Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

Visualizzazione post con etichetta Donald Trump. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Donald Trump. Mostra tutti i post

sabato 4 febbraio 2017

Piccoli Trump crescono



Negli USA, i primi dieci giorni di governo del presidente Trump:
  • ·         abolizione della riforma sanitaria di Obama, termine del sostegno finanziario alle associazioni che sostengono l’aborto, avvio della costruzione del muro lungo il confine con il Messico, applicazione di dazi su prodotti di aziende statunitensi fabbricati all’estero e venduti negli USA, alleanza politica strategica con il Regno Unito del dopo Brexit, divieto per quattro mesi di ingresso negli USA per i cittadini di sette Paesi islamici per supposto rischio terrorismo, avvertimenti più o meno velati a Israele, Iran e Australia di non intralciare il nuovo corso della politica americana, abolizione delle norme a tutela dell’inquinamento atmosferico, riapertura delle miniere di carbone. A ciascuno la sua valutazione…

In Italia:

  • ·         dati sulla disoccupazione in crescita, quella giovanile supera nuovamente il 40%, nonostante il Jobs Act (forse una causa di questo aumento potrebbe derivare dal fatto che i genitori di questi giovani andranno in pensione a settant’anni?).
  • ·         Il problema principale delle forze politiche rimane quello se votare nel 2017 o nel 2018 e con quale legge elettorale. Se consideriamo che in questo Parlamento esistono 18 gruppi parlamentari, le proposte di legge elettorale che sono oggetto di analisi e accese discussioni sui mezzi di informazione e sui social sono circa una trentina…
  • ·         Ancora: il caso dell’azienda K-Flex, esempio di successo dell’imprenditoria italiana. A cosa sta pensando la proprietà: delocalizzare la produzione dello stabilimento italiano (il primo nato del gruppo Spinelli) in Polonia, mettendo così a rischio il posto di lavoro di 250 persone. Per completezza di informazione: il gruppo Spinelli non versa in cattive acque, ma anzi vanta una posizione di leader mondiale nella produzione di isolanti termici e acustici e nel 2014 ha emesso un bond da 100 milioni di euro con scadenza 2020 che è stato sottoscritto da 40 investitori istituzionali, allo scopo di finanziare proprio lo sviluppo internazionale del gruppo. Solo che, crediamo, i lavoratori non si immaginassero che la proprietà volesse trasferire lo sviluppo dello stabilimento italiano all’estero…


Al di là di come finirà la vicenda della K-Flex (noi speriamo bene per i 250 lavoratori italiani e le loro famiglie), questo purtroppo è solo l’ultimo caso di una interminabile delocalizzazione di aziende che ha colpito in questi anni il nostro Paese a favore di Paesi, molto spesso, appartenenti alla stessa Unione Europea, nel totale silenzio di quasi tutta la classe politica italiana.

Come possiamo pensare che il tasso di disoccupazione nel nostro Paese diminuisca se non facciamo nulla per evitare che le nostre aziende di punta, le nostre eccellenze imprenditoriali decidano di spostare la produzione in Paesi che, evidentemente, offriranno alle aziende medesime, migliori servizi e migliori condizioni per realizzare il business?

Ma la beffa maggiore, a nostro parere, risiede nel fatto che questa concorrenza sleale e immorale, non proviene da Paesi lontani da noi e in via di sviluppo, che cercano con ogni mezzo di procurare lavoro ai propri cittadini bisognosi di tutto, ma da quegli stessi Paesi cui solo pochi anni fa abbiamo aperto con generosità le porte dell’Unione ed ora utilizzano le agevolazioni messe loro a disposizione, a danno di Paesi come l’Italia, che sta attraversando un momento di crisi economica e sociale prolungato.

È quindi evidente che l’Europa così come l’abbiamo costruita, con queste regole e queste dinamiche, non funziona. Non stiamo parlando di neo assistenzialismo, ma di nuove regole del gioco che tengano conto delle differenze in termini di costo dei servizi offerti nei diversi Paesi dell’Unione (tassazione, costo energia, costo trasporti, costo lavoro). Anche perché non dimentichiamoci che la moneta, quella sì, è già unica...

Se non porremo un freno a questo esodo imprenditoriale, finirà che tra venti anni, l’Italia si sarà trasformata nella Polonia del 1989 e la Polonia sarà la protagonista del nuovo boom economico dell’Europa dell’Est. Sia chiaro, non abbiamo nulla contro la Polonia, né contro gli altri Paesi membri della UE, ma semmai contro le politiche miopi e non più sostenibili della Commissione europea. 

Ultima considerazione: dopo il Regno Unito, non possiamo escludere che altri Paesi, tiepidi nei confronti dell’Europa, accarezzino la tentazione di provare un dietro front e abbandonare l’Unione. E allora sì che nuovi piccoli Trump cresceranno…
  
     

venerdì 20 gennaio 2017

Il New Deal trumpiano



Come penso moltissimi milioni di persone in tutto il mondo, sono reduce dall’aver seguito in televisione l’insediamento del 45° Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Che dire: personaggio più diverso dal suo predecessore, Barack Obama, il neo Presidente non poteva essere.

Basterebbe un'occhiata ai due profili Twitter per farsi subito un’idea delle distanze.

Il profilo di Trump si riassume in questi numeri:
  • iscritto dal marzo 2009
  • 34.300 tweet
  • 42 following (persone che lui segue)
  • 20,7 milioni di follower (persone che lo seguono)

Il profilo di Obama invece:
  • iscritto dal marzo 2007
  • 15.400 tweet
  • 632.000 following
  • 80,9 milioni di follower 

Le differenze sono sotto gli occhi di tutti: quelli di Trump sono fissi sul suo ombelico (formato da 42 persone, metà suoi familiari, tutti statunitensi), quelli di Obama sono spalancati sul mondo e il mondo lo ricambia seguendolo (quasi 81 milioni di persone contro i 21 che seguono il neo president).

Trump esterna tweet a ripetizione, praticamente uno ogni volta che gli viene in mente un pensiero degno di nota, secondo lui (circa 12 tweet al giorno, dalla data di creazione del profilo), mentre Obama è più riflessivo nell’uso dello strumento (4 tweet in media al giorno).

Rileggendo (http://www.corriere.it/Speciali/Esteri/2009/Discorso_Obama/) il discorso di insediamento di Obama di 8 anni fa, le parole che ritornano sono correre rischi, fatiche di uomini e donne, lotta, sacrificio, ovunque guardiamo c’è lavoro da fare, bene comune.

Viceversa ( http://www.corriere.it/esteri/17_gennaio_20/trump-discorso-insediamento-presidente-usa-f07d48f4-df2d-11e6-ac31-10863be346e7.shtml)  il discorso di questo pomeriggio di Trump ha indubbiamente un taglio populista, in continuità con i temi della sua campagna elettorale, terminata tre mesi fa. Gli slogan utilizzati: torneremo a fare grande l’America, il potere passa al popolo, riportare a casa il lavoro, cancellare il radicalismo islamico, american dream, american first.

Cosa farà da domani il neo Presidente? In pochi oggi lo sanno, ma sicuramente il personaggio tirerà dritto perseguendo il suo programma che è risultato quello scelto dalla maggioranza degli americani.

E qui veniamo alla fine del mandato di Obama: dopo otto anni di Obama policy, cosa resta di lui all’America? Probabilmente meno di quello che gli americani si aspettavano da un uomo che nel 2008 aveva vinto le elezioni con una grandissima aspettativa, primo Presidente di colore, originario di una famiglia della classe media, giovane e convincente con quel suo motto Yes, we can, aveva ringalluzzito gli americani dopo la batosta di una crisi economica che aveva lasciato il segno.

Nel 2009 il premio Nobel per la Pace lo aveva definitivamente lanciato nella classifica delle aspettative come l’uomo che tutto poteva, ma dopo otto anni i risultati ottenuti sono in realtà deludenti. Forse quelli più lusinghieri Obama li ha ottenuti sul fronte interno, con l’approvazione dell’Obama Care che però ha portato ad un aumento delle tasse per tutti gli americani che hanno continuato a pagarsi una polizza sanitaria extra privata e con la politica economica portata avanti grazie a forti investimenti pubblici e con l’aiuto di stimoli finanziari che di fatto hanno interrotto la crisi e fatto ripartire l’occupazione. 

Nella politica di Obama era centrale il coinvolgimento degli storici partner alleati degli USA, Europa in primis, mentre con gli amici/nemici Russia e Cina negli otto anni si è scontrato su diversi scenari internazionali. Infine, un punto che sicuramente gioca a favore di Obama è stato quello di riportare gli USA ad un’autosufficienza energetica, la stessa che permetterà ora a Trump di poter fare a meno di occuparsi attivamente degli scenari mediorientali. 

Dove Obama ha fallito è stato in politica estera e nella lotta al terrorismo. Nonostante l’uccisione di Osama Bin Laden, nemico giurato numero uno degli USA, il terrorismo ha continuato a dilagare e nuovi gruppi, Isis in testa sono subentrati e sono ben lungi dall’essere sconfitti. Per non parlare delle primavere arabe: dovevano portare la democrazia nei Paesi del Nord Africa e il risultato è stato: più guerre, più civili morti, più dolore e Stati ancora in bilico tra un ritorno alla normalità di una nuova dittatura che ha sostituito la precedente (vedi Egitto) oppure Stati ancora coinvolti in guerre civili (vedi Libia) o Stati che non esistono più (vedi Siria). Per non parlare di punti di tensione come il Medio Oriente, Israele – Palestina o la Corea del Nord che restano senza soluzioni definitive. L’unico passo in avanti è stato fatto nel rapporto con l’Iran dopo aver preteso e ottenuto la fine della corsa al nucleare bellico di quel Paese. Poca cosa in otto anni da un uomo con quel potenziale di autorità e autorevolezza da spendere.

Ma forse tutto questo non ha nulla a che vedere con la vittoria di Trump del novembre scorso. Ci sono momenti della storia dove gli americani sentono il bisogno di rinchiudersi in loro stessi e di coccolarsi nel loro sogno di americani: dove la frontiera è quella che corre verso Ovest, ma si ferma alla California e non oltrepassa il Pacifico. Questo è uno di quei momenti e Trump ha fiutato il cambiamento che era in atto già da alcuni anni nel popolo americano e lo ha cavalcato. Gli errori compiuti dai Democratici in campagna elettorale hanno fatto il resto.

A questo punto, occorre che noi europei iniziamo a rendercene conto da subito, perché l’uomo non aspetterà a prendere le sue iniziative. Forse è quello che serviva anche a noi. Con Trump Presidente o l’Unione europea ritrova le ragioni per cui esiste e per cui è stata pensata dai suoi padri fondatori, subito dopo l’immane sciagura della Seconda Guerra mondiale, oppure l’era Trump potrebbe trasformarsi in una spallata definitiva alla sua esistenza. 

E se così fosse, ricordo quello che pensava il filosofo napoletano Giambattista Vico. Egli sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza. Qui, nel nostro blog, siamo abituati ad essere più modesti, e non scomodiamo certamente la Divina Provvidenza. Riteniamo che sia sufficiente l’umana scelleratezza…

lunedì 19 dicembre 2016

L'uccellino nella cacca...



Primo: Non è detto che chi ti ricopre di merda sia un tuo nemico!

Secondo: Non è detto che chi ti tira fuori dalla merda sia un tuo amico!

E terzo: Ma è sicuro che quando sei ricoperto dalla merda, ti conviene tenere la bocca chiusa!

L’avrete sicuramente riconosciuto, il finale di quel famoso film, Il mio nome è Nessuno interpretato da quella coppia di grandissimi attori quali sono Henry Fonda e Terence Hill.

Ebbene sì, di solito le favole stanno in fondo ai racconti e ancor più la morale arriva al termine della favola. Ma per scrivere questo post ho deciso di partire dalla fine.

Che cosa ci lascerà in eredità questo 2016 ormai vicino alle porte girevoli dell’uscita?

Ripercorriamo velocemente i mesi appena passati sopra le nostre teste mentre noi eravamo intenti a lavorare (o a cercare un lavoro), a fare la spesa (o fare la coda per un pasto caldo), a organizzare il nostro matrimonio (o il nostro divorzio), a procreare la nostra creatura (o ad attendere un intervento di interruzione di gravidanza) insomma mentre noi eravamo intenti a vivere la nostra vita.

La prima questione che salta alle nostre menti è quella relativa al terrorismo, di matrice islamica ma non solo. Quello accaduto a Berlino, ai mercatini di Natale è solo l’ultimo atto di una scia ininterrotta di sangue che ha macchiato l’intero pianeta, nessun continente escluso.

Come porre termine a questo fenomeno?

Il secondo lascito di questo 2016 è una situazione climatica ambientale che ormai appare sempre più evidentemente compromessa. Gli esempi non sono necessari.

Come porre fine a questo fenomeno?

Il terzo e ultimo fronte aperto nel 2016 è, a nostro giudizio, quello del progressivo deterioramento economico sociale di larghe fasce di popolazione di cui la Brexit in Europa e l’elezione di Trump negli USA ne sono gli effetti sul lato pratico.

Come porre termine a questo fenomeno?

Mi spiace, ma le risposte, se mai ci fossero, non le troverete in questo post. Mi piacerebbe però che dopo aver letto questo articolo ciascun lettore ripensasse al suo 2016 e provasse a darsi lui una risposta a questi tre quesiti.

Sarebbe già un piccolo grande passo in avanti verso una soluzione al momento lontana.

E poi, non dimenticate la morale iniziale: chi è veramente nostro amico e chi il nostro nemico? 

Ma, soprattutto, prima di aprire la bocca, collegare il cervello, prego!


sabato 19 novembre 2016

Perché il PIL non cresce...



Perché il PIL dell’Italia non cresce?

Provo a dare una risposta, raccontandovi una storia vera.

Me l’ha riferita un mio conoscente, che chiameremo Giovanni (nome di fantasia) che fa il barbiere in una cittadina vicino a Milano.

Giovanni ha poco più di 30 anni, sposato, la moglie dipendente pubblica ha un contratto a tempo indeterminato. La coppia ha una bimba in età di scuola elementare. Dopo aver frequentato la scuola professionale per diventare parrucchiere, Giovanni ha lavorato come garzone in un locale (una vetrina su strada) che poi ha rilevato quando il precedente titolare è andato in pensione.

Lavora da solo, senza aiuti, in questo negozio da circa dieci anni, con una clientela ormai consolidata. Il negozio è posto in una via di forte passaggio, a vocazione commerciale. Giovanni paga un affitto di euro 800 al mese al proprietario dei muri da quando è diventato titolare. Ora il proprietario si è reso disponibile a vendere il locale a Giovanni, prezzo circa 130.000 euro.

Il barbiere si è recato alla sua unica banca, dove lo conoscono da 10 anni e ha chiesto quali fossero le condizioni per ottenere un mutuo per acquistare il negozio. Risposta: per gli immobili commerciali, possiamo finanziare sino ad un massimo del 50% del valore derivante dalla perizia, per superare tale soglia occorrono altre garanzie reali (pegno su titoli o denaro). Quindi, ipotizzando che la perizia eseguita dalla banca avesse confermato il valore “commerciale” concordato con il venditore, Giovanni poteva ottenere al massimo 60/70.000 euro, non di più.

Il giovane parrucchiere fa presente alla sua banca di non possedere la restante parte di denaro necessaria per poter acquistare l’immobile. Fa inoltre presente alla sua banca (per notizia e per non fare nomi, una delle prime due banche italiane) che lo conoscono come cliente da 10 anni, che ogni mese vedono uscire dal suo conto corrente 800 euro per pagare l’affitto del locale, che non ha mai sgarrato un mese e che hanno praticamente l’evidenza del suo giro d’affari e che quindi possono ben valutare se è in grado o meno di sostenere finanziariamente l’operazione. Fa presente inoltre che la banca sarebbe comunque garantita (ipoteca) da un bene immobile che, eventualmente, in caso di sua inadempienza, potrebbe essere venduto molto velocemente, trovandosi in una zona commerciale di forte passaggio che vede la presenza di altri negozi di pregio (tra l’altro è la stessa via dove ha sede la banca in oggetto).

Purtroppo il direttore della filiale non vuole sentire ragioni sostenendo che le disposizioni dell’istituto sono queste e se desidera essere finanziato più del 50% del valore dell’immobile deve depositare ulteriori garanzie.

A questo punto Giovanni rinuncia all’acquisto del suo negozio. Prova a sentire altre banche dove però non lo conoscono come cliente e la risposta che ottiene è la medesima: al massimo ti possiamo finanziare il 50% del valore dell’immobile commerciale. Fine della storia, vera.

Proviamo a fare alcune considerazioni.

Primo: stiamo parlando di un mutuo richiesto di euro 120.000,- Giovanni con questo mutuo si sarebbe trovato tra 15 anni proprietario del locale dove ogni mattina esercita la sua professione, garantendo a sé e alla sua famiglia una piccola certezza patrimoniale per il domani. Se avesse acquistato il negozio, avrebbe provveduto ad un rinnovo degli arredi del locale, fornendo quindi lavoro a mobilieri, elettricisti, idraulici, piastrellisti ecc. Infine, la transazione commerciale di compravendita immobiliare avrebbe generato anche imposte e tasse che si sarebbe intascato l’erario, senza contare la parcella del notaio. In conclusione, una generazione di flussi finanziari che avrebbero creato ricchezza per molti attori e quindi contribuito a far crescere il PIL di questa micro zona milanese. Domanda: quanti Giovanni ci sono in Italia? Quanti piccoli artigiani e commercianti in regola, clienti fidati da decenni delle nostre banche, si sono visti negare un finanziamento perché sprovvisti di garanzie aggiuntive? E quanto PIL non è stato generato a seguito di questi piccoli dinieghi? Impossibile calcolarlo. La mia sensazione è che i Giovanni nel nostro Paese siano molti, troppi.

Secondo: mi domando chi avesse in mente, come beneficiario finale, il Governatore della BCE Mario Draghi quando ha immaginato e attuato il QE (Quantitative Easing). A chi pensava dovessero essere destinati i miliardi di euro che le banche europee, e quindi anche quelle italiane, hanno ricevuto dalla BCE per sostenere la crescita economica nell’eurozona. Se questa liquidità a costo zero che le banche italiane stanno ricevendo dalla BCE non arriva ai tantissimi Giovanni sparsi nella penisola, forse qualche problema in Italia esiste ancora e allora non domandiamoci più perché il PIL non cresce. Oltre al Jobs Act e alla riforma costituzionale, forse ci sono da rivedere anche le regole e le modalità di accesso al credito per tantissimi piccoli operatori economici che con fatica, in questi anni di crisi, hanno resistito, vogliono andare avanti perché sono giovani e vogliono investire nel loro futuro, ma non sono aiutati dal sistema. Forse il QE dovrebbe arrivare sino a loro se vogliamo che il PIL riparta.

Terza e ultima considerazione: certo, la banca avrà le proprie regole interne che si sarà data negli anni, a seguito delle sofferenze miliardarie che hanno appesantito il suo bilancio. È normale che la banca debba tutelare, attuando una valida e prudente valutazione creditizia, i risparmiatori che hanno depositato i propri denari e che non desiderano vedere il proprio istituto fallire. Ma francamente, nel caso in questione, così come narrato e realmente accaduto, facciamo fatica a comprendere le ragioni per le quali non si è potuto concedere un mutuo di 120.000 euro in 15 anni ad un soggetto che aveva evidentemente tutte le caratteristiche per poter sostenere quell’impegno finanziario, considerando anche le fonti di reddito della famiglia nel suo complesso.

In conclusione, a nostro giudizio, sino a quando in Italia situazioni del genere continueranno a verificarsi, sarà difficile che il PIL ritorni a crescere. Ma non solo: alla prima occasione utile, secondo voi il nostro Giovanni a quale partito o movimento politico consegnerà il proprio voto? Ad un partito di “sistema” o ad un movimento “populista”? 

E poi in molti ancora non comprendono perché negli USA ha vinto Trump…

mercoledì 9 novembre 2016

Il vincitore è... Donald Trump



Donald Trump sarà il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, vale a dire, sino ad oggi, della nazione leader mondiale in campo militare, economico, finanziario, industriale ma anche in quello della difesa dei diritti dei più deboli e delle minoranze e all’avanguardia nella ricerca scientifica. In pratica la nazione faro della comunità civile dei Paesi più avanzati al mondo.

Donald Trump è stato eletto dagli elettori di quella nazione, in barba a quasi tutti i sondaggisti, gli opinion leader, i tycoon televisivi e l’establishment culturale che tifavano Hillary Clinton. Un commentatore televisivo americano, questa mattina, ha detto che si è reso conto, dopo questo voto, di non conoscere più il Paese in cui vive. Può essere. Questo dipende però dalla sua sensibilità politica.

Resta un fatto: che il nostro mondo occidentale in questi ultimi 16 anni è profondamente cambiato e l’elezione di Trump negli USA, come la scelta della Brexit nel Regno Unito, l’affermazione di Orbán in Ungheria, dei partiti xenofobi in Austria e della estrema destra in Francia sono solo alcuni dei segnali di questo cambiamento.

Le cause di questa mutazione genetica del pensiero dell’uomo occidentale contemporaneo, che vive in comunità mediamente più ricche rispetto ad altre zone del mondo, a nostro giudizio sono da ricercarsi in primo luogo nella globalizzazione. Essa è intervenuta con velocità esponenziale in moltissimi ambiti della vita umana nello stesso periodo di tempo. Ciò ha disorientato intere classi sociali in ogni Paese dell’Occidente, o meglio, le ha spaventate. E quando una persona ha paura, per prima cosa pensa a difendersi da quello che considera il nemico, il diverso da sé, che può essere l’uomo di colore, il rifugiato, l’islamico e via così.

Si è globalizzata l’economia, e quindi il lavoro. Si sono globalizzati i mercati e quindi la finanza. Si sono globalizzate le fonti d’informazione e i social media hanno dato il colpo definitivo: oggi chiunque può twittare 140 caratteri di stupidaggini ed essere letto da milioni di persone. Questa è la realtà che stiamo vivendo.

Oggi le aziende globalizzate, le multinazionali, perseguono budget e rendiconti trimestrali per cercare di soddisfare i propri investitori che ogni tre mesi decidono se mantenere masse enormi di denaro, frutto della globalizzazione dei mezzi di produzione, investiti in questa o quella azienda. Se per caso l’utile aziendale di un trimestre è inferiore alle previsioni stimate dagli analisti finanziari, allora il valore in borsa del titolo scende e se nei 2 trimestri successivi non si verifica un’inversione di tendenza, si inizia a parlare di crisi. Capite: stiamo parlando di 6 o 9 mesi di vita di un’azienda. Cosa rappresentano 9 mesi se paragonati alla durata della vita media di un dipendente o di un cliente di quella società?

Quando l’unica cosa che conta è l’oggi e non il domani, quando importa solo quello che si riesce a produrre qui, adesso, perché domani si potrebbe produrlo lontano da qui e ad un costo inferiore, allora l’unica reazione possibile per l’essere umano è quella di usare l’istinto. Si vota di pancia, per colui che sembra darti ascolto. La ragione per essere messa in moto ha bisogno di più tempo, di una pausa di riflessione, di analisi dei fattori in gioco. È proprio questo tempo che ci è stato tolto, ci è stato rubato.

Inoltre ci si deve rendere conto che il tempo concesso per la produzione del profitto, 3 – 6 o 9 mesi, ormai non coincide più con il tempo dell’orologio biologico del pianeta sul quale viviamo, che tra l’altro è globalizzato per definizione, da sempre, e in un modo migliore del nostro.

La nostra globalizzazione, quella imposta alla Terra dagli uomini in questi ultimi 15/20 anni, viaggia a ritmi stressanti per soddisfare la fame di profitti delle multinazionali che si sono create proprio a seguito di questo processo. E per sostenere questo ritmo frenetico, le risorse del pianeta purtroppo sono a rischio. Anche perché la favoletta che il mercato si auto regolamenta e si pone dei limiti interni non è più credibile. Chi con la globalizzazione è cresciuto, desidera espandersi sempre di più a scapito del più piccolo e meno globalizzato. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti nei diversi settori economici, dalla chimica alla farmaceutica, dall’informatica alle telecomunicazioni.

Siamo partiti da Trump per arrivare sin qui. Che ruolo giocheranno Trump e l’America in tutto questo? Nessuno al momento lo può sapere. C’è solo da augurarsi che il popolo americano abbia fatto la scelta giusta, e al di là del folclore del soggetto scelto come Presidente, abbia intravisto la possibilità per Trump di essere un Presidente “conservatore” nel senso di porre una decelerazione alla globalizzazione per fermarsi a riflettere dove l’Occidente sta dirigendo la prua.

E per l’Italia, che conseguenze avrà l’elezione di Trump? Nel breve periodo è la partita referendaria per la modifica della Costituzione quella che può essere maggiormente toccata dall’esito del voto. Obama aveva apertamente appoggiato il SI al quesito referendario italiano, sostenendo di fatto la riforma e il Governo.

Se vincesse il NO, è chiaro che anche in Italia si aprirebbe un periodo di incertezza politica per non dire di crisi di Governo vera e propria. Ora con un’Europa alle prese con la Brexit e con tutti i problemi relativi all’integrazione religiosa e all’immigrazione dai Paesi del Mediterraneo in guerra, con le elezioni politiche in Germania l’anno prossimo, con le spinte antagoniste in diversi Paesi (Ungheria e Austria in primis), l’apertura di un nuovo fronte italiano di crisi provocherebbe un’ulteriore nube tossica sui cieli europei dall’esito tutto da scrivere.

Occorrerà tenere presente anche questo fattore quando si andrà a votare per il referendum il 4 dicembre.