Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

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domenica 23 giugno 2019

Alla fine dell'arcobaleno

Alla fine dell'arcobaleno
Il titolo dell’ultimo romanzo della scrittrice Silvia Molinari si rifà alla leggenda irlandese che narra di una pentola piena d’oro situata alla fine di un arcobaleno, gelosamente custodita da uno gnomo. L’arcobaleno ha spesso simboleggiato divinità, creazione e tanto altro ma, in questo romanzo, rappresenta la speranza in un futuro migliore, futuro a cui tutti guardano con occhi speranzosi.

Questo scrive in nota al romanzo l’autrice.

Alla fine dell’arcobaleno, che ho avuto la fortuna di leggere in anteprima, rappresenta una felice conferma del talento letterario di Silvia Molinari. Scritto sei anni dopo London Lies che ci ha fatto conoscere e amare la brillante Emma Woodhouse, Alla fine dell’arcobaleno non vuole essere un sequel del primo riuscitissimo romanzo, anche se la famiglia “allargata” di Emma rimane la protagonista di quest’ultima opera.

La storia è ambientata alla Rainbow Farm, la fattoria che Emma e Matthew hanno acquistato nel nord del Devon: la cugina di Emma, Melissa ha deciso di festeggiare lì il suo matrimonio. Tuttavia, i Renner, parenti americani di Detroit, cercano ogni modo per non partecipare all’evento, arrivando a chiedere a Lisbeth Madsen, la migliore amica della secondogenita Lizzie, di presentarsi al suo posto. Lisbeth, apprezzata ginecologa del Boston Medical Center, in Inghilterra per un master all’Università di Bristol, si trova così a dover trascorrere una settimana alla Rainbow Farm, obbligata a spacciarsi per la cugina americana che i parenti inglesi non vedono da anni. Il seguito di questo incipit ve lo facciamo solo immaginare.

In Alla fine dell’arcobaleno il lettore ritrova tutti i temi letterari cari all’autrice: l’amore per l’Inghilterra, il suo humor, i suoi costumi, la sua cucina, la sua campagna e la semplicità della gente che la abita. In più caratterizzano l’opera i riferimenti letterari alle autrici inglesi predilette dalla scrittrice: Jane Austen e le sorelle Brontë. La scrittura è diretta, pulita, efficace nel tratteggiare le situazioni umoristiche quanto nell’affrontare le scene drammatiche. 


Alla fine dell’arcobaleno è un romanzo fortemente caratterizzato dalle passioni dell’autrice e ci porta pagina dopo pagina dentro il mondo dei famigerati Woodhouse e più avanziamo nella loro conoscenza, più incredibilmente ci rendiamo conto che la loro vita assomiglia alla nostra. Perché, come viene citato nel romanzo, quando non ci capita più niente di inaspettato vuol dire che siamo morti. Ma il romanzo di Silvia Molinari è anche un ruscello di primavera che raccoglie l’acqua delle nostre lacrime e i raggi di sole dei nostri pensieri e li convoglia nel grande mare della vita: è un libro pieno di passioni, di rifiuti, di amori, di fraintendimenti, di apparenti sconfitte e incerte vittorie, di cattiveria e di bellezza, di sogni e di speranze.

Non si può vivere senza fidarsi di nessuno. Perché significherebbe non fidarsi neppure di sé stessi afferma sfrontata la protagonista Lisbeth al suo interlocutore. E quindi, per terminare questa recensione, anch’io vi suggerisco di leggere Alla fine dell’arcobaleno: un libro da tenere sul comodino e da rileggere in quei momenti della vita in cui vorremmo avere vicino un amico che non c’è.


Silvia Molinari, Alla fine dell'arcobaleno, Amazon Media Eu, 2019

sabato 22 settembre 2018

Le straordinarie storie della Martesana




Ho avuto il privilegio di leggere in “anteprima” l’ultimo lavoro di Giuseppe Carfagno e posso testimoniare che il professore di lettere che sempre convive in lui è riuscito ancora una volta a far colpo sulla sua attuale scolaresca, quella classe allargata rappresentata dai suoi studenti – lettori che oscillano dai 9 ai 99 anni.

Le storie della Martesana affascinano subito per la loro poesia, la delicatezza, la pennellata leggera e soave dell’autore che sin dalle prime righe ha saputo condurre il lettore in un mondo magico ed ora scomparso, il mondo del C’era una volta…

È un tuffo nella memoria quello che Carfagno ci propone, tanto più sorprendente e straordinario per chi lungo la Martesana ci è nato e vissuto da piccolo.

Uno dopo l’altro, incontriamo personaggi di ragazzi e di adulti che hanno incarnato e caratterizzato diversi decenni del XX secolo abitando lungo le sponde del Naviglio, e li possiamo rivedere e immaginare con i nostri occhi, ripercorrendo le loro storie e le leggende che forse ci venivano raccontate da piccoli e che magari ci eravamo dimenticate.

Vi ritroviamo personaggi noti ai più, come la famiglia Ciaparàtt o il prete stregone El Ratanà che compie il “miracolo” di salvare una bimba dalla polio, scopriamo storie incredibili come quella della febbre dell’oro o dell’arrivo delle nutrie nella Martesana! Vi sono narrati episodi tragici come in “Era un bel giorno di sole” che ricorda il bombardamento della scuola elementare di Gorla il 20 ottobre 1944 quando morirono 184 bambini, alternati a storie divertenti e ricche di umanità come ne “L’invenzione dei coriandoli”.

L’intera opera è ricca di riferimenti che dimostrano l’accurato lavoro di ricerca delle fonti svolto dall’autore che si conferma ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, uno scrittore capace di creare quel giusto mix tra un racconto fantastico e il resoconto di un fatto di cronaca che cattura la fantasia, specialmente dei più giovani, insegnando loro nel frattempo anche un pizzico di storia.

Le storie della Martesana, straordinarie perché scritte con la penna magica di uno scrittore che raggiunge in questo libro le vette talvolta inaccessibili dell’arte poetica, come ne: “Un barbone sotto il ponte di Greco”, resteranno, siamo certi, anche un riferimento “obbligato” per tutti coloro che un domani ancora lontano, vorranno scoprire come si viveva, come si giocava, come ci si innamorava e come si moriva in quest’angolo di mondo, ai confini di Milano, nel XX secolo.   

Infine, come non ricordare Valeria Vitale Rimoldi che ha illustrato questo volume con disegni emozionanti che aiutano il lettore ad immergersi ancora di più nella pagina e a accompagnarlo per mano in quel mondo dove la realtà incontra la fantasia, quel mondo che si chiama poesia.

Giuseppe Carfagno, Le straordinarie storie della Martesana, Ed. La Vita Felice, Milano 2018


sabato 9 dicembre 2017

Un bimbo di nome Gesù

Natività di Gentile da Fabriano - 1423

È sicuramente un caso che la decisione di questi giorni del Presidente Trump di spostare l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme abbia di fatto riacceso l’attenzione dei media internazionali su Gerusalemme e sulla Palestina, terra dove 2017 anni fa è nato un bimbo di nome Gesù del quale a breve ci apprestiamo a celebrare la memoria della sua nascita.

Quel bimbo, divenuto grande grazie alle attenzioni, alle cure e all’educazione ricevuta dai suoi genitori, ad un certo punto della sua esistenza ha iniziato a parlare in pubblico e a rivelare la propria missione, ciò che era venuto a fare sulla terra.

Gesù è stato l’unico uomo, di cui esistono documenti ufficiali e riscontri storici inconfutabili, che si è dichiarato figlio di Dio.

Di fronte a questa affermazione, inaspettata, imprevedibile, potente, sconvolgente, la nostra libertà, ora come allora, è chiamata a confrontarsi.

Credere o non credere alle parole, ai gesti compiuti da quell’uomo e giunti sino ai nostri giorni dai testimoni della Fede? Questa è la domanda radicale dell’esistenza umana.

Il vero mistero della vita non è domandarsi se un Dio esista, ma stupirsi dell’esistenza di un uomo con una libertà simile a quella di Dio. Nessuno infatti rispetta la nostra libertà come lo fa Dio.

L’uomo ha sempre desiderato la libertà più di ogni altra cosa al mondo, ma questo desiderio è anche di Dio e di suo figlio Gesù. È dai tempi di Adamo ed Eva che l’uomo anela alla libertà, la vuole raggiungere con le sue forze, senza dipendere da nessuno. Mentre Dio si è abbassato e si è fatto nostro compagno di viaggio, l’uomo invece si è innalzato al livello di Dio e lo ha rifiutato.

Ma come diceva Sant’Agostino: “Di quanti padroni diviene schiavo, chi non riconosce Gesù come unico Signore!”.

Senza il rapporto con Dio, e con suo figlio Gesù, l’uomo perde l’unico punto di riferimento che lo rende capace di dare significato ad ogni sua azione e l’esito di questa separazione purtroppo è sempre più sotto gli occhi di ognuno di noi.

Approfittiamo di questo Natale per rivolgere uno sguardo, un pensiero a quel Bambino, nato a Betlemme di Giudea, a pochi chilometri da Gerusalemme, la città dove quel bambino, divenuto Uomo, è morto a causa del nostro orgoglio e della nostra libertà.

lunedì 27 novembre 2017

Umberto è andato in America



L’ultima opera di Giuseppe Carfagno si intitola Umberto è andato in America, con sottotitolo: Diario per un amico.

Confessiamo subito che il libro l’abbiamo letto d’un fiato, e subito ci è piaciuto: per la passione con cui è stato scritto, per l’amore che sgorga dalle pagine ricche di ricordi e di episodi curiosi, riferiti ad un mondo che è stato dei più, ma è ancora nella memoria di pochi, e che il professore di Barile ci ripropone con la consueta maestria, narrandoci le avventure di un ragazzino di dieci anni e dei suoi amici.

Il romanzo è scritto per coloro che vogliono ripercorrere la propria gioventù attraverso il ricordo di episodi semplici, quotidiani, vissuti da un gruppo di fanciulli in una Basilicata post bellica, in cui è presente l’essenziale e ancora assente il superfluo, presa come regione simbolo di un’Italia già in cammino e desiderosa di ritrovare i motivi per sperare in una ripresa.

Ma Umberto è andato in America è anche l’occasione per i più piccoli di conoscere le origini della propria famiglia, di scoprire cosa facevano e come si divertivano i propri nonni all’inizio degli anni Cinquanta.

E così ecco il gruppetto di amici andare alla ricerca dell’aereo caduto, partire per una giornata di pesca al lago, un’avventura nel bosco o perdersi nella grotta del brigante…

Ma il titolo del romanzo, a cosa si deve? Chi è Umberto? E perché è andato in America?

Umberto è l’amico del cuore di Giuseppe, l’altro ragazzino protagonista del romanzo, che fa da narratore e da fil rouge per l’intera opera. Perché Umberto sia andato in America, sempre che vi sia andato, noi ora, qui non ve lo diciamo!

Una cosa però ci sentiamo di dirvi: leggete il libro in compagnia del vostro nipotino e insieme vivrete un’emozione indimenticabile.

Arricchiscono l'opera le piacevoli illustrazioni di Alessia Coppola.


Giuseppe Carfagno, Umberto è andato in America, il Ciliegio Edizioni, 2017
 

martedì 31 ottobre 2017

Furlana - Storia di questa notte



Furlana, storia di questa notte, è il titolo del nuovo romanzo di Francesco Fadigati. Alla sua terza impresa letteraria, dopo il primo romanzo di genere storico e il secondo completamente immerso nella contemporaneità, questo terzo lavoro di Fadigati stupisce il lettore per l’impostazione duale data all’opera. Diciamo subito che il libro ci è piaciuto, anche se all’inizio ci ha disorientato, diviso com’è tra una parte fiabesca e una parte romanzo epistolare, dove le epistole sono sostituite da mail che i due protagonisti, Andrea e Miriam, si scrivono nell’arco di una notte. 

A Furlana, nome di fantasia che identifica la terra promessa all’umanità, troviamo un quartetto improvvisato di amici, un cavaliere, un pirata, un pastore ed un ragazzino che, guidati e sostenuti da una curiosa vecchina, un po’ Mary Poppins, un po’ Fata Turchina, vanno incontro al loro destino, che è quello di liberare la terra promessa dal Male.

Alternato ai capitoli della fiaba, ha luogo lo scambio di mail tra Andrea e Miriam, e poco a poco al lettore viene svelata la loro storia d’amore. Ma quelle che in apparenza sembrano due storie parallele, sono in realtà unite dallo studio profondo che Fadigati compie, attraverso la scrittura precisa e il puntuale uso delle parole, nell’analizzare sia il legame affettivo che unisce i due giovani, sia le dinamiche profonde che muovono i personaggi della favola. E alla fine il lettore si accorgerà che quello che c’è alla base del rapporto affettivo tra Andrea e Miriam, la verità di quel rapporto, ha la medesima origine che è alla base dell’amicizia del quartetto che, nonostante sia sgangherato come è sgangherata la nostra umanità, si batte e lotta per la liberazione di Furlana.

Fadigati dimostra di ben conoscere che le storie sono percorsi di umanizzazione che insegnano che cambiare è possibile, che diventare uomini e donne migliori è possibile, ed è alla portata di tutti: con Furlana viene lanciato al lettore proprio questo messaggio. Furlana apre alla fiducia nella vita e in noi stessi, aiuta a cogliere l’invisibile che è presente nel visibile, lo straordinario che vive nell’ordinario, la magia che è nascosta nel quotidiano.

E più il lettore si addentrerà in Furlana, e più andrà alla radice del significato del rapporto che lega Andrea e Miriam, e più scoprirà che quello che sta leggendo è quello a cui il suo cuore anela.

Sintetizzando, ci sembra di poter affermare che «Le forze che muovono la storia sono le stesse che muovono il cuore dell’uomo», questo il senso del romanzo, per utilizzare una frase del beato Mons. Luigi Giussani.

Un libro da leggere, un passo da compiere, dentro la nostra personale Furlana.


Francesco Fadigati, Furlana, Storia di questa notte, Bolis Edizioni 2017

mercoledì 19 luglio 2017

London Lies



Prendete una donna non ancora trentenne, e quindi ancora alla ricerca del senso della vita, Emma Woodhouse, prendete un belloccio di New York, David Wilson, e catapultatelo dalla stratosfera a Londra, proprio nell’ufficio di consulenza aziendale strategica dove lavora Emma, e infine immaginate il cognato di lei, Matthew Hunt, di cui Emma è perdutamente innamorata, a sua insaputa, che è in procinto di sposarsi con una austera e menzognera geisha giapponese.

Mescolate il tutto con una Londra (e dintorni) affascinante e luccicante, nonostante il suo grigiore climatico, aggiungete q.b. di relazioni velenose vissute sul luogo di lavoro, più simile ad un covo di vipere che altro, dove si elaborano innovative strategie per eliminare i rivali (sia in amore che di carriera); insaporite il tutto con i familiari di Emma, sorella, nonna, zii e nipoti indisciplinati, che coinvolgono, e sono coinvolti da Emma in divertenti episodi, e infine servite il tutto con eleganza di stile e brillantezza di scrittura.

Ecco gli ingredienti di questo dolce (potremmo immaginarlo un riuscitissimo crumble di mele per restare in tema), cucinato a puntino dalla scrittrice Silvia Molinari, alla sua seconda esperienza letteraria.

London Lies è un romanzo coinvolgente sin dalle prime pagine: la storia, che all’inizio può far pensare ad un romanzo rosa, estivo, da leggere sotto l’ombrellone, non deve ingannare. In realtà London Lies, letto con attenzione, è un romanzo dove le relazioni uomo – donna sono analizzate in profondità sotto diversi aspetti, sentimentali, lavorativi, generazionali, in modo preciso, originale e con taglio ironico.

È la vis comica che pervade tutto il romanzo, infatti, la chiave del successo di quest’opera. Raramente ci è capitato di leggere, tra le recenti pubblicazioni, un romanzo così accattivante, capace di raccontare episodi anche banali della vita di tutti noi, in modo così divertente ed ironico.

Non vi raccontiamo il finale, per ovvie ragioni, ma vi consigliamo di scoprirlo da soli e, arrivati alla fine, proverete forse, come noi, una spiacevole sensazione di abbandono, tanto vi eravate abituati al mondo magico e frizzante dentro il quale vi aveva accompagnato questa lettura.

Il romanzo è acquistabile nelle due versioni, ebook e cartacea, su Amazon e nei principali internet store. Da non lasciarselo sfuggire.

Silvia Molinari, London Lies, Amazon Media EU, 2017

mercoledì 19 aprile 2017

In ogni caso niente paura




In ogni caso niente paura è l'opera prima di Cristiano Guarneri.

È uno di quei romanzi che ti prende da subito per la chiarezza espositiva della sua prosa e la storia accattivante di un gruppo di adolescenti di alcuni decenni fa, che abitano nella "bassa", la zona di pianura padana a sud di Milano, a ridosso del grande fiume: Riccardo detto Zeus, Gianni il belloccio intraprendente, Annibale detto totem e Carlo, il narratore.

Ma ecco che, come spesso accade, mentre il gruppo di amici anno dopo anno cresce e modifica i propri interessi, passando dalle guerre tra bande alle schermaglie amorose, uno di loro, Carlo, viene in contatto con Giacomo e suo padre Rino e da quel momento il suo modo di vedere la vita non sarà più lo stesso.

Giacomo è un coetaneo del gruppo di ragazzi, ed è nato con metà cervello e suo padre, rimasto vedovo, sino a quell'incontro lo... "sopporta", senza mai aver avuto il coraggio di sentirsi bisognoso, di chiedere aiuto, soprattutto dopo la morte della moglie, investita da un'auto.

Sarà dal rapporto con Carlo e il suo gruppo di amici, con suo figlio e il sacerdote del paese che Rino uscirà come trasformato nella sua umanità, e in grado di vedere Giacomo con occhi diversi.

“Ho smesso di darmi certe risposte” disse Rino a Don Flavio.
Credo che lei abbia smesso di farsi le domande giuste” gli rispose il sacerdote.

È dal rapporto umano tra di loro che Rino, Giacomo, i ragazzi e Don Flavio troveranno il senso, la ragione, il significato vero della propria esistenza.

La capacità dell'autore in questa sua prima opera, ottimamente riuscita, è stata quella di trattare un tema così delicato e per certi versi drammatico, con lo spirito giusto, riuscendo a conciliare il ritmo narrativo di un romanzo di formazione con quello più intenso e realistico di una storia vera...


Cristiano Guarneri, In ogni caso niente paura, Piccola Casa Editrice, 2015

domenica 15 maggio 2016

Il rosicone

Rosicone


Alcune riflessioni a caldo sulla legge “Cirinnà”.

Da cattolico quale sono, dovrei passare queste ore a “rosicare” secondo quanto asseriscono i sostenitori della legge. A parte il fatto che, non capisco per quale motivo, debbano ritenersi non cattoliche le persone a favore della Cirinnà: e quindi a quale religione dovrebbero appartenere: musulmana, ebraica, induista, scintoista? Oppure sono tutte atee?

In realtà, tranquillizzo subito i nostri maître à penser, il sottoscritto è assolutamente contento che finalmente si sia fatta anche in Italia una legge che regolamenti le unioni civili.

Oggettivamente il tema era “caldo” da parecchi anni ed effettivamente, senza arrivare a toccare il punto delle convivenze omosessuali, esisteva una lacuna normativa ampia che riguardava in generale tutte le persone conviventi, anche non legate da vincoli affettivi e sessuali.

Ma il sottoscritto è assolutamente contento di questa legge per un semplice motivo: finalmente anche l’Italia ha una legge che regolamenta questo tipo di unioni e spera vivamente che da oggi in avanti il Governo e il Parlamento si preoccupino non di alcune migliaia di persone, ma di alcune decine di milioni di persone che hanno formato una famiglia (l’unica cellula fondante la vita civile dello Stato in tutto il mondo) e che faticano a portarla avanti ed a svilupparla.

Penso alla crisi economica che ha lasciato uno o entrambi i genitori senza lavoro, penso alla denatalità ormai impressionante perché gli orari di lavoro (quando ancora c’è) mal si conciliano con l’attività di crescere i figli, soprattutto per le donne; penso alle famiglie numerose, sempre meno presenti, che non hanno aiuti seri dallo Stato. Penso alle scuole e a tutti i problemi legati all’educazione.

In questo senso non credo che un referendum abrogativo sulla Cirinnà sia una buona idea. C’è il rischio che a prevalere siano gli schemi ideologici, mentre invece la Cirinnà dovremmo lasciarla operare così com’è e tra dieci anni si potrà verificare quanto, nei fatti, sarà stata utilizzata dalle coppie di fatto per regolarizzarsi.

Anche perché, parliamoci chiaro, la Cirinnà qualche “paletto” importante, dal nostro punto di vista di “rosiconi” l’ha pure messo: no alle adozioni per le coppie dello stesso sesso. Una cosa invece non mi è chiara: l’assenza dell’obbligo di fedeltà. Forse che un amore omosessuale è meno fedele di un amore tra un uomo e una donna? Semmai è opportuno evitare che sentenze “artistiche o interpretative” di alcuni giudici introducano la possibilità per le coppie omosessuali di adottare figli. Questo è il vero tema per il futuro.

Io penso che il Governo Renzi, che tanto si è beato in queste ore su giornali e televisione per essere stato capace di portare sino in fondo la legge Cirinnà, sarà giudicato dai cattolici da quanto farà sui temi legati alla famiglia tradizionale.

Certo, il metodo usato da Renzi per far approvare la Cirinnà può essere criticato. Utilizzare la fiducia, obbligare i deputati e i senatori a votare un testo blindato non è mai positivo, soprattutto quando in gioco ci sono temi così sensibili, ma tant’è. Il nostro fiorentino ormai lo conosciamo.

È pur vero che senza una imposizione decisa da parte del Governo, oggi avremmo ancora il Parlamento che discute di massimi sistemi e una legge di questo tipo sarebbe ancora nel limbo. Noi italiani, per storia, siamo il popolo dei mille comuni, dei mille campanili e questo fatto in politica si è tradotto a volte in uno stallo conservativo che non ha fatto bene al progresso del Paese.

Per chiudere, bene questa legge Cirinnà, ma d’ora in avanti capitolo chiuso, guardiamo avanti ed occupiamoci dei temi caldi che riguardano le famiglie degli italiani, i figli che non nascono e la loro educazione: Renzi ci sei? Batti un colpo, coraggio!     

sabato 2 gennaio 2016

L’ultima parola non è la parola fine, ma la parola bene


Il giorno del matrimonio nel 2005 

Il 31 dicembre 2015, poche ore prima della mezzanotte, il mio amico Ugo è salito al cielo. Era malato di SLA da sei anni e forse qualcuno di voi ha già letto i post che parlano di lui su questo blog.

Ora, dopo aver partecipato al suo funerale questa mattina, in una chiesa strapiena di persone, non mi resta che ringraziare lui e Silvia, la moglie, per la testimonianza che ci hanno dato in questi anni. 

Sono stati sei anni di fatica, tantissima, per Silvia che non lo ha mai lasciato solo un giorno, e nel frattempo ha cresciuto i due figli che ora hanno sei e otto anni, ma anche per Ugo che, oltre a dover subire la malattia che avanzava a passi da gigante, vedeva passare davanti agli occhi la vita dei suoi cari senza poter fisicamente agire.

Eppure dal rapporto tra marito e moglie, dove ad operare era l’essenziale e non altro, attraverso la fatica del quotidiano, giorno dopo giorno, sono germogliati un’infinità di relazioni, di situazioni, di incontri che hanno cambiato la vita stessa delle persone coinvolte. Era impossibile rimanere gli stessi dopo una visita a casa di Ugo e Silvia. A casa loro si stava bene, tutti stavano bene. Ci si sentiva meglio, si usciva cambiati.

Si andava a casa loro con la scusa di salutare Ugo, ma in realtà era come si volesse vivere un poco vicino a quell’unione, si volesse contemplare l’unità presente tra un corpo immobile, Ugo e sua moglie Silvia. Unità che rimandava a qualcosa d’altro, ad una Presenza che la rendeva possibile, umanamente possibile.

Come ha detto Don Giorgio nell’omelia, non siamo qui così in tanti per celebrare la fine di tutto questo, la fine di Ugo. Sarebbe assurdo fare una cerimonia se tutto finisse qui. Ugo ci ha testimoniato con il suo sacrificio cos’è l’essenziale della vita e sua moglie Silvia ci ha documentato con il suo sì - nella salute e nella malattia - ripetuto il giorno del matrimonio e ogni giorno della malattia di Ugo, il miracolo quotidiano che si compie con la Grazia di Cristo. 

Quello che Ugo ci ha lasciato, ci ha affidato, sono le persone e i momenti di rapporti vissuti insieme che ci hanno testimoniato l’esistenza di una Presenza che può dare una risposta di senso e verità anche al dolore più intenso, in apparenza più assurdo. 

Sta a noi fare memoria e rendere testimonianza di questo dono ricevuto. Come scrive Giovanna De Ponti Conti nella sua favola “Arco di Luce”: “l’ultima parola non è la parola fine, ma la parola bene”. 

Ugo e Silvia ci hanno aiutato a sperimentare un assaggio di quel bene. E per questo li ringraziamo.



mercoledì 30 settembre 2015

Ancora più vita






Un romanzo lieve e autentico, l'ultimo di Angelo Roma, giornalista e scrittore ormai affermato nel panorama italiano.

Ancora più vita è una bella storia, da leggere e da meditare. E' una storia di un'Italia d'altri tempi, siamo nel 1930, ma che ha molto da dire all'Italia di oggi.

E' la storia di un giovane, orfano di padre dalla nascita, figlio di contadini pugliesi di Ostuni. Non è il massimo iniziare la vita da figlio di contadini, soprattutto negli anni Trenta, eppure la volontà ferrea e il coraggio della madre, poco più che ragazza, colmano le assenze iniziali e fortificano il giovane nel corso degli anni.

Il ragazzo cresce in una di quelle famiglie allargate tipiche della civiltà contadina del secolo scorso; con nonni e zii da guardare e osservare per imparare a stare al mondo e con cugini con i quali iniziare a competere sul grande palcoscenico della vita. 

Il nostro protagonista però è diverso, ha un'intelligenza e soprattutto una sensibilità non comune agli altri ragazzi e una madre che, dal giorno della morte prematura del marito, vive per realizzare la felicità del figlio. Il legame madre - figlio è l'asse portante sul quale si sviluppa la trama del romanzo e contemporaneamente prendono forma le scelte di vita del giovane.

La forza vitale che scorre nelle pagine del libro si alimenta da quest'unione, da questo sodalizio così intimo, spirituale e umano al tempo stesso, di una madre con suo figlio.

Senza raccontare il seguito, possiamo anticipare che l'avverarsi dei sogni giovanili non modifica il carattere del protagonista che anzi rimarrà sempre grato al suo passato e legato affettivamente alla sua terra natale, sino al colpo di scena finale.

Una storia narrata in prima persona, miscelando memoria e desiderio; una pennellata su un periodo storico lungo una vita vissuta inseguendo il proprio io più vero, senza lasciarsi condizionare da giudizi e pre-giudizi. 

L'emozione che rimane sulla pelle, alla fine della lettura, è quella di aver fatto l’esperienza di una vita intera e al tempo stesso di un sogno realizzato; di aver sentito scorrere tra i capelli quell'alito di vento che spazza il cielo azzurro della bella Ostuni e che fa veleggiare, "sopra la città", i due giovani disegnati da Chagall, per noi una madre con il suo unico figlio.


Angelo Roma, Ancora più vita, Mondadori, 2015

venerdì 4 settembre 2015

Ma che cos'è una famiglia?



E' uscito nell’ultimo mese di agosto per la casa editrice Edizioni Ares, tradotto da Flora Crescini, il nuovo lavoro del filosofo francese Fabrice Hadjadj dal titolo: "Ma che cos'è una famiglia? con sottotitolo – seguito da La trascendenza nelle mutande & altri discorsi ultra - sessisti". 

L'opera non tratta esclusivamente di famiglia, di fatto è una raccolta di quattro interventi scritti dall'autore tra il 2013 e il 2014 con temi prettamente filosofici: le domande inevase che la vita contemporanea ancora oggi pone e le risposte che il cristianesimo ha la "presunzione" di poter fornire alle donne e agli uomini contemporanei. 

Hadjadj, per chi non lo conoscesse, è sicuramente una delle menti più brillanti del cattolicesimo francese. Nato nel 1971, di origini ebree, convertito al cattolicesimo, i suoi scritti sono la manifestazione vivente della Gloria di Cristo che affascina le persone dalla gioventù movimentata nello spirito, alla sant'Agostino per intenderci. In sintonia con altre personalità convertite al cattolicesimo, come il Cardinale Newman o il Cardinal Lustiger, ma non consacrato alla vita religiosa bensì felicemente sposato e padre di sei figli, come descrive nella prefazione del libro, le opere di Hadjadj comunicano all'uomo contemporaneo la Bellezza che lo ha folgorato da giovane e la potenza sconvolgente del messaggio di Cristo, valido anche nel 2015!

In particolare quest'ultima fatica esce in un periodo storico che vede proprio la famiglia, potremmo dire la "Sacra Famiglia" sul banco degli imputati ad opera del pensiero dominante

Come c'era da aspettarsi, Hadjadj nel suo saggio rovescia l’idea tutto sommato negativa che oggi si ha riguardo la famiglia, riportando il significato della parola all'essenziale. L’inizio destabilizza: "La famiglia è sempre l'amore del vecchio coglione e del giovane idiota ed è questo che la rende così ammirevole, è questo che la rende scuola di carità. La carità è l'amore soprannaturale del prossimo, quello che non abbiamo scelto e che, di primo acchito, ci è antipatico. Ora, i primi prossimi che non abbiamo scelto e che spesso ci sono insopportabili sono i nostri congiunti, dati per vie naturali". I nostri figli.

Il linguaggio è diretto, il significato chiaro. Ognuno di noi proviene da una famiglia, la famiglia è il punto di partenza di ognuno di noi nella storia, quindi essa è un fondamento. Ma se è un fondamento, se viene prima, non si può fondare la famiglia. Essa è già data prima di noi. 

Ma che cos'è la famiglia? Molti insistono su tre punti che ritengono fondanti la famiglia, costitutivi della famiglia: l'amore. La famiglia è il luogo dell'amore, dei genitori verso il figlio. Secondo: la famiglia è il luogo della prima educazione. Il bambino nasce in una famiglia a partire da un progetto parentale responsabile. E terzo, la famiglia è il luogo del rispetto delle libertà

Ma attenzione, ecco il pensiero di Hadjadj in proposito: "Ecco dunque la conseguenza ineluttabile: pretendendo di fondare la famiglia perfetta sull'amore, l'educazione e la libertà, quel che si fonda, in verità, non è la perfezione della famiglia, bensì l'eccellenza dell'orfanotrofio. E' fuori dubbio: in un eccellente orfanotrofio, si amano i bambini, li si educa, si rispetta la loro persona. In qualche modo si è nella pienezza del progetto parentale, perché prendersi cura dei bambini è il progetto costitutivo di una simile impresa".

In sostanza spiega Hadjadj, "…considerare la famiglia solo a partire dall'amore, dall'educazione e dalla libertà, fondarla sul bene del figlio in quanto individuo e non in quanto figlio e sui doveri dei genitori, in quanto educatori e non in quanto genitori, è proporre una famiglia già de-familiarizzata".

E quindi "…occorre riconoscere dal punto di vista dell'esistenza concreta, che è la famiglia a fondare l'amore, l'educazione e la libertà" e non viceversa. 

Da questo inizio il filosofo prosegue la sua analisi sino a toccare il vertice del significato della parola famiglia, che possiamo definire come "…lo zoccolo carnale dell'apertura alla trascendenza...E' il luogo del dono e della ricezione incalcolabile di una vita che si dispiega con noi ma anche nostro malgrado e ci spinge sempre più avanti nel mistero dell'esistere".

Certamente non siamo abituati oggi a leggere parole come queste riguardo alla famiglia. 

Non è la difesa di una vecchia istituzione un po’ fuori moda quella del filosofo, piuttosto una riflessione personale che si spinge in luoghi una volta di comune sentire (la coscienza), ma oggi totalmente oscurati da una nebbia tecnologica. 

La tecnologia infatti non sempre aiuta la famiglia, il tablet ha sostituito la tavola attorno alla quale la famiglia si riunisce per il pranzo insieme (sempre più raro) o per la cena. 

Ancora il francese: "Con il tablet, la funzione ha la meglio sul dono e la trasmissione tra le generazioni è interrotta. E' l'ultimo grido che deve prevalere. La tecnologia si sostituisce al genealogico. In questa situazione, l'adolescente diventa il capofamiglia. La sua abilità di cavarsela con i software diventa più decisiva dell'esperienza degli anziani - non designando più questo termine qualcosa di venerabile, ma soltanto di vetusto, di superato, da rottamare".

Non andiamo oltre. Chiudiamo la recensione consigliando la lettura di quest’opera, forse non alla portata di tutti per la difficoltà di comprensione di alcuni concetti filosofici che non si leggono tutti i giorni su Facebook, ma che apre la mente a nuove (o forse vecchie) riflessioni.


domenica 26 luglio 2015

Toglieteci tutto, ma non la libertà di educare i nostri figli



Toglieteci tutto, ma non la libertà di educare i nostri figli.

Periodicamente, dal giorno in cui è stata promulgata la Carta Costituzionale, ritorna in Italia il tema degli aiuti economici che lo Stato dovrebbe o non dovrebbe fornire alle scuole libere, non statali, o paritarie come vengono definite adesso. Aiuti diretti o esenzioni dal pagamento di certe imposte, come nel caso dell’ICI di cui si sta discutendo in queste ore.

Ci preme ribadire alcune considerazioni elementari, di buon senso, accessibili a tutti insomma. 

Uno. Da un punto di vista prettamente economico, un ragazzo italiano che frequenta una scuola statale costa allo Stato circa 6.000 euro l’anno (i numeri vengono dalla Pubblica Amministrazione) mentre un ragazzo che frequenta una scuola paritaria ne costa circa 600. Già questa semplice e banale considerazione dovrebbe far riflettere tutti sul fatto che la chiusura delle scuole paritarie porterebbe un notevole aggravamento delle finanze dedicate alla scuola statale, che sarebbe costretta a dividere i fondi a disposizione su una platea di alunni più ampia (oltre un milione e trecentomila studenti frequentano le paritarie), per non parlare del costo dei docenti e non docenti. 

Due. Ogni famiglia che, il più delle volte con fatica e sacrifici, decide di mandare i propri figli a studiare alle scuole paritarie, versa comunque regolarmente una quota delle proprie tasse anche a favore della scuola statale di cui però, per scelta, non beneficia. Inoltre questi alunni che hanno frequentato le scuole paritarie, un domani entreranno a far parte della vita sociale e civile della comunità e renderanno disponibile la propria formazione personale a tutti, favorendo la crescita spirituale, economica e sociale della nostra nazione. Ciò comporta un arricchimento della vita civile, a meno che non si pensi che una diversa e pluralista libertà di educazione delle giovani generazioni sia negativa e nociva per la crescita morale dell’Italia e solo un’impostazione statalista della scuola sia positiva e da valorizzare. Noi pensiamo esattamente il contrario.

Tre. Le famiglie italiane sono, in Europa, le meno aiutate e sostenute economicamente dallo Stato, soprattutto quelle con più figli. Ora alle scuole non statali si vorrebbe far pagare anche l’ICI sugli immobili dove vengono tenute le lezioni. Cosa dovrebbero fare queste scuole? L’unico modo per sostenere i nuovi oneri sarebbe quello di aumentare le rette degli studenti impedendo di fatto a moltissime famiglie il reale diritto, garantito in Costituzione, di educare liberamente i propri figli. E’ questo che si vuole? Far diventare le scuole paritarie scuole d’elite, frequentate da poche migliaia di alunni figli di genitori ricchi? Noi questo non lo vogliamo.

Le scuole paritarie svolgono un ruolo fondamentale nel processo educativo delle giovani generazioni e dovrebbe essere cura di uno Stato laico, cioè aconfessionale, del popolo, mantenere e sviluppare la base delle famiglie che possono scegliere liberamente a quali educatori affidare i propri figli. 

Quello che è in discussione è il diritto fondamentale di ogni genitore di poter educare il proprio figlio secondo la concezione della vita e della religione cui si appartiene. Una famiglia cattolica, una famiglia ebrea, una famiglia musulmana ha il diritto di mandare il proprio figlio in una scuola statale, oppure in una scuola paritaria, dove trovi docenti che oltre ad insegnare i programmi previsti dallo Stato per quel tipo di studi, educhino il giovane a quella particolare visione del mondo e della vita condivisa con la famiglia di origine. E perché mai lo Stato dovrebbe osteggiare questo tipo di impostazione cultuale? In base a quale diritto soprannaturale? Noi proprio non comprendiamo il motivo.

Come non comprendiamo il motivo che delega una scelta di questo tipo, prettamente politica, ad un’aula di una corte di Tribunale. Ma le leggi non le scrive il Parlamento? O siamo diventati uno Stato di Common Law? E’ ora che tutti i nostri politici, perché questo è un tema generale di libertà che deve coinvolgere tutti, riprendano in mano il compito che spetta loro di diritto e che pongano la parola fine definitivamente su questo argomento che si trascina da troppi decenni in Italia. Siamo stanchi di leggere periodicamente di questi attacchi alla libertà di educazione, per di più portati avanti da piccole frange di estremisti ideologici che fanno riferimento a concezioni di società e di Stato che sono uscite miseramente sconfitte dalla Storia. 

E’ tempo che si faccia un passo in avanti in Italia anche sul tema della libertà di educazione, così come lo si sta cercando di fare in altri campi e in altri settori.

Che sia #lavoltabuona? 

Noi tutti, donne e uomini di buon senso, lo speriamo.


domenica 5 aprile 2015

Christianity is better




Christianity is better, il cristianesimo è meglio.

Questo slogan incomincia a circolare sulle bocche e negli articoli dei maitre à penser soprattutto da quando la violenza di una parte dei fedeli di religione musulmana, una minima parte per fortuna, ha iniziato una nuova guerra di religione per imporre la propria visione del mondo al mondo.

Certo, i massacri di esseri umani, senza alcuna motivazione se non quella di essere fedeli di altre religioni, la distruzione dei segni millenari lasciati dalle civiltà che si sono succedute sulla terra gridano vendetta agli occhi di chiunque abbia ancora dentro di sé un barlume anche minimo di umanità.

Tra tutte le fedi religiose perseguitate, sembra che ai cristiani sia riservato un trattamento speciale dai tagliagole jihadisti e non c’è da stupirsi. Il cristianesimo è l’unica fede che predica di amare i propri nemici ed è l’unica che ha la pretesa di trovare il proprio fondamento nell’azione stessa di Dio che è entrato per mezzo del proprio Figlio nella storia dell’uomo. Questa pretesa cristiana è uno scandalo per le altre fedi religiose, soprattutto per quelle più radicali che hanno anch’esse la pretesa, questa volta totalmente umana, di essere depositarie della Verità. E poi amare i propri nemici è cosa impossibile per un essere umano. Solo ad un Dio totalmente Amore che abbia condiviso la condizione di essere uomo su questa terra è stato possibile vivere questo sentimento e lasciarcelo in eredità. E’ il mistero della Croce del Venerdì Santo e il Mistero della Resurrezione che celebriamo in questa giornata.

Il Cristianesimo è meglio. Fa piacere che gli intellettuali che cercano di indirizzare le nostre menti e le nostre coscienze, si stiano accorgendo che sostenere l’omologazione del pensiero non è la strada giusta da percorrere. Non è così che funziona. Ma il Cristianesimo non è solo quello che predica l’amore tra gli uomini e la pace come valore universale. Il Cristianesimo è anche difesa della vita ad ogni costo, quindi no all’aborto e all’eutanasia. Il cristianesimo è difesa della famiglia come cellula fondante la società umana, famiglia composta da un uomo, una donna ed aperta alla procreazione di nuovi esseri umani. Senza procreazione l’umanità è destinata ad estinguersi. Sembra banale ma oggi sono altri gli aspetti che vengono presi in considerazione quando si parla di famiglia. Il cristianesimo è anche difesa totale della libertà rispettosa della dignità personale. Tra queste libertà una particolarmente bistrattata è la libertà di educazione che molto spesso invece viene osteggiata da chi pretende di controllare il pensiero del mondo.

Allora del cristianesimo o si prende tutto, si abbraccia il pensiero nel suo complesso oppure è comodo sostenerlo contro l’islam radicale e poi combatterlo quando sono in gioco altri interessi. 

A questo punto viene spontanea una domanda: Christianity is better è l’ennesimo slogan momentaneo, frutto di una reazione emotiva ai violenti accadimenti posti in atto da quei musulmani che hanno abbracciato una nuova guerra santa oppure è il risultato di un reale cambiamento di approccio al pensiero cristiano? 

Ci auguriamo la seconda ipotesi, ma temiamo che sia in realtà il frutto della prima.



domenica 12 ottobre 2014

Ugo, la SLA e la maglia di Pogba


Conosco Ugo da quasi trent’anni, è stato il mio testimone di nozze e da più di quattro anni è malato di SLA, la ormai non più rara malattia meglio nota come Sclerosi Laterale Amiotrofica. Vive a casa sua insieme alla moglie Silvia e ai suoi due splendidi figli, Riccardo che quest’anno frequenta la prima elementare e Letizia di quattro anni che è nata quando Ugo era già malato. Ogni giorno poi transitano dalla sua abitazione tanti amici che non fanno mancare il loro appoggio morale e materiale. 

Qualche giorno fa, il 4 di ottobre, Ugo ha compiuto i suoi primi cinquant’anni. Un evento non previsto per il primo medico che gli ha diagnosticato la malattia e che gli aveva predetto al massimo due anni di vita. Ad oggi ne sono passati più di quattro.

Alcune settimane prima, Silvia ha pensato di organizzargli una festa a sorpresa ed ha contattato tutti i suoi amici per invitarli a questo momento. Eravamo più di cento intorno ad Ugo e alla sua famiglia a fare festa. 

Per questa ricorrenza così importante, mi sono detto, ci vorrebbe un regalo speciale, ma cosa regalare ad Ugo? Pensa e ripensa, ad un certo punto ecco la lampadina accendersi! 

Piccolo antefatto: Ugo è un tifoso sfegatato della Juventus! Quando potevamo ancora scambiarci amichevoli “insulti” calcistici (chi scrive è profondamente interista) lui era straordinariamente attaccato ai colori bianconeri che difendeva “a prescindere” da qualsiasi evidenza della realtà (almeno così la vedevo io!). Purtroppo ora che Ugo è intubato e non può usare neanche più il sintetizzatore vocale, gli scambi verbali si sono come dire, affievoliti, ma sono sicuro al 100% che dentro di sé è rimasto il solito ultrà juventino… 

A questo punto, decido di scrivere una mail alla sua squadra del cuore, la Juventus. Presento Ugo e la situazione che sta vivendo e chiedo, se possibile, in regalo una maglia della società con la firma dei calciatori da portare ad Ugo come regalo di compleanno. Credo proprio che lo farebbe felice.

Passano i giorni e arriva anche il 4 ottobre, compleanno di Ugo. Nessuna risposta. Non importa, penso, con tutte le richieste che la società riceverà da tutto il mondo, magari la mail non l’hanno neanche letta. Comunque facciamo una bellissima festa ad Ugo, in un cortile all’aperto di fronte alla sua abitazione e anche il sole esce a fargli gli auguri. Proprio un bel compleanno!

Venerdì 10 ottobre alle ore venti suona il mio citofono di casa e un corriere annuncia che deve consegnare un pacco alla mia attenzione. Strano. Non aspettavo nulla, né da Amazon né da altri e non avevo ancora ordinato la spesa on line. Domando: chi è il mittente? Juventus, la risposta!

Non ci posso credere! Vuoi vedere che mi hanno spedito la maglia? Corro di sotto a prendere il pacco e lo apro con delicatezza. Non si sa mai…con i “bianconeri” meglio andarci cauti…ma devo ricredermi, dentro, con dedica personale per Ugo, c’è la maglia di Pogba! Questa Juventus…in Zona Cesarini riesce sempre a stupire!

Chissà cosa penserà Ugo quando l’indosserà? 



giovedì 3 luglio 2014

La famiglia normale



Il 3 luglio 1993 mi sono sposato a Milano con la mia attuale consorte presso la parrocchia del Sacro Cuore di Gesù alla Cagnola.

Il giorno delle nozze entrambi avevamo in cuore il desiderio, non la pretesa, di formare qualcosa di più di una coppia, di formare una famiglia. E per grazia di Dio, nel giro di alcuni anni, sono nati due figli, ora adolescenti.

Non abbiamo mai effettuato analisi mediche particolari e, una volta in attesa, diagnosi prenatali per conoscere lo stato di salute dei nascituri.

Se non fossero arrivati figli nostri, ci saremmo rivolti a qualche struttura assistenziale per adottare un piccolo orfano. E se i nascituri avessero avuto qualche problema di salute, l'avremmo accettato sic et simpliciter.

Non racconto queste mie vicende personali per motivi particolari. Credo che io e mia moglie siamo due persone come tante, assolutamente normali e siamo circondati da amici che, come noi, hanno effettuato le nostre medesime scelte e condividono il nostro medesimo modo di pensare.

In realtà, raccontare pubblicamente questi pensieri, oggi, ha un significato particolare, perché questa nostra normalità di vita e di pensiero sembra essere diventata originale, a-normale.

Se leggiamo i giornali e le riviste alla moda, se guardiamo la televisione o navighiamo in rete, siamo colpiti da messaggi, pensieri e opinioni che considerano normale e alla moda vivere tutta la vita da single, consumare avventure occasionali con partner diversi, costituire unioni con persone anche del medesimo sesso spacciandole come unioni normali, rappresentanti il modo di oggi di formare una famiglia. 

E per queste unioni normali, i maître à penser chiedono a gran voce i medesimi diritti concessi alle altre unioni, ma raramente sento parlare di medesimi doveri che vengono invece richiesti alle famiglie tradizionali.

Posto che il termine famiglia presuppone la presenza all'interno di una coppia di almeno un figlio (e dalla relazione tra due persone del medesimo sesso qualcuno mi deve ancora spiegare come è possibile che nasca un figlio), non credo che i nuovi modelli di vita oggi proposti rappresentino la regola sulla quale una società di esseri umani possa crescere, progredire, prosperare.

Neanche il mondo animale (quello dei mammiferi intendiamoci) vede un approccio simile al vivere quotidiano. Non mi risulta infatti che esistano coppie stabili nel tempo di animali della stessa specie e del medesimo sesso.

Ma certo l'uomo, nella sua grandezza, dotato del suo libero arbitrio, può sicuramente superare gli animali per immaginazione e intelligenza...

Intendiamoci, nessuno ormai, nel 2014, credo che si permetta di condannare la scelta di vita di una persona. Sono finiti i tempi dell'oscurantismo e dell'ignoranza che facevano vedere il diverso da noi come una persona malata o pericolosa, da eliminare.

Tuttavia non è accettabile la mistificazione della realtà. Non è possibile che l'unione stabile, fondata sul reciproco amore e collaborazione, tra due persone del medesimo sesso, venga propagandata come modello e come normalità di vita, come famiglia dei tempi moderni. 

Tra l’altro questo tipo di unione non può generare figli e quindi non credo che i partner possano pretendere di adottarne uno per il semplice motivo che la natura stessa di questa particolare unione non permette la nascita di un figlio. E credo che questa mancata possibilità non sia casuale.

Escludendo pertanto il discorso adozioni, penso invece che sia giusto e doveroso, per queste unioni, una volta rese pubbliche per mezzo della loro iscrizione nei registri dello Stato Civile, garantire i medesimi diritti e doveri esistenti per le persone coniugate civilmente che hanno deciso di costituire una coppia che sia in grado di formare in seguito una famiglia, nel senso che sopra abbiamo descritto.

Dobbiamo ripartire da questo semplice buon senso per riuscire a porre un limite al delirio di onnipotenza dell’uomo contemporaneo, che da solo non riesce a distinguere il legittimo desiderio di felicità dalla pretesa della sua realizzazione a tutti i costi.

C’è bisogno di questo buon senso? Osserviamo la realtà intorno a noi e diamoci la risposta.


giovedì 10 aprile 2014

Corte Costituzionale e fecondazione eterologa

Gioiscono gli avvocati che hanno vinto la loro battaglia e le coppie di sposi da loro difesi che potranno essere assistite nel nostro Paese.

Gioiscono i medici italiani che finalmente saranno liberi di dimostrare le loro capacità e competenze. 

Gioiscono le associazioni liberal che hanno sostenuto la campagna di stampa a favore della fecondazione eterologa come segno di civiltà.

Gioisce l'intellighenzia europea e internazionale, quella dei diritti civili e delle libertà tout court che vede gli esseri umani titolari del diritto di progettare e realizzare i propri desideri senza limitazioni.

Ma il punto centrale è proprio questo: non sono in gioco i diritti dell'umanità, ma il giusto desiderio dell'uomo di vivere con pienezza la propria esperienza umana.

Da un punto di vista tecnico, ormai lo sappiamo, siamo in grado di manipolare qualsiasi tipo di cellula, anzi abbiamo acquisito la capacita di modificare addirittura la struttura costitutiva delle singole cellule.

Ma ci deve essere un limite a questa capacità di manipolare la realtà oppure per il fatto stesso che si possa realizzare, una “tecnica di fecondazione” diventa lecita? Questo è il tema centrale sul quale riflettere.

Può il desiderio legittimo di un uomo e di una donna di pensare e cercare di realizzare il progetto di generare un figlio andare contro l'evidenza di una realtà negativa, contraria ai loro desideri?

Non sempre, anzi quasi mai, la vita corrisponde al cento per cento a quello che il nostro cuore desidera.

Noi pensiamo e viviamo come se fossimo immortali, eppure moriamo. Ci comportiamo come fossimo onnipotenti, eppure non riusciamo ad andare d'accordo per un giorno intero neanche con la nostra donna o i nostri figli, se ne abbiamo.

Si vive per imparare ad amare e per prepararsi a morire, ma mentre viviamo ci dimentichiamo perché siamo al mondo. E allora desideriamo realizzare a tutti i costi, come fossimo bambini, quello che abbiamo in mente, anche se la realtà ci dice no, tu questo non lo puoi fare, non lo puoi ottenere, per te c'è un'altra strada.

Perché il bello della vita è proprio questo: esiste sempre una strada nuova e diversa per ciascuno di noi. Pensavamo di svoltare a destra e invece inaspettatamente si apre una via nuova a sinistra. Questo è un dato fattuale del quale ognuno di noi fa esperienza ogni giorno. E così si va avanti, passo dopo passo. Per fortuna non siamo tutti uguali anche se il Potere tende all'omologazione per mantenere sotto controllo il nostro desiderio e renderlo il più possibile conforme ai suoi progetti. 

Ma a questo punto perché non desiderare e ottenere un figlio biondo con gli occhi azzurri, oppure no: io lo voglio nero, ma con gli occhi chiari: lo voglio, lo voglio! Purché sia sano, altrimenti l'embrione appena installato verrà prelevato dall'utero e distrutto.

La sentenza della Corte Costituzionale non ci equipara agli altri Paesi europei sul piano della civiltà giuridica e su quello dei diritti civili, tutt'altro.

Quando si abbandona il riferimento ad una legge morale, quello che rimane è il desiderio dell'uomo che assurge a legge universale.

Ed allora ecco che in Europa, ogni Stato ha una propria legge sulla procreazione assistita e quello che è lecito in Francia non lo è in Germania e così via. Non esiste più un limite riconosciuto al desiderio dell'uomo. L'unico limite è quello posto dalla tecnica, medica in questo caso.

La conseguenza che ne deriva è il caos. Il ministro della Sanità si è subito espresso sulla necessità, a questo punto, di un nuovo quadro normativo. Bene, va benissimo il quadro normativo.

Ma quando diventa legge di uno Stato il volere a tutti i costi diventare padre e madre, ecco che si legifera a favore di un proprio desiderio, lecito e nobile quanto si vuole, ma pur sempre desiderio e non diritto che deve per forza essere garantito. 

Proseguendo su questa strada, tutto quello che passa per la mente di un uomo al potere, potrebbe un domani diventare norma cogente per l’intera società. Se ciò avvenisse, le conseguenze aprirebbero scenari imprevedibili per la vita di ciascuno di noi.







mercoledì 10 luglio 2013

La scelta universitaria

Ancora pochi giorni, cari maturandi, e sarete passati al nuovo status di maturi.

Ve lo annuncio subito, se ancora la vostra giovane età non vi ha permesso di comprenderlo, che il nuovo status non porta di per sé la panacea e la soluzione di tutti i problemi che l'adolescenza, per voi ormai alle spalle, aveva prepotentemente posto di fronte alle vostre giovani vite.
Anzi, se mai, da maturi le decisioni che dovrete prendere d'ora innanzi, saranno più importanti, più radicali e dovranno essere assolutamente vostre, senza più l'alibi di genitori che vi costringono a compiere scelte non condivise.

E una delle prime scelte che vi aspetta al varco, in questa estate 2013, è la scelta della facoltà universitaria.

Premessa: il consiglio che vi può dare un genitore di quasi mezzo secolo di vita è di continuare la vostra formazione scolastica iscrivendovi ad una facoltà universitaria. Nel momento storico che stiamo vivendo la formazione scolastica per un giovane cittadino del pianeta è assolutamente importante e fondamentale per affrontare un mondo del lavoro sempre più difficile, complesso e competitivo.

Con questo non voglio dire che la formazione universitaria debba per forza essere di carattere tecnico o scientifico. A mio modo di vedere, nel mondo del lavoro di domani, che poi è il nostro mondo di oggi più un giorno, serviranno sempre, oltre a bravi e preparati medici e ingegneri, anche bravi e preparati insegnanti, scrittori, pittori e poeti. Quello che conta è la passione con cui si sceglie una facoltà universitaria, con uno sguardo all'occupazione / professione che si vorrebbe intraprendere un domani.

Non dovete, ragazzi, farvi influenzare in questa decisione, che poi inevitabilmente condizionerà la vostra vita, da pressioni più o meno velate di genitori, parenti o amici. Decidete con il cuore e con la mente, ma che siano entrambi i vostri! Molto meglio un insegnante soddisfatto che un medico indeciso, molto meglio un ricercatore curioso in università che un avvocato triste in Tribunale. La scelta universitaria è scelta vocazionale, scelta di vita. Il lavoro che ognuno di voi sceglierà di fare condizionerà la vostra vita per sempre.

Massimo Diana sostiene, a ragione, che ogni uomo  che è al mondo deve, prima o poi, fare i conti con due questioni fondamentali: imparare ad amare e prepararsi a morire. Tralasciando il secondo aspetto, che per voi ragazzi di 18 / 19 anni è forse ancora troppo lontano dalla vostra vita, il primo invece è decisivo proprio in una questione come questa. Imparare ad amare significa prendere sul serio il proprio destino, il cammino che sino a questo momento si è compiuto e metterlo al servizio di se stessi.

Questo è l'unico modo che conosco per affrontare con serenità la scelta universitaria, liberi da un esito che in questo momento non vi appartiene, ma che è già positivamente presente in una scelta effettuata utilizzando questa evidenza della ragione.


Auguro ad ognuno di voi tanto coraggio per intraprendere la scelta giusta. Sembra retorica, badate che non lo è, ma il futuro della nostra Nazione, l'uscita dal tunnel di questa crisi esistenziale in cui tutti noi ci troviamo, dipenderà anche dagli uomini e dalle donne che domani, con il proprio lavoro felicemente svolto, permetteranno al nostro Paese di fare quattro passi in avanti...E quegli uomini e quelle donne siete anche voi, maturi del 2013.




domenica 30 giugno 2013

Summum ius, summa iniuria

La recente sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che, ancorché decisamente divisa al suo interno, con 5 voti a favore e 4 contrari, ha legittimato i matrimoni tra persone dello stesso sesso, sembra ormai far vacillare la diga dei divieti di queste unioni nel c.d. mondo civilizzato, o primo mondo, o mondo industrializzato, mondo occidentale (chiamatelo con la categoria sociologica che preferite).

Il pronunciamento vale chiaramente all’interno degli Stati Uniti, ma il peso psicologico che gli States possono vantare anche nel settore dei “diritti civili” rispetto al resto del mondo di cui sopra, è tantissimo. Quindi c’è da aspettarsi che questa sarà una sentenza che farà “scuola”. 

Personalmente spero di no, ma credo che ormai la direzione dell’ ”Intelligencija” internazionale spinga per far approvare da tutti gli Stati i matrimoni omosessuali, ritenendo questo fatto una vittoria dell’uguaglianza finalmente raggiunta tra le persone, indipendentemente dal sesso di quelle persone.

Purtroppo per l’ “Intelligencija” internazionale, il vero problema, per loro, sta proprio qui. Le persone non sono uguali, sono maschio o femmina, uomini e donne. E sono diverse tra di loro. Tanto è vero che le donne, per fare un esempio, partoriscono e generano un figlio, gli uomini no. E generare un figlio non è equiparabile ad un diritto, ma è un dato di fatto. Gli uomini non hanno un diritto in meno rispetto alle donne, perché non possono generare figli, semplicemente la loro natura li ha fatti così! 

Sembra banale quello che ho appena scritto, ma evidentemente ci sono delle persone, poche numericamente a dir la verità, ma influenti intellettualmente e politicamente, che la pensano diversamente. Mi spiace per loro, ma la realtà è, e sarà sempre, quella che ho descritto.

Anche il matrimonio, così come sembra essere inteso da costoro, non è un diritto, ma una, chiamiamola istituzione umana, consuetudine umana che in tutti i popoli, in tutti i tempi, vede l’unione stabile di un uomo e di una donna per formare una famiglia e generare una discendenza. Anche gli animali fanno così, certamente le loro unioni sono diverse da quelle degli uomini, ma di fatto un maschio di leone e una leonessa si accoppiano e per un certo tempo stanno insieme per allevare dei cuccioli di leone.

E, badate bene, fino a qui la religione non c’entra nulla. Il matrimonio esisteva anche ai tempi dei greci e dei romani. Anche allora esistevano unioni tra persone dello stesso sesso, ma nessuno si sognava di paragonare queste unioni ai matrimoni. Con ciò non significa che le singole persone, anche quelle che formano una coppia omosessuale, non abbiano i medesimi diritti e doveri. Non si sta mettendo in discussione questo. Semplicemente un’ unione matrimoniale prevede la presenza di un uomo e di una donna che formano una coppia aperta a generare una prole.

Se il vero problema, il nocciolo della questione, è invece quello di garantire alcuni diritti “privati” alle persone che formano una coppia omosessuale, per esempio il diritto di successione, il diritto al subentro nei contratti di affitto, il diritto alla reversibilità della pensione o altri diritti simili, basta affrontare questo tipo di problematiche nell’ambito di una riforma del diritto privato. Personalmente non mi permetto di esprimere nessun giudizio morale sulle persone dello stesso sesso che decidono di vivere insieme, da coppia, e sono anche d’accordo sul tutelare i diritti sopra citati. Basterebbe istituire un registro civile di queste unioni a cui poi si possono riconoscere i medesimi diritti privati intercorrenti tra coppie sposate etero sessuali, ma senza definire queste unioni con il termine “matrimoni” e senza fornire il diritto di adottare e crescere figli. Su questo punto non ci sono dubbi, tanto è vero, lo ripeto, che è la natura stessa umana che è fatta maschio e femmina e la diversità, se esiste, esiste per un motivo, altrimenti non esisterebbe!

A dir la verità, a pensarci bene, fa riflettere il fatto che nel 2013 l’umanità stia argomentando su tematiche come questa. Dopo millenni di sviluppo del pensiero filosofico, dopo l’avvento sulla scena mondiale di tre religioni monoteiste e dopo l’incredibile progresso tecnologico compiuto dall’essere umano, questo stesso uomo dimostra di essere rimasto così piccolo, così cucciolo, così lontano ancora dalla comprensione della sua stessa natura umana. Sembra impossibile, ma la realtà come sempre ci sorprende.




venerdì 7 giugno 2013

Che scuola vogliamo per i nostri figli?

Spentosi un poco il clamore suscitato dal referendum di Bologna sui finanziamenti pubblici del Comune alle scuole paritarie, proviamo a fare alcune considerazioni a mente lucida, guardando i fatti.

Hanno “vinto” il referendum i sostenitori dell’abolizione del finanziamento alle scuole paritarie, con il 60% dei voti, ma hanno votato solo il 28% degli aventi diritto. In pratica hanno votato a favore dell’abolizione il 16,8% degli aventi diritto. Un po poco per dire che la maggioranza dei bolognesi vuole l’abolizione del finanziamento.

Invece, sarebbe interessante capire come mai il 72% dei bolognesi non si è recato a votare. Ma, tant’è.

Seconda considerazione: se le scuole paritarie, senza finanziamenti, ancorchè minimi, dovessero chiudere i battenti, quei ragazzi e le loro famiglie si rivolgerebbero alle scuole statali, questo è ovvio. Conseguenza, il Comune dovrebbe far fronte alla nuova richiesta degli utenti e quindi dovrebbe sopportare un aumento dei costi in un periodo dove le risorse ai Comuni vengono cancellate dal Governo centrale.

E poi, risulta dalle statistiche del Ministero, un posto alunno in una scuola statale costa circa 10 volte tanto di un posto alunno in una scuola paritaria. Cosa conviene al comune di Bologna: continuare a finanziare le scuole paritarie oppure portarle sull’orlo della crisi finanziaria e farle chiudere?

Francamente è stato demoralizzante leggere in queste settimane, sulle pagine di quasi tutti i giornali, un attacco alla scuola paritaria, accusata di togliere fondi alla scuola statale, senza avere a sostegno di questa tesi nulla più di un pensiero ideologico, espressione di una vecchia cultura di sinistra, che non aiuta certo l’Italia di oggi ad uscire dalla crisi culturale, oltre che economica, in cui si trova. 

Nessuno, conti alla mano, può dimostrare economicamente che la scuola paritaria sia un costo per le casse pubbliche, a meno che non si pensi che, chiuse le scuole paritarie, quegli studenti non vadano più avanti a studiare e rinuncino a frequentare la scuola statale. 

Sia chiaro, a questo tema, prettamente economico, si aggiunge quello della libertà di educare i propri figli. Ogni famiglia a nostro giudizio ha il diritto di esercitare la libertà di educazione e pertanto il valore delle scuole paritarie è incommensurabile e costituzionalmente garantito. I benefici di tale attività ricadono su tutta la società nella quale agiranno e opereranno gli studenti usciti dalle scuole paritarie.

Diceva Don Bosco, fondatore nella Torino operaia del 1800 delle scuole salesiane, che l’educazione è cosa del cuore. L’educazione è il dono più grande che l’uomo può offrire al proprio “cucciolo” e deve poterlo fare in piena libertà, secondo quelli che sono i propri principi e ideali. Solo così si forma il cuore di un giovane, partendo da un punto d’inizio, un’origine verso la quale paragonare e confrontare tutta la realtà.

Più si lascia libertà di educazione e più si formano persone capaci di interagire con la realtà, desiderose di conoscerla, comprenderla, amarla e quindi migliorarla.



giovedì 7 marzo 2013

A tu per tu con: Silvia e Ugo

Incontro Ugo con Silvia e i bambini, Riccardo di 5 anni e Letizia di 3 un venerdì uggioso di gennaio, in un tardo pomeriggio post asilo. Ugo lo conosco da più di venticinque anni, è stato il mio testimone di nozze e da più di tre anni è malato di SLA, la ormai non più rara malattia meglio nota come Sclerosi Laterale Amiotrofica. Comunica tramite un sintetizzatore vocale comandato dagli occhi, l’unica parte del corpo che riesce ancora a muovere.

Io e Ugo il giorno del suo matrimonio con Silvia nel 2005


D. Chiedo a Silvia: parlami dell’inizio del vostro rapporto.
R. Ci siamo conosciuti da adulti: un anno di fidanzamento, oltretutto vissuto a distanza per impegni lavorativi in Cina di Ugo [che è ingegnere meccanico].  Abbiamo litigato tantissimo, da fidanzati! Per fortuna ci siamo sposati dopo pochi mesi. Un giorno, istantaneamente, ho avuto una certezza: che quest’uomo, dalla notte dei tempi, era stato pensato da Dio per me. Non c’erano altre persone con cui, come con lui, sentissi di non aver bisogno di fingere. Non potevo lasciarmelo scappare! Era una delle piccole grandi certezze della vita, intuizioni come fiammelle che sono la strada per trovare il fuoco. Ci siamo sposati nel 2005, ti ricordi vero il nostro matrimonio?! Nel febbraio 2008 nasce Riccardo, dopo poco rimango in attesa di Letizia la cui nascita è prevista per settembre 2009. A giugno 2009 scopriamo che Ugo è affetto da SLA.

D. Come è andata?
R. Ugo in quel periodo si sentiva un poco stanco. Un amico fisiatra ha l’accortezza di indicarci alcuni esami che sembra opportuno effettuare. Il verdetto è terribile: Ugo è affetto da SLA. Il nostro impatto con la malattia è stato brutale. Lo specialista ha guardato in faccia mio marito e me, che avevo il pancione del settimo mese di gravidanza, e ci ha detto senza mezzi termini di non fare progetti a lunga scadenza; di non accendere un mutuo a dieci anni, e che se Ugo voleva fare una corsa oggi non la rimandasse a domani perché forse domani non avrebbe più potuto farla.  E’ stato uno choc ed un insulto.  Abbiamo cercato di reagire e di affrontare comunque la realtà inattesa e carica di angoscia. L’aiuto ci è venuto dal Centro Nemo del Niguarda di Milano, un polo specializzato per la SLA, dove l’approccio è del tutto diverso: al drastico “non c’è nulla da fare” che ci eravamo sentiti sentenziare dal medico si contrappone qui un semplice e concreto “vediamo cosa si può fare”. Ci sono stati accanto per aiutarci a capire qual è il modo migliore di affrontare la situazione. Purtroppo, con Ugo la SLA si dimostra subito una brutta bestia vorace. All’inizio di settembre, quando Letizia nasce, Ugo già fatica a stare in piedi.  Iniziamo mesi terribili, in cui, con velocità spaventosa, Ugo sembra cedere terreno alla malattia in una ritirata senza tregua: in pochi mesi è in sedia a rotelle. A febbraio 2010, dopo un ricovero al Nemo, Ugo non muove più le braccia.

D. Come hai fatto tu, con i bambini, in questa circostanza ad andare avanti?
R. Quando Ugo esce dal Nemo, a febbraio, inizia un movimento di amicizia e solidarietà che ben presto assume proporzioni non previste.  I nostri amici, in particolare quelli del movimento di Comunione e Liberazione si organizzano in turni: ogni sera arrivano almeno in due, con la cena pronta e le maniche rimboccate.  Certo, questa situazione ha degli aspetti difficili: significa che la propria casa smette di essere casa propria, e deve aprirsi per forza ad un via-vai di generosità e amicizia che ha aspetti bellissimi ma richiede comunque accettazione ed accoglienza. Nasce una grande attenzione nei confronti della nostra situazione; eppure, paradossalmente, molte delle persone che vengono qui dicono di farlo perché si sentono aiutate da noi. Si viene per dare una mano, ma spesso la motivazione profonda è più forte, e risiede nel bisogno che tutti abbiamo di essere aiutati. Questo ha del miracoloso. Noi non facciamo proprio niente, non vogliamo insegnare niente a nessuno, eppure quando qualcuno viene qui poi ci confida di stare meglio lui stesso, e ci sono diverse persone che chiedono di poter venire ad aiutarci. Pensa che in parrocchia si fanno i turni perché ogni giorno ci sia qualcuno che recita il rosario per Ugo.  Noi così sappiamo che quotidianamente qualcuno dedica tempo e preghiere espressamente per noi. Altri hanno organizzato pellegrinaggi alla tomba di don Giussani, di cui è stata recentemente inaugurata la causa di beatificazione, per chiedere la grazia della guarigione. A pregare per noi ci sono persone amiche, ma anche tanti sconosciuti: addirittura un monastero di clausura in Armenia, a cui un amico ha raccontato la nostra situazione. La forza della preghiera è tangibile. Per noi, in particolare per me, è come avere accanto una persona in più. È difficile spiegarlo, se non se ne ha esperienza: non sono parole vuote, che finiscono nel nulla, ma è un aiuto veramente concreto e sostanziale. All’aiuto spirituale si affianca poi l’aiuto pratico. Abbiamo persone che vengono qui e danno una mano in tutto. Quando ho bisogno di qualcosa, alzo il telefono e trovo sempre una risposta maggiore delle aspettative.

D. Come sei cambiata in questi mesi?
R. Ho imparato, prima di tutto, ad amare mio marito come non avrei mai immaginato e sperato: sono innamorata di lui e lo risposerei immediatamente, nella situazione in cui si trova. Ho compreso che una persona non è ciò che può o non può fare: il suo valore è altrove. E poi ho imparato a chiedere aiuto, amicizia, sostegno e compagnia. Troppo spesso siamo portati a cercare di far tutto da soli, arrogandoci il diritto di poter bastare a noi stessi. Invece siamo creature dipendenti, e Ugo lo mostra in modo eclatante. Lui, oggettivamente, dipende dagli altri in qualsiasi cosa: dalle più piccole, come grattarsi la fronte, fino a quelle fondamentali come il nutrirsi o addirittura il respirare. E tuttavia lui mostra, in modo estremo, quello che ciascuno di noi è. Io stessa ho imparato a chiedere aiuto, perché oggettivamente non ce la faccio: è una situazione più grande di tutti noi. Si inizia a vedere che l’uomo è fatto per stare con gli altri, in un ambito comunitario. Sono convinta che chi muore di disperazione da un lato non si sia reso conto che ogni difficoltà racchiude possibilità buone anche per chi lo vive, e dall’altro si sia chiuso in se stesso, restando solo e così condannandosi all’angoscia. La presenza degli altri è un immenso aiuto: qualcuno che viene e chiede come stai, come va, se hai bisogno di qualcosa; e non lo chiede solo per formalità, ma perché veramente ci tiene a te. Questo ti dà un respiro infinito, ti dà la possibilità di ripartire, di guardare a coloro che hai vicino e che ami in un modo nuovo tutti i giorni. E ciò è più che mai necessario, in quanto ogni giornata è segnata dalla fatica.  Fin dal risveglio, Ugo ha problemi respiratori per via delle secrezioni che si accumulano nella cannula durante il sonno. Poi bisogna spostarlo per l’igiene personale.  Troppo spesso ci si approccia alle persone con difficoltà di questo tipo come se fossero prima di tutto ammalate. Invece, Ugo prima di tutto è mio marito: ed è un uomo che ha bisogno di fare una doccia, come tutti. E, come tutti, Ugo fa la doccia tutte le mattine. Certo, è una fatica, prima di tutto per lui, perché per spostarlo ci vuole un sollevatore... Eppure tutto ciò mantiene alta la sua dignità. A noi avevano suggerito un letto motorizzato, come quello degli ospedali, fin dal primo ricovero. Noi invece abbiamo scelto di dormire insieme ancora oggi, nel «lettone», come una qualsiasi coppia di sposi. Vogliamo preservare un ambiente familiare a tutti gli effetti per i nostri figli.  Ugo rimane il papà dei suoi figli: un papà con dei problemi, un papà ammalato, ma sempre il papà. E tutta la famiglia vive la fede e la speranza della guarigione.  I bambini si chiedono quando il papà potrà guarire, come se avesse un raffreddore. Nessuno di noi vive in una prospettiva di negatività senza speranza: crediamo tantissimo nei miracoli. Potrebbe essere qualcosa di eclatante: chiudo la porta, vado nell’altra stanza e mi trovo mio marito in piedi, guarito. E questo potrebbe essere! Oppure, l’altro miracolo sarebbe che si trovasse una terapia risolutiva per la SLA: e questo è il miracolo che mio marito chiede a Dio, perché sarebbe la guarigione non solo per lui. E credo che solo chi soffre come un malato di SLA possa capire cosa vuol dire chiedere la stessa salvezza per qualche altro malato che nemmeno conosciamo.

D. mi hanno raccontato che tu e Ugo tenete anche un Corso per fidanzati?
R:  Silvia sorride:  credo di averli «stesi», i ragazzi che sono venuti qui! Ho detto loro chiaro e tondo che nella vita non si può sapere cosa accadrà, e bisogna affrontare coscientemente il passo decisivo della vita, quello del matrimonio, sapendo che può capitare anche una situazione come la nostra. Certo, quando si fanno le promesse matrimoniali, «nella salute e nella malattia», si spera sempre che la malattia non accada. Eppure ci si promette di restare accanto all’altro anche nel dolore, che può anche essere il dolore di un tradimento, ma anche quello di veder tradita l’idea che abbiamo dell’altro. Io, Silvia, ho avuto la grazia, il giorno del matrimonio, di sentire ciò molto chiaramente: ho fatto quelle promesse con coscienza, quel giorno «c’ero» con la testa e con il cuore e non ero sopraffatta dalle emozioni. Ho preso in carico questa missione: perché sposarsi è una missione, come andare in Africa a convertire e aiutare le persone. Il matrimonio non è soltanto il sì di “quel giorno”, ma un sì rinnovato tutti i giorni e tutte le sere, quando ci si impegna a non andare a dormire con il rancore e la rabbia nel cuore, perché il momento di buio della notte non si estenda a tutta la vita. Anche se l’innamoramento passa, si riafferma continuamente il significato dell’accompagnarsi reciprocamente al proprio destino: diventare più veri ogni giorno, raggiungendo la verità di sé. Ripensando a questi anni di fatica, chi non mi avrebbe giustificata se avessi mollato tutto? Cosa mi tiene legata ad una condizione familiare come questa, in cui, oltre ad Ugo, anche i bambini mi richiedono moltissimo? Il sì delle mie nozze non è un sì soltanto mio, ma è accompagnato dalla presenza di un Altro. È grazie a Lui che posso oggi guardare mio marito con una tenerezza ed un amore molto più potenti di quelli del giorno del matrimonio; è grazie a Lui che mio marito, a sua volta, mi vuole così bene. «Io ho bisogno di te», mi dice: e non è solo un bisogno di cose da fare... Quale marito ha la libertà di dire alla moglie una cosa del genere?  Il nostro rapporto è vero perché è molto libero. Ci guardiamo per quello che siamo, e questa è una meta difficilissima. Noi ci sentiamo «benedetti», perché a noi, comunque, questa malattia ha portato tanta Grazia. Le nostre promesse sono state pronunciate davanti ad un Altro che vive con noi, e la cui presenza e vicinanza è ciò che ci tiene insieme e ci aiuta ad avere pietà dei nostri limiti: di quelli dell’altro, ma anche dei propri. A volte, inconsapevolmente, mi capita di far male ad Ugo: e lì, prima di tutto, è a me stessa che devo chiedere perdono, ammettendo di essere limitata e di non poter far bene ogni cosa. Amarsi vuol dire non partire dal proprio limite, bensì dalla presenza dell’altro. Anche perché non sarebbe stato mica facile vivere con Ugo in ogni caso: è un testone terribile! (E questo è vero, lo posso sottoscrivere anch’io!)

Grazie Silvia e grazie Ugo per la vostra testimonianza.