Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

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domenica 27 dicembre 2020

Il mio (quasi) amico Covid 19

 

Covid 19



Da oltre nove mesi in Italia lo conoscono tutti. Probabilmente è la parola più cercata in rete in questo lasso di tempo. La maggior parte delle persone lo teme, una minoranza lo irride, pochi sono indifferenti alla sua presenza: solo quei disgraziati che già prima del suo arrivo non avevano niente da perdere. Esiste però anche un’altra minoranza formata da coloro che, come me, l’hanno visto da vicino. Il suo nome scientifico è Covid 19. 

Le prime manifestazioni della sua presenza nel mio corpo risalgono a venerdì 6 novembre.

Dopo una settimana di cure casalinghe che non avevano portato ad alcun significativo miglioramento dello stato di salute, su indicazione del medico curante ho chiamato il 118 e sono stato condotto al pronto soccorso del Sacco, ospedale milanese riservato ai pazienti scelti dal virus per un’esperienza unica e speriamo irripetibile.


Appena giunto ho capito che il virus mi aveva dedicato una particolare attenzione, probabilmente gli stavo simpatico. Guardando lo schermo della macchina, che il medico che mi stava esaminando i polmoni aveva di fronte, ho visto una grande macchia biancastra. Allora ho chiesto: “Dottore, come sono messo?”

Risposta: “Sarà una dura lotta.”

In quel momento ho capito di essere stato prescelto dal virus.


Perché io?


Ho passato tre giorni nell’astanteria del P.S. (così in gergo ospedaliero viene indicato il pronto soccorso) disteso a pancia in giù su una barella con un casco in testa (CPAP il termine “tecnico”) dentro il quale veniva iniettato ossigeno alla massima potenza che mi permetteva di respirare, ma non di riposare. 

Cosa ricordo di quelle ore?


Ricordo che pregavo il Signore che mi desse la forza di resistere ancora un minuto, per arrivare a quello successivo. Ricordo che, guardando di traverso, vedevo un gran via vai di malati, la maggior parte con il mio stesso abbigliamento da motociclista, con il casco in testa. Alcuni venivano trasportati in altri reparti e subito venivano rimpiazzati. Eravamo in tanti ad essere stati prescelti dal Covid 19.

Ricordo che pensavo che una situazione così non me la sarei proprio immaginata. L’unico termine di paragone che mi veniva in mente era un pronto soccorso militare in una zona di guerra, dove immagino vengano portati ogni cinque minuti i soldati feriti in combattimento.

E poi ricordai una frase che mi aveva detto un caro amico, al telefono, qualche giorno prima di essere ricoverato: Lorenzo, ricordati che il Signore non permette mai che qualcuno sia sottoposto a una dura prova senza che gli sia data la forza spirituale per affrontarla.


L’avrò io quella forza, mi chiedevo?


Dopo i tre giorni passati in astanteria, si liberò un posto nel reparto di infettivologia e fui trasferito lì: stanza con due letti, ma soprattutto avevo un letto vero, che è tutta un’altra cosa rispetto a una barella!

Trascorsi altri due giorni con il casco in testa (ma non in via continuativa) e finalmente i miei polmoni ripresero a funzionare meglio e così passai all’uso della “mascherina” che mi permetteva finalmente alla sera di poter riposare decentemente. 


Nelle quasi due settimane di permanenza in reparto ho avuto due compagni di stanza: prima Pietro, un simpatico ex pescatore di Bisceglie di 82 anni, dimesso dopo qualche giorno e poi Egidio, un napoletano verace di 70 anni con il quale ci siamo fatti compagnia per una decina di giorni. Siamo stati dimessi lo stesso giorno, il 3 dicembre 2020, data in cui il Covid 19 ha deciso di lasciarci ritornare alla vita di tutti i giorni.  


In realtà, la vita di tutti i giorni non è più la stessa: c’è stato un prima e c’è un dopo questa esperienza. 

La domanda che mi pongo ogni giorno è: perché? Perché io? 


Non ho mai creduto che le cose capitano per caso. Nella mia vita ho potuto verificare che ogni esperienza fuori dal comune, direi radicale come questa del Covid, ogni evento particolare, ogni svolta significativa mi ha condotto verso un nuovo punto di partenza e soprattutto mi ha permesso di compiere un passo in avanti nella consapevolezza di quello che è il mio desiderio incompiuto di felicità. 

Ognuno di noi desidera essere felice e soprattutto desidera essere amato, prima di amare.


È un fatto: la vanità è la migliore arma nelle mani del Maligno. Quando ero disteso nella barella in astanteria pensavo a mia moglie, ai miei figli, ai miei genitori e ai tanti amici che mi stavano sostenendo con le loro preghiere, ed ero contento, quasi orgoglioso che fossero preoccupati per me. In quel momento ero al centro delle loro attenzioni, o almeno lo speravo. Il desiderio di essere amati si manifestava anche in quella situazione estrema, rischiosa per la mia stessa vita, che però desiderava essere al centro dell’attenzione di qualcuno anche in quel momento. 


E quindi, cosa significa: che il destino mi ha sottoposto a questa dura prova solo per svelarmi che sono vanitoso e orgoglioso? Ma questo lo sapevo già. 


E allora, mi ripeto, perché io?


Forse, un inizio di risposta mi è venuta in mente ripensando a Massimo Diana e al suo libro ‘Narrare’. Scrive il filosofo che ogni uomo nel corso della vita deve affrontare due eterni e universali problemi: imparare ad amare e prepararsi a morire

Se ripenso alle tre settimane trascorse in ospedale, alla luce di questi due ultimi imperativi, allora l’esperienza fatta assume un significato più chiaro.


Stando immobile in un letto d’ospedale, bisognoso di tutto e di tutti, ho imparato ad amare i piccoli gesti gratuiti, come un sorriso, uno sguardo, una particolare attenzione nel farmi una puntura o nel cambiare una flebo, che mi venivano donati da medici e infermieri, amici e compagni di avventura. Piccole cose che normalmente non avrei neanche notato, apparentemente senza valore, ma che fanno la differenza quando si è con le spalle al muro. 


Prepararsi a morire invece è la parte più difficile del cammino, perché è la meta a cui tutti noi tendiamo, ma senza volerlo accettare, anzi facciamo di tutto per dimenticare che è la stazione d’arrivo del nostro viaggio su questa terra. Probabilmente ogni tanto, fare qualche fermata intermedia, in qualche stazione apparentemente dimenticata da Dio, potrebbe anche farci bene, perché ci ricorda la destinazione finale a cui dobbiamo arrivare possibilmente in buone condizioni, cioè preparati, se non vogliamo restare delusi alla fine del viaggio. Perché la vera domanda che ognuno dovrebbe porsi è questa: ma quando arriveremo alla nostra personale stazione d’arrivo, troveremo qualcuno ad attenderci con le braccia aperte?  


Ecco, probabilmente l’esperienza appena vissuta mi è stata proposta, stavo per scrivere donata, dal mio personale destino, per aiutarmi a ricordare questi due aspetti della vita, per meglio imparare ad apprezzare le piccole cose di tutti i giorni e per farmi fare un breve scalo in una stazione intermedia, per farmi prendere una pausa di riflessione durante il cammino che sto compiendo insieme ai miei compagni di viaggio.


E allora, in questo caso, quello che mi è capitato lo posso anche accettare, senza vanità e orgoglio, e posso anche arrivare ad augurare buon Natale al mio (quasi) amico Covid 19.

 

domenica 15 marzo 2020

Riflessioni sul Covid-19

SS Leviathan 1913




Ognuno di noi, chi più chi meno, si trova in questo periodo a fare i conti con un profondo cambiamento della propria vita a causa della presenza tra di noi del coronavirus o Covid-19.

Molti tra di noi hanno genitori anziani che sono i principali bersagli di questo nemico invisibile e sono preoccupati per la loro salute. Molti tra di noi hanno amici o conoscenti che sono stati contagiati dal virus e sono in apprensione per il decorso della malattia. Molti tra di noi sono forzatamente a casa, sia per ragioni lavorative e sia per ragioni sanitarie, messi in quarantena, come è capitato a chi sta scrivendo il post, perché venuto a contatto con chi poi è risultato positivo al test.

In poche settimane la nostra esistenza è stata radicalmente modificata da un nemico invisibile, un virus che è stato capace di mettere in discussione le nostre sicurezze e stili di vita che sembravano immodificabili. 

Nell’epoca attuale, basata sulla velocità di trasferimento di qualsiasi cosa, dalle merci alle informazioni, anche il virus ha impiegato poco tempo a dare origine ad una pandemia.
In realtà anche nel secolo scorso, una forma analoga di infezione che viene ricordata con il nome di influenza “spagnola” non impiegò molto tempo per fare il giro del mondo.

Contrariamente a quanto si crede, come ci ricorda Laura Spinney nel suo libro: “1918. L’influenza spagnola, l’epidemia che cambiò il mondo”, la malattia ebbe origine negli Stati Uniti in un campo di addestramento militare delle reclute che dovevano partire per il fronte europeo della Grande guerra. Il primo soldato che il 4 marzo 1918 denunciò alla propria infermeria di Camp Funston in Kansas di soffrire di mal di gola, febbre e mal di testa fu Albert Gitchell. Al termine di quella stessa giornata i casi analoghi al suo furono oltre cento. 

L’epidemia arrivò in Europa sulle navi americane che portavano le truppe in Francia e Inghilterra, da quei Paesi si sviluppò in Italia e Spagna. Tuttavia, in tempo di guerra, la notizia che una misteriosa malattia stava facendo strage di soldati al fronte, venne tenuta celata dai Paesi belligeranti per non demoralizzare il morale delle Nazioni. Ma in Spagna, neutrale ai tempi della Prima Guerra, la stampa non era sottoposta a censura e i giornali iniziarono a scrivere di quella strana influenza che circolava nelle trincee di mezza Europa e si iniziò a parlare di influenza spagnola. 

Nel corso della primavera del 1918 si ammalarono i tre quarti delle truppe francesi e metà di quelle britanniche. In maggio la febbre colpì la Germania dove mise fuori combattimento 900.000 soldati. Dalla Germania, tramite prigionieri rimpatriati, si diffuse in Russia. A giugno 1918 il morbo era in Giappone e a luglio in Australia. 

Come accaduto per il Covid-19, allora vi fu il caso del Leviathan, una delle navi più grandi al mondo, che salpò dal New Jersey diretta in Francia con a bordo 9.000 soldati. All’arrivo a Brest dopo una settimana di navigazione, i malati a bordo erano 2.000 con 90 decessi. Venne definita la nave della morte.

Si ammalarono a causa della spagnola Guillaume Apollinaire e Max Weber (morirono entrambi per le conseguenze del contagio), Mustafa Kemal in Turchia, Franklin Delano Roosvelt (all’epoca viceministro della Marina) Ernest Hemingway, John Dos Passos, D.H. Lawrence, il filosofo Martin Buber, Ezra Pound e anche il Mahatma Gandhi in India. 
Si stima che nel biennio 1918-19 morirono nel mondo 50 milioni di persone, il 2,5 per cento della popolazione della Terra. 

Piccolo riferimento personale: ricordo che mio nonno, nato nel 1903, mi raccontava che a causa della spagnola perse i suoi due fratelli più piccoli. Lui, che aveva circa 16 anni all’epoca dell’epidemia, riuscì a cavarsela in quanto più robusto dei suoi fratellini.

Come visto, la spagnola partì da occidente e nel giro di qualche mese si spostò verso oriente, arrivando a coprire ogni continente, Australia compresa. Ma al di là del punto geografico di partenza, i risvolti nei comportamenti umani che il virus della spagnola provocò sono i medesimi di quelli a cui stiamo assistendo oggi per contrastare il nostro Covid-19.

Ho la possibilità di accedere all’archivio storico digitalizzato del Corriere della Sera e prima di scrivere questo post ho passato un paio d’ore a leggere tutti gli articoli pubblicati tra il 1918 e il 1920 sull’argomento “spagnola”. Ebbene, i resoconti di cronaca (molto scarni e scarsi a dire il vero rispetto a quelli che si leggono oggi sui quotidiani) potrebbero benissimo essere pubblicati anche oggi, al tempo del coronavirus, in quanto propongono le stesse tematiche: come proteggersi dal contagio, i luoghi da evitare per non rischiare di essere infettati, le ordinanze governative con le nuove regole da seguire, i personaggi noti e famosi che sono stati contagiati e le cure dei medici che mano a mano si stavano sperimentando. Nulla di nuovo sotto il sole. Cento anni dopo la spagnola, il mondo è ancora sotto scacco per colpa di un nemico invisibile. 

E forse è proprio questo il punto più interessante.


Il Covid-19 ha interrotto bruscamente i nostri modelli di comportamento, le nostre abitudini e ci sta costringendo a fare i conti con un qualcosa a cui forse prima non avevamo tempo per pensare, impegnati come eravamo a correre al lavoro, a correre dietro i figli, a correre nel week end, per riposarci dalle corse della settimana, a correre in vacanza per riposarci dall’aver corso per il lavoro e via così, corsa dopo corsa. 

Il Covid-19 ci sta facendo fermare e in questo tempo dilatato, in casa con lo smart working, o senza lavoro, con il coniuge e i figli oppure da soli, ci sta obbligando a ripensare al nostro stile di vita.

Per chi possiede il dono della fede, questo tempo dilatato, che capita tra l’altro in un momento liturgico particolare, la Quaresima, è fonte senz’altro di profonde riflessioni sul significato di quanto sta accadendo. Ci stiamo accorgendo di come, non solo le grandi cose che ci occupavano il tempo, per esempio andare al lavoro o portare i figli a scuola, ma anche le piccole cose cui eravamo abituati, come andare a Messa, vedersi con il proprio gruppo di amici, andare a trovare i nonni e fare la spesa, celebrare un matrimonio o un funerale, non sono così scontate e ci possono essere tolte all’improvviso. Nulla, all’infuori dei nostri pensieri, è interamente in nostro potere.

In queste situazioni l’uomo reagisce andando a recuperare i modelli di comportamento atavici che risalgono alla notte dei tempi e per un attimo si perde. Ritorna l’uomo che viveva nelle grotte tre milioni di anni fa e si comporta senza usare la ragione, superata dall’istinto di sopravvivenza, dalla paura. L’abbiamo visto in ogni Nazione quando si sono presi per la prima volta provvedimenti radicali contro il virus, con l’assalto ai supermercati per fare scorta di generi alimentari. 

All’uomo di fede, e parlo qui della Fede in Cristo, in questi casi spetta il compito di indicare la strada, di mantenere vivo l’uso della ragione che è sempre la via maestra che conduce alla Fede e di mantenere viva la Speranza, altra virtù teologale che insieme alla Carità ci aiuterà a superare anche questa prova. Perché una cosa è certa: alla fine anche il Covid-19 passerà alla storia e la vita ritornerà ai suoi ritmi. 

Mi rendo conto in questi momenti che la Grazia di credere in Gesù mi aiuta a vedere le cose con la giusta lente, fornendo un criterio di giudizio per valutare tutto quello che accade. La fede in Cristo concretamente significa avere un gruppo di amici che ti permette, anche in situazioni che appaiono estreme come quelle che stiamo vivendo, di non perdere la speranza e di non cedere alla disperazione che ti circonda. Allora “andrà tutto bene” ha senso perché poggia sulla certezza di un Cristo risorto che ha vinto anche la morte. Per questo credo che al cristiano in questa fase sia chiesto di prendersi cura più di prima dell’uomo che non possiede il dono della fede. 

Se c’è una parola che prima del Covid-19 era quasi scomparsa dal nostro vocabolario ed ora giocoforza è ritornata a farsi sentire è proprio la parola morte. Come scrive Massimo Diana nel suo libro “Narrare”, gli eterni e universali problemi che tutti quanti, prima o poi, incontriamo nella vita si possono sintetizzare in: imparare ad amare e prepararci a morire

Imparare ad amare nel senso più alto significa imparare a prendersi cura delle altre creature e implica l’utilizzo corretto e l’educazione della propria libertà. Tale compito riguarda la prima parte della nostra vita. Prepararsi a morire significa che non è possibile svolgere il primo compito senza accettare e sopportare il dolore del lutto, la morte dei legami intessuti e l’accettazione del proprio limite. Questo il compito specifico della seconda parte della nostra vita. Ciò ci consente anche di trovare una risposta alla domanda più importante: quella sul senso e sul significato del nostro stesso esistere.

Ecco, se la venuta del Covid-19 ci potesse aiutare ad approfondire uno di questi aspetti, in relazione alla fase della vita che stiamo attraversando, allora alla fine, per assurdo, potremmo anche ringraziarlo. Perché personalmente credo che nulla capiti per caso. 

Per terminare, possiamo porci questa domanda: può esistere un modo diverso per fare le cose?

Alcuni studiosi sostengono che dopo la spagnola il mondo non fu più lo stesso. Nacquero nuovi stili di vita, l’amore per lo sport e le attività all’aria aperta, e alcuni storici economisti pensano che la situazione economica disastrosa che la spagnola provocò fu tra le concause della Seconda Guerra mondiale.

Sarà così anche per il nostro post Covid-19?

Speriamo che l’attuale pandemia non provochi una nuova guerra mondiale, ma sicuramente qualche cambiamento dobbiamo aspettarcelo. Positivo, negativo?

Dipenderà dallo spirito con cui lo affronteremo.
   
  

domenica 5 marzo 2017

Sul fine vita

Natività di Giotto


Il suicidio assistito di Dj Fabo ha riaperto in queste settimane il dibattito pubblico sul tema del fine vita.

Tutti noi siamo stati inghiottiti dalla campagna mediatica dei sostenitori della legalizzazione anche in Italia dell’eutanasia e dalla contro campagna di chi invece è contrario, tendenzialmente i cattolici, gli ultimi rimasti a difendere il valore della vita umana a prescindere da qualsiasi forma estrema essa possa assumere.

La mia impressione è che, partendo da questa contrapposizione, non si arrivi da nessuna parte e ognuno resti arroccato alle proprie posizioni, senza che le ragioni degli uni e quelle degli altri vengano realmente a contatto e si comprendano vicendevolmente.

Il mio contributo sul tema del fine vita parte da una dichiarazione, e dal racconto di un’esperienza vissuta.

La dichiarazione è che sono un cattolico praticante.

Il racconto dell’esperienza vissuta è il seguente. Il 31 dicembre 2015, poche ore prima della mezzanotte, il mio amico Ugo è salito al cielo. Era malato di SLA da sei anni e forse qualcuno di voi ha già letto i post che parlano di lui su questo blog.  Sono stati anni di fatica, tantissima, per Silvia, la moglie, che non lo ha mai lasciato solo un giorno, e nel frattempo ha cresciuto i due figli che ora hanno dieci e otto anni, ma anche per Ugo che, oltre a dover subire la malattia che avanzava a passi da gigante, vedeva passare davanti agli occhi la vita dei suoi cari senza poter fisicamente agire.

Eppure dal rapporto tra marito e moglie, dove ad operare era l’essenziale e non altro, attraverso la fatica del quotidiano, giorno dopo giorno, sono germogliati un’infinità di relazioni, di situazioni, di incontri che hanno cambiato la vita stessa delle persone coinvolte. Era impossibile rimanere gli stessi dopo una visita a casa di Ugo e Silvia. A casa loro si stava bene, tutti stavano bene. Ci si sentiva meglio, si usciva cambiati.

Si andava a casa loro con la scusa di salutare Ugo, ma in realtà era come si volesse vivere un poco vicino a quell’unione, si volesse contemplare l’unità presente tra un corpo immobile, Ugo e sua moglie Silvia. Unità che rimandava a qualcosa d’altro, ad una Presenza che la rendeva possibile, umanamente possibile.

Un’alternativa alla clinica svizzera della dolce morte abbiamo quindi visto che esiste, e produce anche frutti meravigliosi il cui sviluppo nel tempo rimane misterioso, ma allora tutto si esaurisce qui, di fronte al racconto di questo fatto?

Assolutamente no. Mi rendo benissimo conto che un tale approccio ad una malattia estrema come la SLA sia possibile solo se si possiedono principi morali laici o religiosi molto forti o si è sostenuti da una fede, o dalla Fede, ed anche da un gruppo di persone, (almeno all’inizio, poi arriva il centuplo inaspettato, ma promesso) disponibili ad aiutare la famiglia colpita dall’evento.

Di solito infatti, non è solo il malato che rimane vittima del suo nuovo status, ma è tutta la vita che gira intorno a lui a rimanerne coinvolta e sconvolta. E quindi la risposta che si dà a questa nuova situazione è per forza una risposta interpersonale, di relazioni umane.

Ho letto da parte di alcuni che lo Stato dovrebbe maggiormente sostenere finanziariamente le famiglie impegnate a gestire questi tipi di malati. Certamente gli aiuti economici in questo caso non si rifiutano mai. Specialmente quando il malato viene gestito a casa, senza gravare su posti di cura pubblici e molto costosi.

Ma sinceramente, nel caso che ho potuto seguire da vicino, quello che ha fatto la differenza è stato il punto di partenza, l’ideale che Ugo e Silvia hanno abbracciato il giorno del matrimonio e che non hanno mai abbandonato, a tenere unita la famiglia anche in circostanze così drammatiche, per chi le vedeva dall’esterno. Perché, a casa loro, non ho mai vissuto un solo attimo di tristezza, ma sempre momenti di normale vita familiare, di gioia e di profonda amicizia tra tutti coloro che si alternavano a venire a trovarli anche solo per un saluto.

E chi non possiede questa forza morale, questa incrollabile fede che gli permette di scegliere la vita al di là di qualsiasi cosa, perché è consapevole del dono che ha ricevuto e per nessuna ragione se ne priverebbe, cosa può decidere di fare in casi simili? Potrebbe decidere che non vale più la pena di vivere incollati in un letto e senza più alcuna speranza di guarigione? Potrebbe decidere che non vuole vedere soffrire i suoi cari e volersi togliere la vita come ultimo gesto d’amore nei loro confronti?

Penso di sì. Potrebbe optare per questa scelta.

Io non credo che un cattolico possa giudicare un essere umano che decide di togliersi la vita, in nessun caso. Un cattolico è dispiaciuto per il gesto che viene compiuto dal suicida, nel caso in cui magari lo conosca anche personalmente, può sentirsi in colpa per non essere riuscito a stargli più vicino e a fargli scegliere la vita, piuttosto che la morte, ma non debba mai sostituirsi all’Unico in grado di comprendere fino in fondo l’animo umano.

Pertanto personalmente non sono contrario ad una legge che anche in Italia regolamenti questo tipo di realtà, questo tipo di situazioni estreme perché penso che il problema non sia la morte, ma sia a monte.

O le persone incontrano qualcosa per cui valga la pena vivere, oppure nel caso in cui la vita ponga loro degli ostacoli superiori alla quotidianità (ogni giorno ha già la sua pena), possono sentirsi perse, abbandonate. La solitudine fa il resto.

Allora per noi cattolici, la responsabilità di questo momento storico è grandissima. La vita delle persone non cambia con dei richiami etici, ma cambia se vedono che qualcuno sta vicino a loro, li aiuta gratuitamente e offre loro la possibilità di re-imparare che un modo diverso di vivere e morire è possibile.

Tenendo sempre presente che il libero arbitrio esiste e che nostro Signore ce lo ha donato perché Lui stesso ci ha voluto così.

lunedì 19 dicembre 2016

L'uccellino nella cacca...



Primo: Non è detto che chi ti ricopre di merda sia un tuo nemico!

Secondo: Non è detto che chi ti tira fuori dalla merda sia un tuo amico!

E terzo: Ma è sicuro che quando sei ricoperto dalla merda, ti conviene tenere la bocca chiusa!

L’avrete sicuramente riconosciuto, il finale di quel famoso film, Il mio nome è Nessuno interpretato da quella coppia di grandissimi attori quali sono Henry Fonda e Terence Hill.

Ebbene sì, di solito le favole stanno in fondo ai racconti e ancor più la morale arriva al termine della favola. Ma per scrivere questo post ho deciso di partire dalla fine.

Che cosa ci lascerà in eredità questo 2016 ormai vicino alle porte girevoli dell’uscita?

Ripercorriamo velocemente i mesi appena passati sopra le nostre teste mentre noi eravamo intenti a lavorare (o a cercare un lavoro), a fare la spesa (o fare la coda per un pasto caldo), a organizzare il nostro matrimonio (o il nostro divorzio), a procreare la nostra creatura (o ad attendere un intervento di interruzione di gravidanza) insomma mentre noi eravamo intenti a vivere la nostra vita.

La prima questione che salta alle nostre menti è quella relativa al terrorismo, di matrice islamica ma non solo. Quello accaduto a Berlino, ai mercatini di Natale è solo l’ultimo atto di una scia ininterrotta di sangue che ha macchiato l’intero pianeta, nessun continente escluso.

Come porre termine a questo fenomeno?

Il secondo lascito di questo 2016 è una situazione climatica ambientale che ormai appare sempre più evidentemente compromessa. Gli esempi non sono necessari.

Come porre fine a questo fenomeno?

Il terzo e ultimo fronte aperto nel 2016 è, a nostro giudizio, quello del progressivo deterioramento economico sociale di larghe fasce di popolazione di cui la Brexit in Europa e l’elezione di Trump negli USA ne sono gli effetti sul lato pratico.

Come porre termine a questo fenomeno?

Mi spiace, ma le risposte, se mai ci fossero, non le troverete in questo post. Mi piacerebbe però che dopo aver letto questo articolo ciascun lettore ripensasse al suo 2016 e provasse a darsi lui una risposta a questi tre quesiti.

Sarebbe già un piccolo grande passo in avanti verso una soluzione al momento lontana.

E poi, non dimenticate la morale iniziale: chi è veramente nostro amico e chi il nostro nemico? 

Ma, soprattutto, prima di aprire la bocca, collegare il cervello, prego!


venerdì 4 settembre 2015

Ma che cos'è una famiglia?



E' uscito nell’ultimo mese di agosto per la casa editrice Edizioni Ares, tradotto da Flora Crescini, il nuovo lavoro del filosofo francese Fabrice Hadjadj dal titolo: "Ma che cos'è una famiglia? con sottotitolo – seguito da La trascendenza nelle mutande & altri discorsi ultra - sessisti". 

L'opera non tratta esclusivamente di famiglia, di fatto è una raccolta di quattro interventi scritti dall'autore tra il 2013 e il 2014 con temi prettamente filosofici: le domande inevase che la vita contemporanea ancora oggi pone e le risposte che il cristianesimo ha la "presunzione" di poter fornire alle donne e agli uomini contemporanei. 

Hadjadj, per chi non lo conoscesse, è sicuramente una delle menti più brillanti del cattolicesimo francese. Nato nel 1971, di origini ebree, convertito al cattolicesimo, i suoi scritti sono la manifestazione vivente della Gloria di Cristo che affascina le persone dalla gioventù movimentata nello spirito, alla sant'Agostino per intenderci. In sintonia con altre personalità convertite al cattolicesimo, come il Cardinale Newman o il Cardinal Lustiger, ma non consacrato alla vita religiosa bensì felicemente sposato e padre di sei figli, come descrive nella prefazione del libro, le opere di Hadjadj comunicano all'uomo contemporaneo la Bellezza che lo ha folgorato da giovane e la potenza sconvolgente del messaggio di Cristo, valido anche nel 2015!

In particolare quest'ultima fatica esce in un periodo storico che vede proprio la famiglia, potremmo dire la "Sacra Famiglia" sul banco degli imputati ad opera del pensiero dominante

Come c'era da aspettarsi, Hadjadj nel suo saggio rovescia l’idea tutto sommato negativa che oggi si ha riguardo la famiglia, riportando il significato della parola all'essenziale. L’inizio destabilizza: "La famiglia è sempre l'amore del vecchio coglione e del giovane idiota ed è questo che la rende così ammirevole, è questo che la rende scuola di carità. La carità è l'amore soprannaturale del prossimo, quello che non abbiamo scelto e che, di primo acchito, ci è antipatico. Ora, i primi prossimi che non abbiamo scelto e che spesso ci sono insopportabili sono i nostri congiunti, dati per vie naturali". I nostri figli.

Il linguaggio è diretto, il significato chiaro. Ognuno di noi proviene da una famiglia, la famiglia è il punto di partenza di ognuno di noi nella storia, quindi essa è un fondamento. Ma se è un fondamento, se viene prima, non si può fondare la famiglia. Essa è già data prima di noi. 

Ma che cos'è la famiglia? Molti insistono su tre punti che ritengono fondanti la famiglia, costitutivi della famiglia: l'amore. La famiglia è il luogo dell'amore, dei genitori verso il figlio. Secondo: la famiglia è il luogo della prima educazione. Il bambino nasce in una famiglia a partire da un progetto parentale responsabile. E terzo, la famiglia è il luogo del rispetto delle libertà

Ma attenzione, ecco il pensiero di Hadjadj in proposito: "Ecco dunque la conseguenza ineluttabile: pretendendo di fondare la famiglia perfetta sull'amore, l'educazione e la libertà, quel che si fonda, in verità, non è la perfezione della famiglia, bensì l'eccellenza dell'orfanotrofio. E' fuori dubbio: in un eccellente orfanotrofio, si amano i bambini, li si educa, si rispetta la loro persona. In qualche modo si è nella pienezza del progetto parentale, perché prendersi cura dei bambini è il progetto costitutivo di una simile impresa".

In sostanza spiega Hadjadj, "…considerare la famiglia solo a partire dall'amore, dall'educazione e dalla libertà, fondarla sul bene del figlio in quanto individuo e non in quanto figlio e sui doveri dei genitori, in quanto educatori e non in quanto genitori, è proporre una famiglia già de-familiarizzata".

E quindi "…occorre riconoscere dal punto di vista dell'esistenza concreta, che è la famiglia a fondare l'amore, l'educazione e la libertà" e non viceversa. 

Da questo inizio il filosofo prosegue la sua analisi sino a toccare il vertice del significato della parola famiglia, che possiamo definire come "…lo zoccolo carnale dell'apertura alla trascendenza...E' il luogo del dono e della ricezione incalcolabile di una vita che si dispiega con noi ma anche nostro malgrado e ci spinge sempre più avanti nel mistero dell'esistere".

Certamente non siamo abituati oggi a leggere parole come queste riguardo alla famiglia. 

Non è la difesa di una vecchia istituzione un po’ fuori moda quella del filosofo, piuttosto una riflessione personale che si spinge in luoghi una volta di comune sentire (la coscienza), ma oggi totalmente oscurati da una nebbia tecnologica. 

La tecnologia infatti non sempre aiuta la famiglia, il tablet ha sostituito la tavola attorno alla quale la famiglia si riunisce per il pranzo insieme (sempre più raro) o per la cena. 

Ancora il francese: "Con il tablet, la funzione ha la meglio sul dono e la trasmissione tra le generazioni è interrotta. E' l'ultimo grido che deve prevalere. La tecnologia si sostituisce al genealogico. In questa situazione, l'adolescente diventa il capofamiglia. La sua abilità di cavarsela con i software diventa più decisiva dell'esperienza degli anziani - non designando più questo termine qualcosa di venerabile, ma soltanto di vetusto, di superato, da rottamare".

Non andiamo oltre. Chiudiamo la recensione consigliando la lettura di quest’opera, forse non alla portata di tutti per la difficoltà di comprensione di alcuni concetti filosofici che non si leggono tutti i giorni su Facebook, ma che apre la mente a nuove (o forse vecchie) riflessioni.


lunedì 10 agosto 2015

Il tempo presente

Orologio molle nel momento della sua prima esplosione - 1954 - S. Dalì


Viviamo in un periodo storico di grandi cambiamenti e il futuro ci spaventa. Questo è il luogo comune che, come un mantra, sentiamo ripetere e a nostra volta noi stessi ripetiamo, quasi a volerci nascondere dietro di esso per evitare di affrontare l’ignoto. Poiché affrontare la novità, ci porta ansia, preoccupazione, meglio l'ormai conosciuto e metabolizzato tran tran della nostra solita vita, il tanto amato quieto vivere.

Ma è proprio così? E' così vero che quello attuale è un periodo straordinario, fatto di grandi cambiamenti?

Ogni epoca, ogni periodo storico ha avuto accelerazioni e poi anni più "tranquilli", dove i nuovi equilibri si consolidavano per poi dare origine a nuove metamorfosi. E i famigerati cambiamenti altro non sono che gli inevitabili progressi che l'homo sapiens ha compiuto da quando è apparso sulla terra.

Ascoltavo, forzatamente perché ad un passo dalle mie orecchie in metropolitana, due signore non più giovani che ricordavano la propria vita lavorativa e la fatica del viaggio quotidiano in treno, con i frequenti ritardi che non permettevano il ritorno a casa la sera ad un'ora certa. E una delle due signore chiudeva: "E non esistevano neanche i cellulari, ma nessuno a casa si preoccupava. Si sapeva che il treno faceva ritardo. Adesso se mia figlia tarda cinque minuti dal lavoro e non mi avvisa, io sono in pensiero".

Rispetto a trenta, venti anni fa, oggi si sono fatti enormi passi avanti in moltissimi ambiti della vita umana. Abbiamo raggiunto traguardi impensabili anche solo pochi anni addietro, ma questi nuovi traguardi stanno rompendo i vecchi equilibri consolidati del "mondo" precedente e agiscono per creare i nuovi equilibri. Inoltre, anche la crisi economica in atto dal 2007 ha contribuito a modificare le abitudini consolidate del periodo storico precedente. Perché le scelte e gli stili di vita individuali hanno sempre delle conseguenze, interagiscono con l’insieme sociale superiore, sia esso la famiglia, o una comunità di persone prossima, un partito politico per esempio, per poi arrivare all’organismo amministrativo vero e proprio, Comune o Regione, per giungere infine a trasformare le comunità remote, lo Stato e le Unioni di Stati.

Ora, l’essere umano, inserito in questo continuo flusso di cambiamenti che è la vita, cosa può fare per sopravvivere e non essere sopraffatto, non essere annientato da quello che oggi sembra una montagna alta quanto l'Everest, ma che domani potrebbe risultare una semplice collinetta?

L'unico modo è vivere il presente. Non lasciarsi prendere dall'ansia del futuro che non riusciamo ancora a governare, ma che sappiamo dipenderà certamente dalle scelte che compiamo oggi. E non vivere rivolti al passato perché è un luogo vissuto che non possiamo più modificare e i cui frutti stanno già condizionando il nostro presente.

Se ci riappropriamo del tempo presente, allora possiamo camminare senza timori e con la serenità di chi dovrebbe conosce bene il proprio compito quotidiano. E la sera, il buio, la notte, non ci faranno più paura. Perché domani è un nuovo giorno.

In fondo, se ci pensate bene, nessuno ci ha mai chiesto di più.

venerdì 19 giugno 2015

Laudato si'

Settecento novanta anni dopo la stesura del Cantico delle creature, un altro Francesco, questa volta Papa, compone un documento che inizia con le medesime parole di quello scritto dal Santo di Assisi, patrono d’Italia.

Laudato Sì è la lettera enciclica che Papa Francesco, così hanno scritto sui giornali i diversi commentatori professionisti, dedica al tema dell’ecologia, della cura del pianeta. Un’enciclica verde insomma, in sintonia con il politically correct, magari non condiviso da tutti, ma che ha un sensibile seguito nel pensiero attuale. 

In effetti, leggendola, scopriamo che prima di lui, a partire da Giovanni XXIII, anche altri pontefici hanno trattato il tema della salvaguardia del creato. Ma certamente quella di Francesco è la prima enciclica focalizzata sul tema ecologico e nel primo capitolo viene messa in evidenza, senza tacere nulla, la situazione attuale: inquinamento, rifiuti, cultura dello scarto, riscaldamento climatico, gli oceani, la questione dell’acqua, la perdita delle biodiversità. Ogni argomento è approfondito e analizzato nelle sue conseguenze sull’essere umano e sulla qualità della vita umana. 

Ma poi, cosa succede? Dove ci vuole portare l’enciclica del Papa. Dentro al nocciolo della questione, al centro del problema ecologico che stiamo vivendo oggi.

“A nulla ci servirà descrivere i sintomi, se non riconosciamo la radice umana della crisi ecologica. Vi è un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla. Perché non possiamo fermarci a riflettere su questo? Propongo pertanto di concentrarci sul paradigma tecnocratico dominante e sul posto che vi occupano l’essere umano e la sua azione nel mondo” [101].

E’ l’essere umano il punto di partenza per affrontare la crisi che stiamo vivendo, questo ci sta dicendo il Papa. 

“Si tende a credere che «ogni acquisto di potenza sia semplicemente progresso, accrescimento di sicurezza, di utilità, di benessere, di forza vitale, di pienezza di valori», come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia. Il fatto è che «l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza», perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza. Ogni epoca tende a sviluppare una scarsa autocoscienza dei propri limiti. Per tale motivo è possibile che oggi l’umanità non avverta la serietà delle sfide che le si presentano, e «la possibilità dell’uomo di usare male della sua potenza è in continuo aumento» quando «non esistono norme di libertà, ma solo pretese necessità di utilità e di sicurezza»” [105].

Nei capitoli successivi il Santo Padre analizza i rapporti tra il malessere che il nostro pianeta attraversa in questo periodo e la situazione umana che non sembra vivere in tempi migliori.

“Quando non si riconosce nella realtà stessa l’importanza di un povero, di un embrione umano, di una persona con disabilità – per fare solo alcuni esempi –, difficilmente si sapranno ascoltare le grida della natura stessa. Tutto è connesso. Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola, perché «Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura.” [117]

Non c’è vera ecologia senza vera antropologia: questo ci sta dicendo il Papa.

“Quando l’essere umano pone sé stesso al centro, finisce per dare priorità assoluta ai suoi interessi contingenti, e tutto il resto diventa relativo. Perciò non dovrebbe meravigliare il fatto che, insieme all’onnipresenza del paradigma tecnocratico e all’adorazione del potere umano senza limiti, si sviluppi nei soggetti questo relativismo, in cui tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi immediati. Vi è in questo una logica che permette di comprendere come si alimentino a vicenda diversi atteggiamenti che provocano al tempo stesso il degrado ambientale e il degrado sociale” [122].

Ecco che allora dimenticarsi dell’ambiente si collega alla mancanza di cura degli ambiti nei quali si svolge la vita degli uomini: basta pensare a certi quartieri degradati nelle periferie delle nostre città.

Questo ha in mente il Papa: un’ecologia integrale, cioè umana.

“L’ecologia studia le relazioni tra gli organismi viventi e l’ambiente in cui si sviluppano. Essa esige anche di fermarsi a pensare e a discutere sulle condizioni di vita e di sopravvivenza di una società, con l’onestà di mettere in dubbio modelli di sviluppo, produzione e consumo” [138].

L’uomo deve trovare il coraggio di ripensare ai propri modelli di sviluppo, economici e sociali se vuole invertire la rotta del degrado ambientale, altrimenti questo degrado continuerà sino a portarci alla distruzione definitiva delle risorse del pianeta.

“D’altra parte, la crescita economica tende a produrre automatismi e ad omogeneizzare, al fine di semplificare i processi e ridurre i costi. Per questo è necessaria un’ecologia economica, capace di indurre a considerare la realtà in maniera più ampia. Infatti, «la protezione dell’ambiente dovrà costituire parte integrante del processo di sviluppo e non potrà considerarsi in maniera isolata». Ma nello stesso tempo diventa attuale la necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai diversi saperi, anche quello economico, per una visione più integrale e integrante. Oggi l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, e dalla relazione di ciascuna persona con sé stessa, che genera un determinato modo di relazionarsi con gli altri e con l’ambiente”. [141]

E qui sono chiamati in causa amministratori pubblici, architetti, ingegneri, economisti, ma anche filosofi, insegnanti, tutti coloro che hanno le competenze e il potere per cambiare lo status quo. 

“L’ecologia umana è inseparabile dalla nozione di bene comune, un principio che svolge un ruolo centrale e unificante nell’etica sociale. E’ «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». [156]

E’ anche una questione di giustizia tra generazioni quella che Papa Francesco vuole mettere in evidenza:

“La nozione di bene comune coinvolge anche le generazioni future. Le crisi economiche internazionali hanno mostrato con crudezza gli effetti nocivi che porta con sé il disconoscimento di un destino comune, dal quale non possono essere esclusi coloro che verranno dopo di noi. Ormai non si può parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà fra le generazioni. Quando pensiamo alla situazione in cui si lascia il pianeta alle future generazioni, entriamo in un’altra logica, quella del dono gratuito che riceviamo e comunichiamo. Se la terra ci è donata, non possiamo più pensare soltanto a partire da un criterio utilitarista di efficienza e produttività per il profitto individuale. Non stiamo parlando di un atteggiamento opzionale, bensì di una questione essenziale di giustizia, dal momento che la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno”. [159]

La crisi dell’uomo contemporaneo è profonda. Esso non si rende più conto del legame che lo unisce alla terra da cui è stato generato e che ha ricevuto in dono:

“La difficoltà a prendere sul serio questa sfida è legata ad un deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico. L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con le crisi dei legami familiari e sociali, con le difficoltà a riconoscere l’altro. Molte volte si è di fronte ad un consumo eccessivo e miope dei genitori che danneggia i figli, che trovano sempre più difficoltà ad acquistare una casa propria e a fondare una famiglia. Inoltre, questa incapacità di pensare seriamente alle future generazioni è legata alla nostra incapacità di ampliare l’orizzonte delle nostre preoccupazioni e pensare a quanti rimangono esclusi dallo sviluppo. Non perdiamoci a immaginare i poveri del futuro, è sufficiente che ricordiamo i poveri di oggi, che hanno pochi anni da vivere su questa terra e non possono continuare ad aspettare. Perciò, «oltre alla leale solidarietà intergenerazionale, occorre reiterare l’urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà intragenerazionale”. [162]

Cosa possiamo fare per uscire dalla situazione attuale? Occorre un cambio di mentalità, sia a livello personale che comunitario. I politici in questo senso hanno un ruolo fondamentale, più volte ricordato dal Papa:

“Abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi. Molte volte la stessa politica è responsabile del proprio discredito, a causa della corruzione e della mancanza di buone politiche pubbliche. Se lo Stato non adempie il proprio ruolo in una regione, alcuni gruppi economici possono apparire come benefattori e detenere il potere reale, sentendosi autorizzati a non osservare certe norme, fino a dar luogo a diverse forme di criminalità organizzata, tratta delle persone, narcotraffico e violenza molto difficili da sradicare. Se la politica non è capace di rompere una logica perversa, e inoltre resta inglobata in discorsi inconsistenti, continueremo a non affrontare i grandi problemi dell’umanità. Una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale. Una politica sana dovrebbe essere capace di assumere questa sfida”. [197]

Ma la politica da sola non basta. E’ il cuore dell’uomo che deve domandare il cambiamento.

“Quando le persone diventano autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza, accrescono la propria avidità. Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possibile che qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite. In questo orizzonte non esiste nemmeno un vero bene comune. Se tale è il tipo di soggetto che tende a predominare in una società, le norme saranno rispettate solo nella misura in cui non contraddicano le proprie necessità. Perciò non pensiamo solo alla possibilità di terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma anche a catastrofi derivate da crisi sociali, perché l’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca”. [204]

Non tutto è perduto. L’uomo è capace di scegliere tra il bene e il male e può quindi decidere di cambiare il proprio stile di vita, l’uomo è capace di rigenerarsi. Siamo di fronte ad una vera e propria sfida educativa.

“Gli ambiti educativi sono vari: la scuola, la famiglia, i mezzi di comunicazione, la catechesi, e altri. Una buona educazione scolastica nell’infanzia e nell’adolescenza pone semi che possono produrre effetti lungo tutta la vita. Ma desidero sottolineare l’importanza centrale della famiglia, perché «è il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di un’autentica crescita umana. Contro la cosiddetta cultura della morte, la famiglia costituisce la sede della cultura della vita». Nella famiglia si coltivano le prime abitudini di amore e cura per la vita, come per esempio l’uso corretto delle cose, l’ordine e la pulizia, il rispetto per l’ecosistema locale e la protezione di tutte le creature. La famiglia è il luogo della formazione integrale, dove si dispiegano i diversi aspetti, intimamente relazionati tra loro, della maturazione personale. Nella famiglia si impara a chiedere permesso senza prepotenza, a dire “grazie” come espressione di sentito apprezzamento per le cose che riceviamo, a dominare l’aggressività o l’avidità, e a chiedere scusa quando facciamo qualcosa di male. Questi piccoli gesti di sincera cortesia aiutano a costruire una cultura della vita condivisa e del rispetto per quanto ci circonda”. [213]

Anche l’educazione al bello contribuisce al cambiamento dello stile di vita e genera rispetto al posto del degrado.

“In questo contesto, «non va trascurata […] la relazione che c’è tra un’adeguata educazione estetica e il mantenimento di un ambiente sano». Prestare attenzione alla bellezza e amarla ci aiuta ad uscire dal pragmatismo utilitaristico. Quando non si impara a fermarsi ad ammirare ed apprezzare il bello, non è strano che ogni cosa si trasformi in oggetto di uso e abuso senza scrupoli”. [215]

La crisi ecologica ci propone in definitiva una vera e propria conversione ecologica interiore.

“Tuttavia, non basta che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come quella che affronta il mondo attuale. I singoli individui possono perdere la capacità e la libertà di vincere la logica della ragione strumentale e finiscono per soccombere a un consumismo senza etica e senza senso sociale e ambientale. Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali: «Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni». La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria”. [219]

Il finale dell’Enciclica è un richiamo profondo, accorato alla riscoperta per il cristiano, per il credente, del significato dell’Amore divino che ci ha donato il proprio Figlio per testimoniare l’unitarietà tra questa terra, ora bistrattata e il Cielo.

In conclusione: un documento che merita un’attenta lettura e che pone al cuore dell’uomo contemporaneo, credente o non credente, domande scomode, ma proprio perché scomode, domande vere, nei confronti delle quali rimane difficile restare indifferenti.


domenica 19 aprile 2015

L'inevitabile certezza


Caravaggio, La vocazione di San Matteo



Ci sono parole al giorno d’oggi il cui significato risulta di difficile comprensione o forse, meglio, non si comprendono più in quanto vengono percepite come legate ad un tempo passato, superato dagli avvenimenti, dalla storia, dal tempo appunto; risultano in sostanza fuori moda.

Una di queste parole è la parola certezza.

Mentre anche solo un secolo fa la parola certezza appariva come fonte positiva, costitutiva dell’agire umano (se non eri certo di qualcosa, come potevi muoverti?) oggi la stessa viene vista come fonte di chiusura, di immobilismo. La certezza viene vista come un minerale, un fossile. Una persona certa non si mette in discussione, non dialoga, rimane immobile. La certezza fa paura, è fuori moda.

Le ideologie del XX secolo hanno prodotto la distruzione della libertà individuale e di quella collettiva di interi popoli. 

Quindi oggi l’uomo certo ci appare irrigidito nel suo orgoglio e nella sua intolleranza, come un uomo morto.

E’ vero, viviamo nell’epoca delle incertezze. Questa è una certezza!

Siamo nell’epoca del relativismo. Ma la certezza è inevitabile, l’abbiamo appena letto. Senza un minimo di certezza, non possiamo vivere. Non possiamo alzarci alla mattina e fare un passo. Quando parliamo di certezza dal punto di vista esistenziale, la parola certezza non va associata ad un minerale, statico, ma piuttosto alla possibilità del movimento, ad un cammino.

Quello che blocca il cammino, la vita, non è la certezza, ma il dubbio. Un uomo che dubiti della solidità di un ponte non lo attraverserà mai, starà fermo a guardarlo. I teorici dello scetticismo, sono sempre conformisti nella vita pratica. Non cambiano nulla. E’ solo la certezza che mette in movimento. 

Ma chi ci garantisce che la certezza non riproduca i disastri prodotti dal nazismo e dal comunismo nel XX secolo? La vera certezza non può fondarsi su un sentimento interiore, soggettivo o collettivo che sia. Perché dopo un po’, il sentimento muterebbe e non sarebbe più certo, ma diventerebbe incerto.

Il nostro tempo, il tempo moderno, è il tempo del crollo del progressismo, della morte dell’umanesimo. Se fino a pochi decenni fa si affermava Dio è morto, oggi possiamo affermare l’Uomo è morto. La parola moderno significa recente, dei nostri giorni. 

La rottura del legame con il passato, con la tradizione di un tempo, ha ridotto il tempo moderno al culto del recente, alla moda. La moda che va continuamente fuori moda. Nella moda non c’è veramente nulla di nuovo. La moda è il culto di ciò che sarà antiquato e fuori moda tra dodici mesi. 

Chi di noi possiede oggi un iPhone6 è di moda, tra dodici mesi, quando uscirà l’iPhone7, sarà fuori moda.

Ma c’è ancora qualcosa, esiste oggi un’inevitabile certezza moderna cui l’uomo del nostro tempo e quello di domani potranno guardare e abbracciare per vivere e che non andrà fuori moda?
 

domenica 5 aprile 2015

Christianity is better




Christianity is better, il cristianesimo è meglio.

Questo slogan incomincia a circolare sulle bocche e negli articoli dei maitre à penser soprattutto da quando la violenza di una parte dei fedeli di religione musulmana, una minima parte per fortuna, ha iniziato una nuova guerra di religione per imporre la propria visione del mondo al mondo.

Certo, i massacri di esseri umani, senza alcuna motivazione se non quella di essere fedeli di altre religioni, la distruzione dei segni millenari lasciati dalle civiltà che si sono succedute sulla terra gridano vendetta agli occhi di chiunque abbia ancora dentro di sé un barlume anche minimo di umanità.

Tra tutte le fedi religiose perseguitate, sembra che ai cristiani sia riservato un trattamento speciale dai tagliagole jihadisti e non c’è da stupirsi. Il cristianesimo è l’unica fede che predica di amare i propri nemici ed è l’unica che ha la pretesa di trovare il proprio fondamento nell’azione stessa di Dio che è entrato per mezzo del proprio Figlio nella storia dell’uomo. Questa pretesa cristiana è uno scandalo per le altre fedi religiose, soprattutto per quelle più radicali che hanno anch’esse la pretesa, questa volta totalmente umana, di essere depositarie della Verità. E poi amare i propri nemici è cosa impossibile per un essere umano. Solo ad un Dio totalmente Amore che abbia condiviso la condizione di essere uomo su questa terra è stato possibile vivere questo sentimento e lasciarcelo in eredità. E’ il mistero della Croce del Venerdì Santo e il Mistero della Resurrezione che celebriamo in questa giornata.

Il Cristianesimo è meglio. Fa piacere che gli intellettuali che cercano di indirizzare le nostre menti e le nostre coscienze, si stiano accorgendo che sostenere l’omologazione del pensiero non è la strada giusta da percorrere. Non è così che funziona. Ma il Cristianesimo non è solo quello che predica l’amore tra gli uomini e la pace come valore universale. Il Cristianesimo è anche difesa della vita ad ogni costo, quindi no all’aborto e all’eutanasia. Il cristianesimo è difesa della famiglia come cellula fondante la società umana, famiglia composta da un uomo, una donna ed aperta alla procreazione di nuovi esseri umani. Senza procreazione l’umanità è destinata ad estinguersi. Sembra banale ma oggi sono altri gli aspetti che vengono presi in considerazione quando si parla di famiglia. Il cristianesimo è anche difesa totale della libertà rispettosa della dignità personale. Tra queste libertà una particolarmente bistrattata è la libertà di educazione che molto spesso invece viene osteggiata da chi pretende di controllare il pensiero del mondo.

Allora del cristianesimo o si prende tutto, si abbraccia il pensiero nel suo complesso oppure è comodo sostenerlo contro l’islam radicale e poi combatterlo quando sono in gioco altri interessi. 

A questo punto viene spontanea una domanda: Christianity is better è l’ennesimo slogan momentaneo, frutto di una reazione emotiva ai violenti accadimenti posti in atto da quei musulmani che hanno abbracciato una nuova guerra santa oppure è il risultato di un reale cambiamento di approccio al pensiero cristiano? 

Ci auguriamo la seconda ipotesi, ma temiamo che sia in realtà il frutto della prima.



martedì 20 gennaio 2015

Ritorno alle origini

Mont St. Michel: una meraviglia dell'Europa cristiana


I tragici fatti di Parigi hanno posto con urgenza il tema del rapporto tra il nostro mondo e il mondo islamico, chiaramente quello "moderato", sino ad ora forse considerato da noi occidentali un mondo di serie B.

L'islam è una religione seguita da miliardi di persone, ma dal punto di vista strategico non condiziona, non coinvolge i popoli degli attuali Paesi leader: Stati Uniti, Cina, Russia, India. Non per questo il popolo dell'Islam va sottovalutato perché forse, ad oggi, sono i musulmani le persone più religiose al mondo, nel senso che riconoscono la propria vita come dipendente da un Dio unico creatore, dal quale discendono le leggi, i precetti, i comandamenti che permettono all'uomo di vivere la propria vita in sintonia con il Padre celeste, prosperando sulla terra.

Ma questo senso religioso islamico cosa significa per noi, uomini occidentali? E' evidente che il popolo dell'islam ci richiama a quello che per noi ha importanza, rappresenta il nostro sistema valoriale, la nostra visione della vita. Ma è in grado l'uomo occidentale del XXI secolo di tenere testa alla sfida lanciatagli dall'uomo islamico?

Dopo la cristianizzazione dell'Europa, le crociate, le guerre di religione, la presa del potere nel pensiero dominante della Ragione a scapito della Religione, l'affermarsi del positivismo, dello scientismo, dopo la nascita e la morte dei diversi totalitarismi, cosa è rimasto dell'uomo occidentale? A quali Valori, Idee, Pensieri può aggrapparsi per dialogare con l'uomo islamico? Su quale Dio può contare per giustificare, far valere e difendere il proprio mondo?

La sensazione è che pochi lo sappiano.

Il rischio allora è che a prevalere nel dibattito religioso, culturale e quindi alla fine politico, sia l'uomo musulmano.

La realtà che stanno vivendo le nostre città è ben visibile agli occhi di tutti: sempre più famiglie di religione musulmana, con molti figli, che vivono e crescono pacificamente, mantenendo la loro fede e le loro usanze. I figli di questi emigrati nascono cittadini italiani, francesi, tedeschi, cittadini europei, ma rimangono musulmani.

Allora è evidente che tra dieci, venti anni, si porrà un problema forte di convivenza nelle nostre strade, nelle nostre città. Questa parte di popolazione di religione islamica ma di nazionalità europea che abiterà nei nostri Paesi legittimamente vorrà poter esercitare il diritto a svolgere la propria pratica religiosa. E noi uomini occidentali, saremo chiamati, quotidianamente, a scontrarci con una visione della vita diversa dalla nostra, in alcuni casi opposta.

L'integrazione va bene, ma presuppone che colui che integra conosca bene il soggetto da accogliere e ad oggi il mondo islamico non è conosciuto dai cittadini europei. Secondo, presuppone che l'integrato abbia desiderio di farsi integrare, cosa al momento distante nei fatti.

Se non ritorniamo alle nostre origini, al significato, al perché noi siamo, ci sentiamo diversi dagli uomini musulmani, rischiamo di perdere in un futuro ormai prossimo, molto più della nostra identità, della nostra storia, della nostra cultura, rischiamo di perdere la nostra stessa libertà. 



mercoledì 24 settembre 2014

L'uomo del nostro secolo saprà trovare la felicità?

"Senza titolo" di Edward Hopper, 1942 - 43 


Qual è il filo rosso che collega l’introduzione nel “mondo” cristiano di istituzioni come il divorzio e l’aborto? Che cosa unisce le attuali tendenze che danno voce a richieste quali la dolce morte, per anziani malati, ma anche ormai per bambini piccolissimi, alla campagna a favore della possibilità di scegliersi e produrre il proprio figlio in provetta, anche da parte di coppie omosessuali?

La parola che prova a spiegare tutto ciò è la parola secolarizzazione. 

Essa è insita nel concetto di mondo cristiano appena citato, in quanto derivata della parola secolo, cioè lungo spazio di tempo e per estensione, Mondo, cosa mondana. La secolarizzazione è quindi un fenomeno collegabile al concetto stesso di cristianesimo, di religione cristiana. 

Geograficamente, il primo “mondo” cristiano in cui il processo ha avuto origine è stato l’Europa. Quello che ha contraddistinto il continente europeo non sono stati però confini geografici o politici, bensì le idee, cioè una certa concezione dell’uomo, della vita, del lavoro, della felicità che si sono sviluppate storicamente in quella parte di mondo. Pensiamo alla filosofia greca, al diritto romano e allo sviluppo che hanno avuto in Europa le due grandi religioni nate in Asia, l’ebraismo e il cristianesimo. 

Ciò che ha differenziato l’uomo europeo non è stato l’appartenenza ad una tribù, ad un gruppo etnico, ma l’uso che ha fatto delle idee, della ragione. E dall'incontro tra cristianesimo e ragione è nata quella miscela esplosiva che per secoli ha caratterizzato positivamente la vita dei popoli europei. Da quest’incontro nasceranno la cultura, l’arte, il diritto e l’economia europea. Tutto questo per più di mille anni. 

Storicamente, possiamo datare l’inizio del processo di secolarizzazione della società europea con la Riforma di Lutero. L’Europa, che ha assistito al matrimonio tra Fede e Ragione, ne è anche stata l’artefice del suo divorzio. Illuminismo e Positivismo porteranno avanti convinti la separazione sempre più marcata tra il destino dell’uomo e quello di Dio, all’inizio senza negarne l’esistenza. “Dio non c’entra con la vita dell’uomo” descrive bene la situazione il teologo Cornelio Fabro. 

E arriviamo ai nostri anni. Per quanto ci consta, la secolarizzazione è un fenomeno umano che ha avuto delle cause fondanti e sta avendo il suo sviluppo nella contemporaneità, proprio in questo nostro tempo.

Molti vedono nella secolarizzazione, e non a torto, un processo in cui l’uomo si auto fonda, non riconoscendo più il proprio legame con Dio, il bisogno del rapporto con la trascendenza. Un uomo che cerca di governare da solo il proprio destino. Tutti gli esempi posti all’inizio dell’articolo vanno in questa direzione. La tecnica raggiunta dagli scienziati sembra sostenere questo desiderio dell’uomo di non aver più bisogno di Dio per gestire la propria vita. Da questo punto di vista, proprio in questi anni stiamo assistendo all’apoteosi della secolarizzazione. L’uomo secolarizzato ha abbandonato il suo Unico riferimento per ritrovarsi a fare i conti con i suoi mille desideri e si è perso nella “selva oscura” della sua ragione. 

Ma forse c’è un altro punto di vista da cui guardare la parola secolarizzazione. Occorre partire dal rapporto che Dio Padre ha verso gli uomini. In quanto Padre, Dio non può che desiderare la pienezza di vita e di libertà dell’uomo, come ogni padre umano desidera ciò per il proprio figlio. La storia dell’umanità, della secolarizzazione può allora essere vista come la crescita dell’umano, della sua consapevolezza, della sua libertà di scelta di stare o non stare in rapporto con Dio Padre. 

Ecco che allora, da questo punto di vista, la parola secolarizzazione diventa il tentativo dell’uomo “adolescente” di staccarsi da Dio Padre per vedere se le sue forze sono sufficienti per camminare e governare da solo il Mondo. Ma ce la farà quest’uomo, in balia della sua ragione, a giungere alla meta tanto desiderata, la felicità?

Da come l’Europa, il “mondo” ormai non più cristiano sembrano essersi organizzati negli ultimi decenni, sorgono molti dubbi…