penale!!! 

L'unica cosa che mi è venuta in mente per risparmiare tempo, è fare più cose contemporaneamente! Così mentre erogo un mutuo rispondo al telefono e intanto mi collego al sito della Polizia. Quando vado in bagno mi porto le cuffie cosi intanto seguo un corso...senza dimenticarmi di sorridere! 

Durante i 5 incontri giornalieri con i clienti, mentre sottoscrivono fondi, archivio e spedisco documenti...Ho un po' di confusione so che devo andare dal Direttore e, mentre gli chiedo di firmare qualcosa, ritiro una raccomandata, carico il bancomat e gestisco con fermezza ed educazione la lamentela di un cliente che viene da un'altra città senza documenti e vuole che gli cambiamo un assegno probabilmente trafugato...

So che non hai tempo ma se ti riconosci, quando sei in bagno, gira ai tuoi amici bancari!”

Ecco il lavoro quotidiano che svolgono ogni giorno i 300.000 dipendenti bancari per i loro clienti. Ma in ABI hanno cognizione di quello che accade nelle filiali delle banche che dirigono? 

Perché l’impressione è che gli attuali banchieri abbiano smarrito le competenze e le professionalità necessarie per guidare le banche italiane che si apprestano a sfidare il futuro prossimo venturo.

lunedì 8 dicembre 2014

Italiani state sereni



Ma l’Italia ha un problema reputazionale?

Vi ricordate come è iniziato il 2014? Con la famosa frase pronunciata dall'allora sindaco di Firenze: Enrico stai sereno! Dopo poche settimane Renzi divenne Primo Ministro al posto del collega di partito, quasi senza colpo ferire e con un programma rivoluzionario per noi italiani: in 100 giorni avremmo avuto tutte le riforme promesse e mai realizzate nei venti anni precedenti. 

Poi i giorni da 100 sono diventati 1.000 e il cammino riformista del Premier ha dovuto fare i conti con l’italica realtà, abbandonando il magico mondo dell’adolescenza e della gioventù dal quale il nostro leader e i suoi fedeli leopoldini sono stati generati ed hanno mosso i primi passi.

Come può essere credibile uno Stato che propone tre Governi in tre anni?

Come può essere attendibile un Premier che quando faceva opposizione interna al PD di Bersani e Letta si dichiarava a favore del mantenimento dell'art.18 e da Primo Ministro propone la sua abolizione nel Job Act? In questi mesi, sul fronte interno, a cosa abbiamo assistito? La riforma della legge elettorale è stata solo abbozzata, quella istituzionale neppure. La riforma del lavoro ancora da riempire di contenuti. La spending review ferma al palo dopo la vendita di 10 auto blu. Gli 80 euro non hanno generato il volano previsto e l'economia è in completa stagnazione.

Per quanto riguarda la politica estera, sinceramente dal semestre europeo a guida Renzi ci si aspettava qualcosa di più. Sul tema Ucraina vi è stato il completo appiattimento sulle posizioni statunitensi, provocando tra l’altro proprio alle imprese italiane un importante danno economico e creando con la Russia di Putin un congelamento delle relazioni bilaterali Europa – Russia che potrebbe spingere in futuro i russi a guardare più verso oriente che verso occidente. 

La situazione nel Mediterraneo è completamente fuori controllo e quello che sta accadendo in Paesi come la Libia, a due passi da casa nostra, è sotto gli occhi di tutti. Francamente non si capisce cosa si stia aspettando per affrontare la questione: forse la creazione di un nuovo califfato dell’Isis in Cirenaica? Infine la situazione dei due militari italiani ancora prigionieri in India è lontana dall'essere risolta. Anche in questo caso il Governo Renzi non è riuscito ad imprimere quella svolta che noi tutti ci aspettavamo e che avrebbe tra l’altro giovato moltissimo in termini di immagine al nostro Paese. 

I problemi veri dell'Italia di fine 2014 sono ancora tutti fermi al palo: la riforma della giustizia ed in particolare la rapidità nell’esecuzione dei processi e la certezza della pena. Due aspetti che portano con se' la lotta alla corruzione che ci vede anche quest'anno maglia nera in Europa, senza considerare l’ultima inchiesta che sta riguardando il comune di Roma. La riforma della pubblica amministrazione, vera piaga del Paese e responsabile dei mancati investimenti esteri nel nostro Paese, altro che articolo 18. La riforma generale del fisco che dovrebbe però essere affrontata a livello dei Ministri delle Finanze europei, se vogliamo tenere in considerazione il recente scandalo che ha colpito il nuovo Presidente della Commissione.

La lotta ai centri di potere economici e finanziari (oligopoli si chiamavano una volta, prima della loro abolizione sulla carta) che ancora esistono e dettano la propria linea ai Governi. Un caso per tutti: il prezzo del barile di petrolio è sceso del 30% da inizio anno, mentre il prezzo alla pompa di benzina e GPL è stabile, granitico. Qualcuno nel Governo Renzi si è accorto di questo fatto oppure tutti i membri dell'esecutivo usano la bicicletta per gli spostamenti?

Insomma, cose da fare in Italia ce ne sono tante e forse non basterebbero neppure 1.000 giorni per portarle a termine tutte. Quindi non hanno totalmente torto le società di revisione che rivedono al ribasso il nostro rating. Ed anche la cancelliera Merkel avrà sbagliato la forma, ma nella sostanza ha un po’ di ragione nell'affermare che i cambiamenti reali visti quest'anno in Italia sono oggettivamente pochini.

La reputazione di Renzi è ad un bivio: o riesce nei prossimi mesi a portare a casa qualche risultato concreto sul piano delle riforme che però produca anche effetti concreti sui risultati economici, oppure gli italiani lo abbandoneranno. Gli ultimi sondaggi effettuati mostrano che la popolarità del Premier è in discesa, dal picco massimo toccato alle europee, ma dicono anche che secondo una maggioranza crescente, gli italiani ritengono che la punta più bassa della curva della crisi sia alle spalle.

Non sappiamo su quali basi razionali poggi questa convinzione, ma ci fa piacere sapere che la maggioranza degli italiani, dopo cinque anni, si sia stancata di tifare per i gufi e stia guardando ad altri animali.

Italiani state sereni: tra poco sarà Natale e sono in arrivo Babbo Natale con le sue renne. Dopo Renzi potremmo affidarci a lui e il nuovo animale di moda non avrà più le ali, ma le corna.

sabato 8 novembre 2014

L'anomalia italiana



5 Governi in 7 anni


La crisi economica che stiamo attraversando ebbe inizio negli Stati Uniti alla fine del 2007 con lo scoppio della bolla del mercato immobiliare. Dall’anno successivo, trasformatasi in crisi finanziaria, si trasferì in Europa e quindi nel resto del pianeta.

Dal 2008 ad oggi, in Italia, si sono alternati 5 Governi: Prodi sino a maggio 2008, poi Berlusconi sino al novembre 2011, quindi il tecnico Monti fino all’aprile 2013 per passare al Governo Letta (eletto a seguito delle elezioni politiche) restato in carica sino al febbraio di quest’anno, quando è stato sostituito dal Governo Renzi, alternanza decisa dalla maggioranza del Partito Democratico, principale forza della maggioranza governativa.

Nello stesso periodo (2008-2014) il Regno Unito ha visto 2 Primi Ministri, dal giugno 2007 Gordon Brown e dal maggio 2010 David Cameron, tuttora in carica. La Germania ha il medesimo Cancelliere dal novembre 2005, Angela Merkel. In Francia si sono alternati due Presidenti: dal maggio 2007 Nicolas Sarkozy e dal maggio 2012 François Hollande, ancora in carica. Anche la Spagna ha visto due Primi Ministri: dall’aprile 2004 José Luis Rodríguez Zapatero e dal dicembre 2011 Mariano Rajoy. Negli Stati Uniti infine la crisi è stata tutta gestita dal Presidente Obama in carica dal gennaio 2009.

Sarà un caso che tutti i Paesi citati, ad eccezione del nostro, abbiano affrontato la crisi economica e ne stiano uscendo, di fatto, prima e con migliori prospettive, dell’Italia?

Certamente uno dei pregi (o dei difetti?) di noi italiani è quello di avere la memoria corta e di dimenticare presto tutte le promesse, non mantenute, dei nostri leader politici. Ma è anche vero che un Paese che vuole gestire una crisi economica mondiale come quella che stiamo attraversando, non può cambiare 5 Governi in 7 anni. 

Come si possono prendere decisioni strategiche nei vari ambiti della vita pubblica senza poi avere il tempo di vederle attuate e soprattutto il tempo per verificare se le scelte effettuate abbiano portato i benefici previsti?

Prendiamo ad esempio la riforma del mercato del lavoro (c.d. Jobs Act) che l’attuale Governo Renzi ha deciso di portare avanti. Nel dicembre 2011, il Governo Monti, dopo solo un mese dal suo insediamento, fece approvare dal Parlamento la c.d. legge Fornero, una pesante riforma che colpì sia il mercato del lavoro sia il settore previdenziale. Ebbene a distanza di neanche tre anni si pensa di ricominciare tutto da capo e nel farlo, non si modificano solamente quelle parti della precedente riforma che si è già visto non funzionare (ad esempio l’allungamento dell’età pensionabile che ha di fatto creato un blocco all’assunzione dei giovani), ma si decide di partire da zero, rinnovando tutto il settore del mercato del lavoro. 

Ma siamo così sicuri che questo modo di procedere sia quello giusto?

E’ vero, oggi il mondo corre ad una velocità non immaginabile anche solo cinque anni fa, ma scelte così importanti per la vita di un Paese, come quelle in materia economica e sociale, dovrebbero essere prese non sull’onda del “fare qualcosa purché si faccia presto e subito”. 

Certamente la situazione è grave e la mancanza di lavoro, soprattutto per i giovani, è una delle cause che contribuisce al perdurare della situazione di crisi, creando di fatto uno stallo economico-sociale nel Paese. Ma è proprio per questo che le scelte prese oggi dovrebbero essere ben ponderate e condivise il più possibile con tutte le parti in causa: associazioni di categoria, lavoratori, imprenditori, sindacati. 

Solo così si può ottenere che il Paese remi tutto dalla stessa parte, altrimenti la navicella Italia resta ferma mentre tutte le altre imbarcazioni stanno già uscendo dalla secca. 

L’anomalia della vita pubblica italiana dipende da noi stessi: non abbiamo ancora compreso come la ricerca del bene comune debba essere anteposta all’ottenimento di benefici personali, per la mia famiglia, il mio gruppo, il mio partito.

Se non impariamo, in questo caso sì in fretta, questa lezione, tra pochi mesi avremo un nuovo Governo, una nuova riforma e un Paese ormai impantanato nelle sabbie mobili che lentamente lo cancelleranno dal panorama mondiale delle nazioni più industrializzate. E per l'Italia non parleremo più di crisi economica, ma di declino economico... 

E’ questo che vogliamo?

1.CONTINUA

sabato 20 settembre 2014

Il Jobs Act renziano



E’ un classico. Finite le ferie estive, quest’anno per la verità più brevi del solito un po’ per tutti, la situazione politica in Italia torna a surriscaldarsi. I temi del giorno sono la riforma del lavoro e l’eliminazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge num. 300 del 20 maggio 1970). 

Ormai il governo Renzi non ha più scusanti e i mille giorni che si è dato per portare a termine le riforme scorrono uno dopo l’altro inesorabili. E’ quindi costretto per forza ad affrontare anche i temi più delicati che sino ad ora ha lasciato decantare. Uno dei più spinosi per la sua stessa maggioranza interna (parliamo del PD) è la riforma del mercato del lavoro. Su questo tema esistono due PD, forse anche tre. Ma Renzi sa benissimo che non può fare a meno di portare avanti questa riforma, perché la situazione italiana è tragica e l’Europa ci chiede a gran voce di cambiare marcia. 

Il problema è come cambiare, dopo che la riforma Fornero ha, sembra impossibile, peggiorato ancora di più il quadro legislativo e la crisi economica negli ultimi due anni ha colpito duro soprattutto la fascia d’età giovanile e i cinquantenni rimasti senza lavoro e senza pensione. Una situazione potenzialmente devastante dal punto di vista della tenuta sociale del sistema.

L’idea di Renzi sull’argomento è nota dai tempi della Leopolda e trova sponda nei partiti di centro destra dentro e fuori il governo (NCD e Forza Italia più satelliti), ma è all’antitesi di quella di metà PD e degli altri partiti di sinistra.

Al momento una mediazione sembra impossibile e forse neanche auspicabile perché provocherebbe l’ennesima riforma fatta a metà che non risolverebbe il problema.

Noi ci permettiamo di mettere sul tavolo due o tre considerazioni.

Primo: l’articolo 18. Senza entrare in tecnicismi, ricordiamo che il licenziamento comminato da un datore di lavoro nei confronti di un singolo lavoratore incorre in particolari conseguenze qualora il provvedimento manchi di una giusta causa o di un giustificato motivo oggettivo o soggettivo. In tali casi si parla di illegittimità del licenziamento e può essere applicato il famoso articolo se l’impresa ha più di 15 dipendenti. 

Renzi e il suo governo, con il Jobs Act, sembrano convinti che eliminando questo articolo, il mercato del lavoro in Italia sarà meno ingessato e potrà riprendere a crescere. A parte che l’articolo 18 è già stato fortemente limitato nella sua applicabilità dalla riforma Fornero, non sembra che ciò abbia portato ad un aumento di occupati. E poi l’articolo 18, dalla sua nascita nel 1970, ha trovato applicazione per la metà circa dei lavoratori, visto che l’Italia è il Paese delle piccole e piccolissime imprese, sotto i 15 dipendenti, e pertanto escluse dall’applicazione dell’articolo. Nonostante ciò, l’occupazione in Italia dal 1970 al 1990 è cresciuta e il nostro Paese è diventato tra le 8 nazioni più sviluppate al mondo, con l’articolo 18 in vigore, non senza l’articolo 18.

Non ho mai letto o conosciuto un imprenditore italiano o straniero, che si lamentasse dell’esistenza dell’articolo 18 e che decidesse di non investire in Italia per questo motivo. 

Riteniamo invece che l’idea di fondo espressa nell’articolo sia un’idea di civiltà giuridica che pochi Paesi al mondo hanno sviluppato e non a caso essa è presente nell’ordinamento giuridico dell’Italia, patria e culla del diritto romano che ha civilizzato l’intera Europa duemila anni fa.

Secondo: i mali dell’Italia invece sono ben altri e Renzi li conosce bene e dovrebbe affrontarli: la giustizia civile lenta a livelli inverosimili che ci pone agli stessi livelli dei Paesi dell’Africa nera. La burocrazia esagerata che obbliga gli imprenditori a sostenere costi assurdi. Per aprire un’unità produttiva in Italia ci possono volere sino a sei anni contro i dodici mesi del resto d’Europa. La corruzione che si annida nelle lungaggini burocratiche in Italia è praticamente endemica. Il costo dell’energia è più alto di tutti gli altri nostri competitors europei. E si potrebbe continuare (non abbiamo citato per esempio il tema fiscale), ma si capisce bene che già così è quasi un miracolo che esistano ancora imprenditori che hanno la voglia e il desiderio di investire in Italia.

I sindacati, chiamati inevitabilmente in causa quando si attacca l’articolo 18, sicuramente in passato hanno commesso errori, non capendo che il mercato del lavoro stava cambiando, ma è indubbio che non hanno scritto e promulgato le leggi che nel corso degli anni hanno portato alla situazione attuale. 

Renzi sbaglia quando li accusa di non tutelare le partite IVA e i lavoratori temporanei e tutte le altre forme di precariato. Il sindacato queste forme di lavoro “anomalo” non le vuole, non le voleva e le ha subite. I veri colpevoli di questa situazione sono i partiti politici che, in piena crisi di valori, dagli anni 90 in avanti si sono piegati ai nuovi poteri forti rappresentati dai grandi gruppi industriali e dalla finanza internazionale che sempre più globalizzati hanno iniziato a chiedere alla politica una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro, foriera a sua volta di una riduzione di costi e quindi di un maggior guadagno per loro stessi. 

Cosa ci aspetta? Personalmente riteniamo che oggi abbiamo davanti a noi un’opportunità incredibile: ripensare alla concezione del lavoro umano e a quello che esso significa per la vita di ciascuno di noi, lasciando per un attimo da parte i diritti e i doveri, ma riflettendo sul significato della parola lavoro.

“L'UOMO, mediante il lavoro, deve procurarsi il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso delle scienze e della tecnica, e soprattutto all'incessante elevazione culturale e morale della società, in cui vive in comunità con i propri fratelli. E con la parola «lavoro» viene indicata ogni opera compiuta dall'uomo, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalle circostanze, cioè ogni attività umana che si può e si deve riconoscere come lavoro in mezzo a tutta la ricchezza delle azioni, delle quali l'uomo è capace ed alle quali è predisposto dalla stessa sua natura, in forza della sua umanità. Fatto a immagine e somiglianza di Dio stesso nell'universo visibile, e in esso costituito perché dominasse la terra, l'uomo è perciò sin dall'inizio chiamato al lavoro. Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l'uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro; solo l'uomo ne è capace e solo l'uomo lo compie, riempiendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza sulla terra. Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell'uomo e dell'umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura.” 

Così inizia l’Enciclica LABOREM EXERCENS scritta nel 1981 da Giovanni Paolo II. 

Iniziamo a riflettere su queste parole e magari domani al governo Renzi potremmo inviare un tweet con qualche suggerimento per il Jobs Act.

sabato 28 giugno 2014

Cambio di mentalità


Vito Gulli

Vito Gulli è un nome che al grande pubblico non dice nulla. Non partecipa ad incontri politici o mondani, non appare settimanalmente nei talk show, non ricopre cariche pubbliche. Ma per chi lo conosce, specialmente in Sardegna, è un nome che dice molto e bene. 

Vito Gulli è l’imprenditore che ha acquistato dalla multinazionale Bolton il marchio Palmera rilevando uno stabilimento decotto per l’inscatolamento del tonno ad Olbia e l’ha rilanciato a livello nazionale con il marchio As do mar salvando oltre duecento posti di lavoro in un territorio tra i più difficili dal punto di vista lavorativo qual’ è la Sardegna. 

Ebbene ieri sera Vito Gulli, ospite in via eccezionale del programma di Lilli Gruber, Otto e Mezzo, ( http://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/otto-e-mezzo-27-06-2014-133978 ) ha dichiarato che un imprenditore si deve porre l’obiettivo del profitto nel tempo, perché se l’obiettivo è fare profitto subito, quella non è attività imprenditoriale, bensì speculazione. Ed ha continuato affermando che prima l’imprenditore compie l’investimento e poi ne trae benefici per sé e per i propri dipendenti. Perché, ha continuato Gulli, l’imprenditore deve preoccuparsi che il proprio dipendente abbia il denaro per acquistare i prodotti che la propria azienda produce, altrimenti quella persona non è un imprenditore. Molti hanno pensato che delocalizzare la produzione in Paesi con la mano d’opera meno cara permettesse di ottenere profitti più velocemente e aumentare le vendite, ma il risultato è che adesso in Italia le aziende non ci sono più e le persone non hanno più potere d’acquisto anche per quei beni prodotti all’estero con costi più competitivi.

E questo, aggiungiamo noi, ha prodotto un altro risultato: che le aziende rimaste a produrre in Italia hanno puntato sulla contrazione, a loro volta, del salario dei lavoratori italiani per rimanere competitive a livello interno e internazionale, visto che in Italia su altri costi, come energia e tasse, non vi sono molte possibilità di ottenere sconti.

Siamo convinti che Gulli abbia toccato un punto fondamentale che caratterizza i tempi che stiamo vivendo. Non è possibile uscire dalla crisi economica, creare occupazione e quindi crescita se non si riparte da qui. Il semestre europeo a guida italiana che Renzi si appresta a dirigere dovrebbe servire per mettere a tema, a livello delle politiche europee, queste tematiche.

La situazione descritta da Gulli non riguarda solo l’Italia, ma trasversalmente tutte le principali economie europee ed anzi, all’interno dei partner dell’Unione europea, stupisce ancora e colpisce sempre di più il trasferimento della produzione e del lavoro verso Paesi a più basso costo di mano d’opera, che creano situazioni assurde di concorrenza, a nostro avviso sleale, tra i medesimi membri dell’Unione europea. 

Senza questo cambio di mentalità, non solo da parte imprenditoriale, tutto quello che Renzi si è impegnato a fare in Italia, nei prossimi mille giorni, rischia di non sortire gli effetti sperati.

venerdì 31 gennaio 2014

In attesa della legge elettorale ...facciamo un po' di conti

Mentre l’opinione pubblica italiana, o almeno quella che scorre ancora un quotidiano o guarda sonnecchiando un telegiornale, segue febbrilmente le sorti della riforma della legge elettorale, due notizie sono apparse questa settimana, sulle pagine dei giornali, come meteore che hanno lasciato dietro di loro solo polvere di stelle e nulla più. 

La prima: Fiat, dopo aver terminato l’acquisto del 100% di Chrysler, ha deciso di spostare la sede legale in Olanda e la sede fiscale nel Regno Unito. Reazione del Governo italiano a questa notizia? La stiamo ancora aspettando. Nel senso che il premier Letta ha dichiarato che i vertici di Fiat l’avevano avvisato già qualche giorno prima (beato lui che era al corrente già da qualche giorno) e il ministro per lo Sviluppo Economico Zanonato ha dichiarato che vigilerà che tutta l’operazione rispetti la normativa vigente. Come se i vertici della Fiat fossero dei ragionieri delle scuole serali e prendessero una decisione che non rispettasse le leggi vigenti… Di fatto nessuna reazione. Dai sindacati invece è arrivato…. il medesimo atteggiamento. Preoccupazione espressa dai leader nazionali per l’occupazione degli operai in cassa integrazione e per gli investimenti promessi anni addietro e subitanea dichiarazione distensiva dei vertici di Fiat: non preoccupatevi, la scelta di de localizzare le sedi legali e fiscali non pregiudicherà gli investimenti in Italia. A dire il vero unica voce fuori dal coro quella della CGIL che ha toccato il tema del mancato gettito delle imposte che non saranno più versate in Italia, ma nessuno ha ripreso il ragionamento e tutto è tornato sotto silenzio. 

Proviamo a fare un po’ di conti. Siamo andati a prendere gli ultimi dieci bilanci consolidati ufficiali del Gruppo Fiat dal 2003 al 2012 (si trovano facilmente su internet) e di seguito trovate i numeri (espressi in milioni di euro) delle imposte pagate dal Gruppo in Italia, dal 2003 al 2012. Una nota e una precisazione. La nota: per gli anni 2011 e 2012 non sono state conteggiate le imposte aggregate pagate da Chrysler, versate negli USA. La precisazione: nel 2004 il Gruppo non ha versato imposte causa le pesanti perdite registrate nei due esercizi precedenti, quando la Fiat rischiò il fallimento. Ecco i numeri:

Bilancio Consolidato GRUPPO FIAT
Imposte versate in milioni di euro
ANNO 2003
650
ANNO 2004
zero
ANNO 2005
844
ANNO 2006
490
ANNO 2007
719
ANNO 2008
466
ANNO 2009
448
ANNO 2010
484
ANNO 2011
464
ANNO 2012
420


Siete riusciti a fare il conto del totale delle imposte pagate in Italia dal Gruppo Fiat in dieci anni? Sono state pari a quattro miliardi novecentottantacinque milioni di euro. Arrotondiamo a cinque miliardi. Diciamo che ogni anno il Gruppo paga, pagava all’Italia cinquecento milioni di euro di tasse. E consideriamo che gli ultimi dieci anni sono stati anni difficili e di crisi per il mercato dell’auto, in Italia e nel mondo. Ora Fiat si aspetta dall’unione con Chrysler anni in crescita, sia come vendite e sia come margini e quindi anche come tasse, che però da quest’anno andranno nelle casse del Regno Unito di Gran Bretagna. Non tutte, è vero. L’IMU sugli stabilimenti italiani continuerà ad essere versata in Italia, così come l’IRAP sui dipendenti italiani verrà versata in Italia, ma possiamo stimare una perdita, per il fisco italiano, del 50% di entrate fiscali da parte di Fiat? Secondo noi sì. Ma, badate bene, non è il mancato introito di per sé a preoccupare. E’ come questa situazione si è svolta: nell’assoluta indifferenza di tutti. Certo, gli organi di stampa ne hanno parlato, qualche politico e sindacalista nazionale ha fatto finta di indignarsi e poi più nulla. 

Il fatto è che la scelta di Fiat di spostare le sedi legali e fiscali, pienamente legittima e legale, nulla di eccepire dal punto di vista formale, viene presa nei confronti di due Paesi facenti parte della Comunità Europea, non del Far East o del Sud America. E’ questo il nocciolo del problema: due Paesi nostri partner europei, con i quali ci sediamo gomito a gomito nei summit internazionali in Europa, ci hanno soffiato da sotto il naso la prima industria privata italiana (ex italiana) e noi non abbiamo preso nessuna contro misura. Qualcuno si è chiesto perché il management di Fiat abbia scelto una sede legale in Olanda? E perché sia stata scelta una sede fiscale in Gran Bretagna? E’ questa l’Europa unita che hanno sognato i nostri nonni, i nostri padri per noi? Davvero vogliamo un’Europa dove esistono Paesi che attirano le nostre migliori aziende, i nostri migliori asset, nel proprio territorio offrendo loro minori imposizioni fiscali, migliori legislazioni per l’industria, il commercio, i servizi? E come pensa il nostro Paese di reagire a questa concorrenza che non si può non definire sleale, perché viene portata avanti da Paesi nostri alleati all’interno della medesima Unione? Silenzio, nessuno risponde. In Parlamento sono tutti intenti a modificare la legge elettorale, fortunati loro… Noi intanto perdiamo il primo gruppo industriale italiano. Seguiranno altri l’esempio di Fiat? Pensiamo di no, in fondo chi ha mai seguito quello che decidevano gli Agnelli in Italia? Nessuno, ma proprio nessuno nessuno… 

Seconda notizia: è stata data sui giornali in questi giorni la comunicazione della pubblicazione della ricerca realizzata da Prometeia e dall’Osservatorio dell’Università Bocconi sul tema: pressione fiscale, produzione industriale e occupazione. Cosa emerge da questo studio commissionato da un’azienda produttiva del milanese? Che in Italia le aziende che non hanno impianti produttivi nel nostro Paese hanno mediamente un’imposizione fiscale del 30%, mentre le aziende che producono e quindi di conseguenza assumono mano d’opera dedicata alla produzione, subiscono un’imposizione fiscale che si aggira sull’80%. Le cause? IRAP e IMU la fanno da padroni. E così sono penalizzate dal fisco italiano proprio le aziende che creano lavoro e quindi potrebbero dare vita alla ripresa economica e sociale del nostro Paese. La risposta a questo punto sarebbe ovvia: spostare la tassazione sulle aziende che non producono e non investono nel nostro Paese e liberare dalla pressione fiscale quelle che credono nella rinascita del nostro Paese e investono in Italia. E’ così difficile e complicata portare avanti quest’operazione? L’ormai celebre e famoso “Decreto del Fare” (a proposito, ma che fine ha fatto questo decreto?) non potrebbe iniziare da questa semplice manovra? I vari Grillo, Renzi, Alfano e Berlusconi che cosa hanno da dirci in merito? 

Ah già dimenticavo, non si possono disturbare, in questo momento stanno scrivendo la legge elettorale…




domenica 12 gennaio 2014

Cosa non si è portata via la Befana...

Chi sperava che la Befana, oltre alle feste, portasse via anche i malanni atavici (mal governo, mala giustizia, mala sanità e la lista la lasciamo aperta alla fantasia del lettore ché, tanto, la realtà la supera) che affliggono il nostro Bel Paese, è rimasto ancora una volta deluso…

Da Nord a Sud, da Torino a Trieste, il nostro Paese ha iniziato l’anno nel peggiore dei modi.

Siamo in balia di scandali politici che colpiscono Ministri, Presidenti di Regione, Consiglieri regionali, Sindaci; episodi di mala sanità degni di un Paese africano, il quale Paese africano ha dalla sua il fatto che non dispone dei fondi necessari per costruire l’ospedale; noi l’ospedale lo abbiamo, ma l’ascensore che ci porta in sala parto si guasta per mancanza di manutenzione e il bambino che dovrebbe venire alla luce, muore. Siamo un Paese dove i giudici amministrativi del Piemonte impiegano quasi quattro anni per dichiarare che le elezioni regionali, tenutesi il 28 e 29 marzo 2010, sarebbero da rifare perché illegittime. Sarebbero, perché c’è sempre il ricorso al giudice superiore che può ribaltare la prima sentenza. E noi quando sapremo se i consiglieri regionali sono stati eletti validamente oppure devono dimettersi? Alla fine della Legislatura?

Lo so, un marziano che sapesse leggere l’italiano e che avesse già avuto contatti con altri esseri umani, non crederebbe a quello che sto raccontando, perché lo troverebbe irragionevole, non confacente a quella parte dell’essere umano, l’intelletto, che lo distingue da tutti gli altri animali viventi sulla terra, eppure è così, noi italiani siamo fatti così.

E devo dire che anche a leggere le reazioni, certamente sdegnate e stupite, dei principali quotidiani, si nota ormai una certa rassegnazione strisciante. La gente, il popolo, poi non si indigna neanche più, occupato com’è a cercare di mettere insieme il pranzo con la cena.

Non parliamo poi di comminare sanzioni o condanne agli autori di queste azioni. Se mai l’opera della magistratura vedesse l’inizio, ci troveremmo di fronte i tempi lunghi della “giustizia italiana” (vedasi all’inizio mala giustizia) e quindi torniamo al punto di partenza.

Eppure la situazione meriterebbe d’essere presa di petto dal Governo Letta. Un’occasione come questa infatti non capiterà più all’Italia: o si approfitta veramente di un governo di grande coalizione per fare finalmente quelle quattro/cinque grandi riforme che il Paese aspetta da più di venti anni (nuova legislazione del lavoro, riforma dei costi dell’amministrazione dello Stato, riforma del Parlamento e della legge elettorale, riforma della giustizia per poi arrivare, con i fondi risparmiati, a riformare il sistema della tassazione in generale), oppure la prossima volta temo che ad obbligarci a farle sarà la Commissione europea. E la situazione potrebbe essere peggiore per gli italiani. Il Governo dei quarantenni non può permettersi di fallire questa grande occasione. Le alternative semplicemente non ci sono, non si può invertire il senso di marcia, l’uscita dal tunnel è dritta davanti a noi. E bisogna accelerare.

A proposito: tra pochi mesi si rinnoverà il Parlamento europeo: altra occasione da non sprecare. Cerchiamo di dare il voto a quei partiti che mettono in lista persone valide e credibili che sappiano far valere in Europa le nostre idee e i nostri diritti di italiani. Almeno in questa occasione, dove non ci sono in ballo direttamente interessi di quartiere, cerchiamo di fare un piccolo sforzo e di informarci sui curricula dei candidati della nostra circoscrizione e votiamo quello che ci sembra il più valido. Sarà un modo anche questo per far capire alle segreterie dei partiti che la festa è finita, per noi ma anche per loro.

Meditate gente, meditate.





giovedì 5 dicembre 2013

A tu per tu con: Davide Morosi

Oggi a "Tu per tu" incontriamo l'amico Davide Morosi, 44 anni di origine milanese, ha conseguito la laurea in Economia Scienze Bancarie ed Assicurative. La prima esperienza professionale è presso Assicurazioni Generali spa presso la quale lavora fino al 1998. Prosegue la sua attività professionale in altre importanti realtà del settore, italiane ed internazionali, dove ricopre ruoli crescenti in ambito commerciale-marketing e nella formazione delle reti di vendita. Nel 2004 ha pubblicato una breve guida dal titolo "Conoscere le Assicurazioni", insieme alla rivista Espansione. Appassionato della materia previdenziale, da circa un anno svolge attività di formazione manageriale con particolare focus sull'evoluzione del sistema previdenziale italiano e sull'offerta di soluzioni di secondo e terzo pilastro (previdenza complementare).


D.: Non più tardi di quindici giorni fa il Presidente dell'INPS Mastrapasqua ha lanciato un allarme sulla stabilità futura dei conti dell'INPS, subito ridimensionato a "problema tecnico" da parte del Ministro dell'Economia Saccomanni. Davide: come stanno le cose oggi in Italia. Gli italiani possono dormire sonni tranquilli?
R.: Cosa dire, è di Maggio 2013 il primo vero “alert” di Mastrapasqua… Una sorta di “messaggi in codice” alla politica per segnalare una situazione non facile relativa alla gestione del super ente di previdenza pubblica (INPS) chiamato, va ricordato, a garantire prestazioni non solo pensionistiche ma anche altre, più di natura assistenziale (ammortizzatori sociali, maternità, ecc.) con oneri non trascurabili. In pratica, qualche mese fa nelle casse previdenziali pubbliche iniziava a scarseggiare la liquidità. L'allarme lanciato da Antonio Mastrapasqua, presidente dell'Inps, era determinato dal fatto che "il patrimonio netto" rimasto "era sufficiente a sostenere una perdita per non oltre tre esercizi", cioè fino al 2015. Pensioni assicurate, quindi, fino e non oltre il 2015. Tutto ciò in primis a causa della fusione Inpdap-Inps, ovvero l'ente previdenziale dei dipendenti pubblici con la previdenza privata. Una fusione voluta dalla manovra Salva-Italia del 2011 (Governo Monti-Fornero) che non ha cancellato il buco di 23 miliardi di euro, equivalente al debito che lo Stato ha nei confronti dei contributi previdenziali per i suoi dipendenti. Buco che ora grava nelle casse del SuperInps, con il rischio di non riuscir più a pagare le pensioni per i prossimi anni se non verranno fatti interventi a carattere urgente per risanare i conti. Si deve tener conto, inoltre, della perdita patrimoniale dell'Inps, di 10 miliardi, che ha fatto scendere le riserve dell'Inps da 41 miliardi nel 2011 a 15 miliardi nel 2012, quasi il 64% in meno in due anni. Una situazione preoccupante per gli italiani, è la domanda? Mastrapasqua ha recentemente affermato di no, ma alcuni fattori non fanno stare al 100% sereni: la crisi economica del Paese non è ancora terminata e lo sviluppo non riparte (anzi, molte imprese chiudono anche nel 2013), l'occupazione è in calo (il peggior dato a livello generale dal 1977 e drammatica quella giovanile, 18-24 anni, pari ad oltre 41%). Tutto ciò si ripercuote sulla contribuzione che si contrae mentre aumenterà, a breve, il numero di chi matura il diritto alla pensione… Un problema che si può, ovviamente, risolvere senza lasciare pensionati senza assegno mensile. Ma come? Bè, senza dirlo apertamente, attraverso trasferimenti all’INPS dallo Stato centrale che significa, in parole semplici, fiscalità generale: tasse!

D.:Ormai è chiaro a tutti che, gli assegni pubblici (quelli erogati dall'INPS) che riceveremo quando andremo in pensione non copriranno più l'80% dell'ultimo stipendio percepito, ma anzi la copertura si avvicinerà al 50% se non meno. Verrebbe quindi spontaneo pensare ad integrare questo gap con forme alternative di risparmio che, una volta giunto il tempo della pensione, integri quest'ultima. Gli italiani hanno percepito secondo te l'importanza di questo tema?
R.: La situazione descritta è quella corretta. I tassi di sostituzioni attesi (lavoro/pensione) a seguito della riforma Fornero, prevedono per chi lavora e versa contributi all’ente pubblico di previdenza per 40 anni un assegnato molto vicino al 50% dell’ultimo reddito. Bè, va ricordato che oggi e in futuro sarà difficile, rispetto a quanto succedeva in passato, a causa della flessibilità e della precarietà del lavoro, lavorare per 40 anni continuativi senza “periodi” inoccupati. Con risultati negativi ed intuibili in termini pensionistici. Da queste considerazioni nasce pertanto la necessità di approfondire l’argomento, aumentare la consapevolezza della situazione e capire se esistono strumenti adeguati in grado di dare risposte concrete in termini di pensione. La situazione attuale è chiara ma poco promossa nel nostro Paese che risulta essere, in un confronto con i Paesi OCSE, uno degli ultimi nel rapporto tra volumi investiti nella previdenza complementare e PIL. La previdenza complementare, infatti, è stata avviata a metà degli anni ’90 e poi migliorata all’inizio del 2005 con interventi sulla fiscalità e sulla flessibilità ma oggi, nel 2013, dopo quasi 18 anni dalla sua introduzione, è ancora poco utilizzata dai lavoratori italiani perché poco sensibilizzati sull’argomento e molti in possesso di conoscenze molto limite sull’argomento. Di fatto, sono presenti sul mercato interessantissime soluzioni che mirano ad integrare la pensioni pubblica. Esse offrono importanti vantaggi fiscali nelle tre fasi: versamento, accumulo e liquidazione a scadenza. In estrema sintesi, ricordiamo che nella prima fase è prevista la possibilità di dedurre dal reddito personale i versamenti a forme di previdenza complementare (Es: Fondi Pensione Aperti e P.I.P. – Piani individuali Pensionistici) con percentuali che variano dal 23% al 43% annuo fino a 5.164 euro annue come importo massimo versato. Nella fase di accumulo, invece, è stata riservata a queste forme una tassazione molto favorevole sugli interessi annui maturati (capital gain) pari all’11%, facendo entrare queste soluzioni previdenziali tra le migliori sul mercato, in confronto con altri strumenti di risparmio finalizzato. Infine, alla scadenza, è prevista una tassazione agevolata, pari al 15% della somma di tutti i versamenti effettuati fino a 15 anni di permanenza nel fondo pensione con un abbattimento di questa aliquota dello 0,30% annuo per ogni anno di permanenza nel fondo oltre il quindicesimo; ad esempio, un piano previdenziale di questo tipo, dopo 35 anni di versamenti, beneficerà di una tassazione pari al 9% che è decisamente favorevole se si confronta con quanto dedotto nel corso degli anni. 

D.: I più penalizzati in questo periodo di crisi economica sono i giovani che faticano a trovare un lavoro "stabile", ancorché precario, che permetta loro di pensare al futuro. Questa generazione come dovrebbe affrontare, secondo te, il tema previdenziale e pensionistico se non può contare su entrate certe e stabili?
R.: Abbiamo già fatto un accenno ai giovani, i quali, di fatto, sono oggi le persone più penalizzate in termini previdenziali. Le ragioni le ho già indicate nella precedente risposta. Mi limito pertanto a dire che se un genitore o un nonno con un discreto stipendio o una buona pensione (oppure con patrimonio accumulato negli anni) decidesse oggi di “far avviare” una forma di previdenza previdenziali a favore di un figlio o di un nipote in precarie condizioni lavorati o in fase di ricerca di un lavoro, sicuramente farebbe un’azione solo utile, con vantaggi sia di natura fiscale sia di lungo periodo; che come si può immaginare è il migliore ed unico vero alleato nelle scelte di pianificazione previdenziale (più tempo ho a disposizione meglio è!).

D.: Pensare oggi al proprio domani, al proprio futuro pensionistico, magari lontano ancora decenni, può sembrare inutile. Invece è proprio all'inizio dell’ attività lavorativa che si dovrebbe impostare la costruzione di una rendita integrativa personale da affiancare alla pensione pubblica. E' un cambiamento culturale, di mentalità, che gli italiani al momento non hanno ancora acquisito, mentre in altri Paesi europei è diventato lo standard. In questo senso, sono proprio i giovani quelli più bisognosi di integrare da subito la pensione pubblica. Tu cosa consiglieresti ad un giovane di venticinque anni che si affaccia al mondo del lavoro oggi?
R.: Nel nostro Paese, purtroppo, non c’è ancora una cultura previdenziale diffusa. Non ricordo molti corsi scolastici (nelle scuole superiori o all’Università) che consentano di costruirsi nel tempo una conoscenza su questa importante tematica e che aiuti gli individui, soprattutto quelli giovani, a formare una capacità critica per valutare la situazione e poter prendere decisioni per il loro “domani”, molto lontano, come la cosiddetta fase di quiescenza. All’estero questo processo è in corso da decenni, favorito certamente da un livello di Welfare State inferiore al nostro, il quale, tuttavia, oggi sembra aver raggiunto la cima e appare ormai evidente che inizia a scendere e a ridursi. Dare consigli su queste tematiche a chi ha venticinque anni è abbastanza arduo visto che di norma chi si affaccia al lavoro a questa età non ha certo una condizione economica brillante nei primi anni di lavoro. Quello che però mi sento di poter dire ad un giovane è quello di iniziare ad informarsi il prima possibile, attraverso persone competenti, su questa materia. Rimandare nel futuro una scelta, in termini previdenziale significa “spostare semplicemente nel tempo un problema personale” (di 5, 10 o 15 anni) che dopo anni si riproporrà inesorabile con “dimensioni” sempre più elevate; a certe età poi, esempio 50-55 anni, inizia a diventare di difficile risoluzione una scelta previdenziale visti gli impegni nel frattempo assunti sul piano personale (famiglia, figli, indebitamenti ed impegni finanziari, ecc.). Chiedere, informarsi e capire perché un venticinquenne all’estero conosce questa materia più di un italiano e decidere quando poter iniziare a fare scelte di previdenza integrativa (o complementare) è già una grande conquista per un venticinquenne. Molti giovani, approfondendo questi argomenti con attenzione, alla prima occupazione potrebbero da subito destinare il TFR (Trattamento di Fine Rapporto, valore riconosciuto per legge) a forme di previdenza integrativa e sfruttare così i tanti anni a disposizione prima della pensione senza aggiungere, nei primi anni di lavoro, altre quote viste le modeste remunerazioni.

D.: Ultima domanda: quando si parla di forme pensionistiche private, molti si pongono questo quesito: chi mi assicura che tra 40/50 anni la Compagnia di assicurazioni privata cui ho versato ogni mese una quota della mia retribuzione esisterà ancora? In questi anni è stato fatto qualcosa nel mondo delle Assicurazioni per proteggere in totale sicurezza i contributi versati dai clienti?
R.: Non è possibile prevedere il futuro in generale e tanto meno quello che si verificherà tra 40/50 anni al comparto assicurativo. Quello che però mi sento di evidenziare è che le Compagnie di Assicurazioni private sono obbligate, oggi, ad operare secondo criteri molto più stringenti del passato. Sul piano della trasparenza dell’offerta e della confrontabilità dei prodotto, negli ultimi 5-6 anni sono state introdotte importanti novità. Non tutti possono, infatti, vendere polizze o piani di previdenza integrativa ma solo “soggetti” cosiddetti abilitati e iscritti in un apposito Registro (Registro intermediari IVASS) che impone sia precisi requisiti personali, indispensabili per poter iniziare questa attività, sia professionali con l’obbligo della formazione iniziale (di 60 ore) e di quella annuale di aggiornamento (di 30 ore). Un mercato che sta, quindi, lentamente “maturando” a favore del consumatore finale. I clienti oggi possono comprendere sempre meglio quello che decidono di sottoscrivere e, parlando di soluzioni di previdenza integrativa, possono anche interrompere la scelta inziale per trasferire la posizione presso un altro assicuratore. Tutto ciò, ovviamente, senza alcun onere, generando così una concorrenza di un livello professionale sempre più elevato. Non sono in grado di dire cosa accadrà ai risparmi accantonati tra 40/50 anni ma posso affermare che ogni cliente di queste forme previdenziali può controllare ogni anno la sua situazione e, se non pienamente soddisfatto, decidere di cambiare Compagnia. Un ottimo modo, quindi, per tenere sempre sotto controllo le proprie scelte e mettere in concorrenza tra loro, annualmente, i diversi operatori di mercato. In fondo l'INPS richiede oltre 40 anni di impegni rigorosi (accantonamenti obbligatori) senza offrire alcuna "flessibilità" durante il percorso.

Grazie Davide.

sabato 27 luglio 2013

Ancora tre giorni e poi...

Mancano ormai una manciata di ore e poi conosceremo la sorte che toccherà al primo Governo Letta.

La situazione che stiamo vivendo è paradossale, se ci pensiamo bene: la sorte del Governo del Paese dipende dalle sorti giudiziarie del leader politico di un partito che sostiene il Governo. In Paesi normali, diciamo meglio, normalmente, il leader di un partito che sostiene il Governo del proprio Paese non avrebbe guai giudiziari, o se li avesse, non sarebbe il leader politico di un partito che sostiene il Governo.

D'altra parte, si dovrebbe anche dimostrare quale sarebbe il male minore: la continuazione del Governo Letta oppure andare a nuove elezioni?

Personalmente riteniamo che la discussione e i temi politici affrontati in questi mesi dal Governo non abbiano ancora toccato e messo in evidenza i punti fondamentali che costituiscono, che originano il deficit strutturale che affligge il nostro Paese rispetto alle altre nazioni parimenti industrializzate.

Quando un Paese come l'Italia paga ogni anno 100 miliardi di euro di interessi sul proprio debito pubblico, capite che il margine di manovra per qualsiasi Governo è nullo se non si taglia per prima cosa il debito che li genera. Tanto per essere chiari: la manovra di cancellazione delle provincie in corso di approvazione in Parlamento si calcola che dovrebbe far risparmiare spese per un miliardo di euro all'anno!

Poi c'è il capitolo del lavoro nero: le stime dicono che sono tre milioni i lavoratori irregolari in Italia con un'evasione fiscale derivante di 40 miliardi di euro all'anno… altro che manovra sull'Imu o sull'Iva.

Terzo tema: con una pressione fiscale come quella attuale è impossibile parlare di crescita, perché la crescita, se anche ci fosse, sarebbe soffocata dalla medesima pressione fiscale il che porterebbe a nuova evasione e quindi il cerchio non si chiuderebbe mai.

Si potrebbe continuare, ma tant’è. Solo una cosa chiediamo a questo Governo che si è definito di servizio per il Paese: non prendiamoci in giro. 

Sino a quando non si affronteranno le tematiche di cui sopra non si riuscirà ad invertire la rotta. Ma per affrontare questi temi, occorre la consapevolezza in primis nella coscienza delle persone, dei politici, della classe dirigente del Paese.

I concetti di legalità, di uguaglianza, di ridistribuzione delle ricchezze, di lavoro regolare per tutti, devono riprendere ad essere presenti nella vita della nostra comunità, altrimenti la crisi economica continuerà e anzi aumenterà. Da questo punto di vista, l’avvento inaspettato, provvidenziale del nuovo Papa Francesco ci potrebbe essere molto d'aiuto: speriamo che gli italiani possano trarre dalle sue parole, dal suo Magistero pensieri ed idee illuminanti.

L'altro aspetto che deve entrare in gioco in questo periodo così turbolento è quello del compito educativo che spetta a noi adulti (insegnanti e genitori) nei confronti dei nostri figli. 

Forse anche noi genitori, noi insegnanti dobbiamo fare autocritica e riconsiderare i valori che abbiamo praticato e trasmesso, con coscienza o meno, sino ad ora ai nostri ragazzi. Ha scritto Jonah Lynch nel suo ultimo libro, Egli canta ogni cosa: “Conoscere la verità è una grande avventura ed è anche un grande rischio. Potresti scoprire che devi cambiare idea su qualcosa. Potresti anche scoprire che devi cambiare vita”.

Meditiamo gente, meditiamo…




mercoledì 1 maggio 2013

Tempi moderni?


Questo primo maggio mi è venuto in mente, chissà perché, Charlie Chaplin che in Tempi Moderni, girato nel 1936, interpreta un povero operaio, disperato per la ricerca di un lavoro, e alienato dopo averlo trovato presso una catena di montaggio. 

Sono ancora attuali quei tempi oppure sono tempi superati, i nostri tempi sono diversi? 

A pensarci bene, in settantasette anni, tanti ne sono passati dal film denuncia di Chaplin, le cose non sono molto cambiate. Il mondo “occidentale” viveva un periodo di crisi economica e sociale allora e lo stesso stiamo vivendo oggi. Il lavoro non era sufficiente per tutti e lo stesso accade oggi. 

Allora il lavoro in fabbrica portava e provocava alienazione e crisi d’identità sia alla persona che al gruppo sociale di origine dal quale si finiva per allontanarsi; oggi le fabbriche rimaste si sono trasformate, il lavoro alienante lo svolgono le macchine controllate dall’uomo, ma l’alienazione è data dai ritmi del lavoro imposto dalle macchine stesse che per loro natura non hanno ritmi umani. 

Per macchine non intendo le presse, gli altoforni, gli impianti di verniciatura. Per macchine intendo i computer, gli smartphone, le fotocopiatrici, i fax ma anche i treni super veloci e gli aerei che in poche ore ti trasferiscono persone e merci da un capo all’altro del pianeta. 

L’alienazione deriva dai ritmi non umani cui siamo sottoposti quotidianamente ai quali d’altra parte ci spinge la competizione globale generata dal fatto che ormai in poche ore treni ed aerei superveloci… 

Se questo è lo scenario che viviamo, settantasette anni dopo i tempi moderni di Chaplin, è chiaro che anche il lavoro si sposta velocemente e si trasferisce dove il datore di questo lavoro trova la migliore mano d’opera al miglior costo. L’Europa in questo senso è ancora in grado di offrire queste condizioni? E per quali settori è interessata a competere, diciamo, con i Paesi dell’estremo oriente o del Sud America? 

Queste sono le domande di fondo cui occorre rispondere prima di decidere dove investire le risorse disponibili per creare il lavoro che oggi manca, in Italia ma anche in tutta Europa. E occorre decidere in fretta per non perdere un’intera generazione di giovani di 25/30 anni che oggi è senza lavoro e che non può arrivare ad avere (forse) un posto di lavoro, degno di chiamarsi lavoro, a quarant’anni. 

Una risposta a queste domande sembra arrivare dall’altra sponda dell’atlantico. il Presidente Obama, il 12 Febbraio, durante il suo primo discorso sullo stato dell’Unione dopo essere stato rieletto, ha annunciato che gli USA e la UE hanno raggiunto l’accordo per aprire i negoziati Ttip (Transatlantic trade and investment partnership) vale a dire i negoziati per eliminare da entrambe le parti le tariffe che ancora pesano sul libero scambio e sul commercio bilaterale, realizzando così un vecchio sogno di David Rockfeller e dei suoi amici che giusto 40 anni fa, nel luglio 1973, crearono la Commissione Trilaterale con lo scopo dichiarato di sostenere e diffondere il libero scambio mondiale di beni e servizi con meccanismi flessibili di circolazione della moneta. 

Basterà il sogno dei neo liberisti, il commercio senza barriere, a risolvere il problema della crisi del lavoro che non c’è più (o meglio del lavoro che si è spostato dall’Europa in altre parti del mondo)? 

Vedremo. Intanto registriamo una strana coincidenza: al Presidente Monti, membro italiano della Commissione Trilaterale è successo Enrico Letta, membro italiano della Commissione Trilaterale. 

A quanto pare l’Italia sembra già allineata al nuovo progetto TTIP !!!






lunedì 17 settembre 2012

Sergio, Susanna e Gilbert Keith Chesterton


Questa volta hanno vinto entrambi: Sergio Marchionne e Susanna Camusso.

Il primo ci aveva provato, forse anche spinto dalla Famiglia, a cercare di mantenere la produzione di autoveicoli in Italia. Il progetto Fabbrica Italia era piaciuto, aveva fascino, Marchionne sapeva come presentarlo in pubblico e alla fine, per convinzione o per convenienza, i più ci avevano creduto. Ci avevano creduto i politici, sollevati dal non dover affrontare un problema dai risvolti economici e sociali spaventosi. Ci avevano creduto i sindacati, tranne la FIOM, che pur di mantenere il posto di lavoro, avevano deciso che alcuni diritti acquisiti potevano essere messi in discussione. Ci avevano creduto gli italiani, convinti che la FIAT dopo tutto aveva fatto la storia d’Italia e avrebbe continuato a farla.
Forse il meno convinto era proprio Marchionne. Del resto mentre le parole spese a favore di Fabbrica Italia aumentavano, le azioni concrete e gli investimenti andavano tutte in altra direzione, oltreoceano, a sostenere la produzione dell’altra casa automobilistica del gruppo, la Chrysler.   Non è un caso che negli States, Marchionne sia visto come il salvatore della patria (automobilistica) mentre in Italia è diventato il capro espiatorio di non si sa ancora bene che cosa, comunque sia è tutta colpa sua.

Anche Susanna Camusso ha vinto la sua battaglia: è stata l’unica che aveva capito (o indovinato) il “bluff” di Marchionne. I progetti per Fabbrica Italia non sono mai esistiti e del resto nessuno li ha mai visti. Bonanni e Angeletti non hanno compreso come stavano realmente le cose e si sono fidati della parola dell’A.D. Fiat.  Quando il mercato dell’auto ha incrociato l’autostrada della recessione, il gioco è terminato. Marchionne a questo punto non poteva più attendere ed è dovuto venire allo scoperto, il progetto è superato, il mercato ha cambiato rotta, il futuro di Fiat in Italia va ripensato.  

E’ chiaro che stiamo parlando di due vittorie di Pirro. In questa storia che si sta scrivendo in questi giorni, in queste settimane, non ci sono vincitori. Comunque andrà a finire, a perdere il lavoro saranno migliaia di operai e impiegati con le loro famiglie, a perdere un pezzetto di fiducia e di speranza nel futuro saremo tutti noi. Perché una cosa è certa: se la Fiat decidesse una forte riduzione della sua presenza in Italia le ripercussioni per il nostro Paese non sarebbero indolori.    

E questa è solo la punta dell’iceberg. Al momento non esiste settore industriale in Italia che non stia attraversando un periodo di profonda crisi e ristrutturazione. E’ di questi giorni la notizia del peggioramento della nostra posizione nella classifica internazionale dei Paesi maggiormente industrializzati, dal quinto all’ottavo posto.   Cosa fare giunti a questo punto?  Per prima cosa una nuova politica industriale, quella che non è stata più realizzata in Italia da decenni. Nuova politica industriale significa però nuovi politici. Non ci sono molte alternative, occorre che tutti noi ci rimbocchiamo le maniche e, ciascuno per la propria competenza e la propria responsabilità, ricominciamo a pensare ad una nuova forma di società, ad un nuovo modo di vivere insieme, a nuovi standard e stili di vita (che riguardano mondo del lavoro, pensioni, scuola, sanità solo per citare alcuni temi principali)  con lo sguardo soprattutto rivolto alle nuove generazioni, le più a rischio con l’attuale sistema.

L’esempio in questo senso sarebbe dovuto venire dall’alto, dalle classi dirigenti, dai nostri politici che per primi avrebbero dovuto occuparsi di pensare e proporre il cambiamento tanto atteso. Purtroppo, proprio la politica è la grande assente in questo momento e anzi lo spettacolo che offre di sé la nostra classe politica non lascia ben sperare per i prossimi mesi che saranno molto impegnativi per il nostro Paese.

Passati venticinque anni dalla caduta del muro di Berlino, sembra che anche lo stile di vita capitalista e consumista che vedeva nel mercato un totem, sia in profonda crisi. Ma il cuore dell’uomo desidera la felicità, oggi come ieri, e continua a cercarla.  Da questo vuoto da colmare, che esiste, mi viene la certezza, adesso, della possibilità per ognuno di noi del cambiamento.

Scriveva Gilbert Keith Chesterton in La mia fede: “La conversione è l'inizio di una vita intellettuale attiva, fruttuosa, illuminata e addirittura avventurosa”.

Mettiamoci in gioco per primi e forse riusciremo anche a far cambiare idea a Marchionne.




domenica 8 luglio 2012

La scelta dell'università


Quale percorso intraprendere?

I più fortunati hanno già terminato, per gli altri ancora pochi giorni per un ultimo “matto” ripasso (che serve a poco) e poi anche loro saranno in vacanza. E dopo, cari ragazzi, per chi di voi ha deciso di continuare a studiare, vi aspetta l’università.  I giornali e le riviste di attualità, come ogni anno, vi illustreranno con dovizia di particolari tutte le infinite possibilità che offrono le migliori università italiane e straniere dando risalto ai docenti che vi insegnano e alle possibilità di luminose carriere professionali che possono offrire a chi riesce a laurearsi. I guru dell’informazione vi spiegheranno quali sono i corsi di laurea che offrono le migliori opportunità di trovare un lavoro con una rapida possibilità di carriera e via così.

Due pensieri vorrei trasmettervi in proposito, ma prima una premessa. Mi sono diplomato nel 1985 (maturità scientifica) e la scelta del corso di laurea è stata per me molto faticosa e per molti mesi la mia testa era come avvolta in una nebbia fitta che non lasciava passare neanche un raggio di sole.  Alla fine ho scelto ed oggi a 46 anni (tra pochi giorni) e a 21 anni dalla Laurea,  posso dirvi che, se potessi tornare indietro, non rifarei la scelta fatta.

Per questo vorrei lasciarvi questi due pensieri: il primo. La scelta di cosa studiare all’università è la vostra prima scelta veramente da adulti. Essa implica la decisione di dedicare almeno 4/5/6 anni di studio intenso ad un settore del sapere che vi attira, che vi stimola e che desiderate approfondire e conoscere meglio. Questo stesso settore un domani non tanto lontano, molto probabilmente, vi vedrà impegnati come giovani lavoratori e a quel punto i giochi sono fatti. Il lavoro è l’attività umana attraverso la quale il vostro essere uomini e donne si affermerà e si svilupperà. Svolgere un’attività che non vi corrisponde può essere una condanna peggiore di quella che può capitare ad un delinquente che riceve una giusta condanna dal Tribunale per i reati commessi. Non iscrivetevi a Medicina solo perché vostro padre è medico e vi invita a seguire le sue orme, non iscrivetevi a Giurisprudenza solo perché vostro padre è avvocato ed è titolare di un studio legale, non scegliete Economia e Commercio solo perché vostra madre è commercialista ed ha uno studio avviato... La scelta dell’università è una scelta vocazionale. Se desiderate veramente lavorare per curare le persone ammalate, allora iscrivetevi a Medicina, altrimenti lasciate perdere. Magari grazie alle conoscenze della vostra famiglia riuscireste anche a superare il test d’ingresso con facilità, ma non supererete mai, neanche tra venti o trenta anni, il test della vostra felicità interiore per uno studio che vi è stato imposto.   Seguite la scelta che vi detta il cuore.  Se i vostri insegnanti sono stati dei veri maestri, gli anni delle scuole superiori dovrebbero essere serviti a svelarvi le vostre attitudini e i vostri reali interessi. Seguiteli, dategli fiducia, datevi fiducia. Quando si forza la realtà, si compiono solo dei danni. E questo vale in tutti campi, sia quando si parla della Natura, sia quando in gioco ci sono le scelte personali. Abbiate il coraggio di volervi bene e di sostenere la vostra scelta e vedrete che i vostri genitori, che vi vogliono bene, vi sosterranno. Solo dopo aver scelto la facoltà, si potrà pensare quale università frequentare considerando tutti i fattori personali in gioco.

Secondo: i prossimi anni saranno anni unici e irripetibili per ciascuno di voi. Approfittatene anche per approfondire al massimo lo studio dell’Inglese, ormai lingua universale al posto dell’esperanto, oltre ad un’altra lingua straniera, se riuscite. Il vostro futuro sarà molto probabilmente un futuro più internazionale di quello che hanno avuto i vostri genitori e l’Inglese è la lingua parlata in tutto il mondo. Sfruttate le possibilità offerte dalle università per viaggiare e sostenere esami in università straniere.  Insomma l’invito è studiate e conoscete il mondo che vi circonda. Voi sarete la futura classe dirigente di un Paese che ora è malato, soffre non tanto di una crisi economica, ma di una crisi di identità, una crisi di valori. Per curarlo servono giovani che siano contenti del lavoro che svolgono, ciascuno nel proprio settore, ben motivati e volenterosi. Ma per essere ben motivati e volenterosi nel proprio lavoro, occorre amarlo.  Oggi pochi amano il lavoro che svolgono ed anche questa è, a mio giudizio, una delle cause della crisi che stiamo vivendo. Ma non voglio divagare oltre…

Vi saluto con un suggerimento. Se non l’avete già visto, cercate il film di Peter Weir, L' attimo fuggente. Questo film fu campione d’incassi nella stagione 1989/1990 e vinse il premio Oscar per la sceneggiatura di Tom Schulman. Guardatelo e meditate.

Auguri ragazzi!