Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

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sabato 4 febbraio 2017

Piccoli Trump crescono



Negli USA, i primi dieci giorni di governo del presidente Trump:
  • ·         abolizione della riforma sanitaria di Obama, termine del sostegno finanziario alle associazioni che sostengono l’aborto, avvio della costruzione del muro lungo il confine con il Messico, applicazione di dazi su prodotti di aziende statunitensi fabbricati all’estero e venduti negli USA, alleanza politica strategica con il Regno Unito del dopo Brexit, divieto per quattro mesi di ingresso negli USA per i cittadini di sette Paesi islamici per supposto rischio terrorismo, avvertimenti più o meno velati a Israele, Iran e Australia di non intralciare il nuovo corso della politica americana, abolizione delle norme a tutela dell’inquinamento atmosferico, riapertura delle miniere di carbone. A ciascuno la sua valutazione…

In Italia:

  • ·         dati sulla disoccupazione in crescita, quella giovanile supera nuovamente il 40%, nonostante il Jobs Act (forse una causa di questo aumento potrebbe derivare dal fatto che i genitori di questi giovani andranno in pensione a settant’anni?).
  • ·         Il problema principale delle forze politiche rimane quello se votare nel 2017 o nel 2018 e con quale legge elettorale. Se consideriamo che in questo Parlamento esistono 18 gruppi parlamentari, le proposte di legge elettorale che sono oggetto di analisi e accese discussioni sui mezzi di informazione e sui social sono circa una trentina…
  • ·         Ancora: il caso dell’azienda K-Flex, esempio di successo dell’imprenditoria italiana. A cosa sta pensando la proprietà: delocalizzare la produzione dello stabilimento italiano (il primo nato del gruppo Spinelli) in Polonia, mettendo così a rischio il posto di lavoro di 250 persone. Per completezza di informazione: il gruppo Spinelli non versa in cattive acque, ma anzi vanta una posizione di leader mondiale nella produzione di isolanti termici e acustici e nel 2014 ha emesso un bond da 100 milioni di euro con scadenza 2020 che è stato sottoscritto da 40 investitori istituzionali, allo scopo di finanziare proprio lo sviluppo internazionale del gruppo. Solo che, crediamo, i lavoratori non si immaginassero che la proprietà volesse trasferire lo sviluppo dello stabilimento italiano all’estero…


Al di là di come finirà la vicenda della K-Flex (noi speriamo bene per i 250 lavoratori italiani e le loro famiglie), questo purtroppo è solo l’ultimo caso di una interminabile delocalizzazione di aziende che ha colpito in questi anni il nostro Paese a favore di Paesi, molto spesso, appartenenti alla stessa Unione Europea, nel totale silenzio di quasi tutta la classe politica italiana.

Come possiamo pensare che il tasso di disoccupazione nel nostro Paese diminuisca se non facciamo nulla per evitare che le nostre aziende di punta, le nostre eccellenze imprenditoriali decidano di spostare la produzione in Paesi che, evidentemente, offriranno alle aziende medesime, migliori servizi e migliori condizioni per realizzare il business?

Ma la beffa maggiore, a nostro parere, risiede nel fatto che questa concorrenza sleale e immorale, non proviene da Paesi lontani da noi e in via di sviluppo, che cercano con ogni mezzo di procurare lavoro ai propri cittadini bisognosi di tutto, ma da quegli stessi Paesi cui solo pochi anni fa abbiamo aperto con generosità le porte dell’Unione ed ora utilizzano le agevolazioni messe loro a disposizione, a danno di Paesi come l’Italia, che sta attraversando un momento di crisi economica e sociale prolungato.

È quindi evidente che l’Europa così come l’abbiamo costruita, con queste regole e queste dinamiche, non funziona. Non stiamo parlando di neo assistenzialismo, ma di nuove regole del gioco che tengano conto delle differenze in termini di costo dei servizi offerti nei diversi Paesi dell’Unione (tassazione, costo energia, costo trasporti, costo lavoro). Anche perché non dimentichiamoci che la moneta, quella sì, è già unica...

Se non porremo un freno a questo esodo imprenditoriale, finirà che tra venti anni, l’Italia si sarà trasformata nella Polonia del 1989 e la Polonia sarà la protagonista del nuovo boom economico dell’Europa dell’Est. Sia chiaro, non abbiamo nulla contro la Polonia, né contro gli altri Paesi membri della UE, ma semmai contro le politiche miopi e non più sostenibili della Commissione europea. 

Ultima considerazione: dopo il Regno Unito, non possiamo escludere che altri Paesi, tiepidi nei confronti dell’Europa, accarezzino la tentazione di provare un dietro front e abbandonare l’Unione. E allora sì che nuovi piccoli Trump cresceranno…
  
     

venerdì 20 gennaio 2017

Il New Deal trumpiano



Come penso moltissimi milioni di persone in tutto il mondo, sono reduce dall’aver seguito in televisione l’insediamento del 45° Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Che dire: personaggio più diverso dal suo predecessore, Barack Obama, il neo Presidente non poteva essere.

Basterebbe un'occhiata ai due profili Twitter per farsi subito un’idea delle distanze.

Il profilo di Trump si riassume in questi numeri:
  • iscritto dal marzo 2009
  • 34.300 tweet
  • 42 following (persone che lui segue)
  • 20,7 milioni di follower (persone che lo seguono)

Il profilo di Obama invece:
  • iscritto dal marzo 2007
  • 15.400 tweet
  • 632.000 following
  • 80,9 milioni di follower 

Le differenze sono sotto gli occhi di tutti: quelli di Trump sono fissi sul suo ombelico (formato da 42 persone, metà suoi familiari, tutti statunitensi), quelli di Obama sono spalancati sul mondo e il mondo lo ricambia seguendolo (quasi 81 milioni di persone contro i 21 che seguono il neo president).

Trump esterna tweet a ripetizione, praticamente uno ogni volta che gli viene in mente un pensiero degno di nota, secondo lui (circa 12 tweet al giorno, dalla data di creazione del profilo), mentre Obama è più riflessivo nell’uso dello strumento (4 tweet in media al giorno).

Rileggendo (http://www.corriere.it/Speciali/Esteri/2009/Discorso_Obama/) il discorso di insediamento di Obama di 8 anni fa, le parole che ritornano sono correre rischi, fatiche di uomini e donne, lotta, sacrificio, ovunque guardiamo c’è lavoro da fare, bene comune.

Viceversa ( http://www.corriere.it/esteri/17_gennaio_20/trump-discorso-insediamento-presidente-usa-f07d48f4-df2d-11e6-ac31-10863be346e7.shtml)  il discorso di questo pomeriggio di Trump ha indubbiamente un taglio populista, in continuità con i temi della sua campagna elettorale, terminata tre mesi fa. Gli slogan utilizzati: torneremo a fare grande l’America, il potere passa al popolo, riportare a casa il lavoro, cancellare il radicalismo islamico, american dream, american first.

Cosa farà da domani il neo Presidente? In pochi oggi lo sanno, ma sicuramente il personaggio tirerà dritto perseguendo il suo programma che è risultato quello scelto dalla maggioranza degli americani.

E qui veniamo alla fine del mandato di Obama: dopo otto anni di Obama policy, cosa resta di lui all’America? Probabilmente meno di quello che gli americani si aspettavano da un uomo che nel 2008 aveva vinto le elezioni con una grandissima aspettativa, primo Presidente di colore, originario di una famiglia della classe media, giovane e convincente con quel suo motto Yes, we can, aveva ringalluzzito gli americani dopo la batosta di una crisi economica che aveva lasciato il segno.

Nel 2009 il premio Nobel per la Pace lo aveva definitivamente lanciato nella classifica delle aspettative come l’uomo che tutto poteva, ma dopo otto anni i risultati ottenuti sono in realtà deludenti. Forse quelli più lusinghieri Obama li ha ottenuti sul fronte interno, con l’approvazione dell’Obama Care che però ha portato ad un aumento delle tasse per tutti gli americani che hanno continuato a pagarsi una polizza sanitaria extra privata e con la politica economica portata avanti grazie a forti investimenti pubblici e con l’aiuto di stimoli finanziari che di fatto hanno interrotto la crisi e fatto ripartire l’occupazione. 

Nella politica di Obama era centrale il coinvolgimento degli storici partner alleati degli USA, Europa in primis, mentre con gli amici/nemici Russia e Cina negli otto anni si è scontrato su diversi scenari internazionali. Infine, un punto che sicuramente gioca a favore di Obama è stato quello di riportare gli USA ad un’autosufficienza energetica, la stessa che permetterà ora a Trump di poter fare a meno di occuparsi attivamente degli scenari mediorientali. 

Dove Obama ha fallito è stato in politica estera e nella lotta al terrorismo. Nonostante l’uccisione di Osama Bin Laden, nemico giurato numero uno degli USA, il terrorismo ha continuato a dilagare e nuovi gruppi, Isis in testa sono subentrati e sono ben lungi dall’essere sconfitti. Per non parlare delle primavere arabe: dovevano portare la democrazia nei Paesi del Nord Africa e il risultato è stato: più guerre, più civili morti, più dolore e Stati ancora in bilico tra un ritorno alla normalità di una nuova dittatura che ha sostituito la precedente (vedi Egitto) oppure Stati ancora coinvolti in guerre civili (vedi Libia) o Stati che non esistono più (vedi Siria). Per non parlare di punti di tensione come il Medio Oriente, Israele – Palestina o la Corea del Nord che restano senza soluzioni definitive. L’unico passo in avanti è stato fatto nel rapporto con l’Iran dopo aver preteso e ottenuto la fine della corsa al nucleare bellico di quel Paese. Poca cosa in otto anni da un uomo con quel potenziale di autorità e autorevolezza da spendere.

Ma forse tutto questo non ha nulla a che vedere con la vittoria di Trump del novembre scorso. Ci sono momenti della storia dove gli americani sentono il bisogno di rinchiudersi in loro stessi e di coccolarsi nel loro sogno di americani: dove la frontiera è quella che corre verso Ovest, ma si ferma alla California e non oltrepassa il Pacifico. Questo è uno di quei momenti e Trump ha fiutato il cambiamento che era in atto già da alcuni anni nel popolo americano e lo ha cavalcato. Gli errori compiuti dai Democratici in campagna elettorale hanno fatto il resto.

A questo punto, occorre che noi europei iniziamo a rendercene conto da subito, perché l’uomo non aspetterà a prendere le sue iniziative. Forse è quello che serviva anche a noi. Con Trump Presidente o l’Unione europea ritrova le ragioni per cui esiste e per cui è stata pensata dai suoi padri fondatori, subito dopo l’immane sciagura della Seconda Guerra mondiale, oppure l’era Trump potrebbe trasformarsi in una spallata definitiva alla sua esistenza. 

E se così fosse, ricordo quello che pensava il filosofo napoletano Giambattista Vico. Egli sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza. Qui, nel nostro blog, siamo abituati ad essere più modesti, e non scomodiamo certamente la Divina Provvidenza. Riteniamo che sia sufficiente l’umana scelleratezza…

mercoledì 9 novembre 2016

Il vincitore è... Donald Trump



Donald Trump sarà il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, vale a dire, sino ad oggi, della nazione leader mondiale in campo militare, economico, finanziario, industriale ma anche in quello della difesa dei diritti dei più deboli e delle minoranze e all’avanguardia nella ricerca scientifica. In pratica la nazione faro della comunità civile dei Paesi più avanzati al mondo.

Donald Trump è stato eletto dagli elettori di quella nazione, in barba a quasi tutti i sondaggisti, gli opinion leader, i tycoon televisivi e l’establishment culturale che tifavano Hillary Clinton. Un commentatore televisivo americano, questa mattina, ha detto che si è reso conto, dopo questo voto, di non conoscere più il Paese in cui vive. Può essere. Questo dipende però dalla sua sensibilità politica.

Resta un fatto: che il nostro mondo occidentale in questi ultimi 16 anni è profondamente cambiato e l’elezione di Trump negli USA, come la scelta della Brexit nel Regno Unito, l’affermazione di Orbán in Ungheria, dei partiti xenofobi in Austria e della estrema destra in Francia sono solo alcuni dei segnali di questo cambiamento.

Le cause di questa mutazione genetica del pensiero dell’uomo occidentale contemporaneo, che vive in comunità mediamente più ricche rispetto ad altre zone del mondo, a nostro giudizio sono da ricercarsi in primo luogo nella globalizzazione. Essa è intervenuta con velocità esponenziale in moltissimi ambiti della vita umana nello stesso periodo di tempo. Ciò ha disorientato intere classi sociali in ogni Paese dell’Occidente, o meglio, le ha spaventate. E quando una persona ha paura, per prima cosa pensa a difendersi da quello che considera il nemico, il diverso da sé, che può essere l’uomo di colore, il rifugiato, l’islamico e via così.

Si è globalizzata l’economia, e quindi il lavoro. Si sono globalizzati i mercati e quindi la finanza. Si sono globalizzate le fonti d’informazione e i social media hanno dato il colpo definitivo: oggi chiunque può twittare 140 caratteri di stupidaggini ed essere letto da milioni di persone. Questa è la realtà che stiamo vivendo.

Oggi le aziende globalizzate, le multinazionali, perseguono budget e rendiconti trimestrali per cercare di soddisfare i propri investitori che ogni tre mesi decidono se mantenere masse enormi di denaro, frutto della globalizzazione dei mezzi di produzione, investiti in questa o quella azienda. Se per caso l’utile aziendale di un trimestre è inferiore alle previsioni stimate dagli analisti finanziari, allora il valore in borsa del titolo scende e se nei 2 trimestri successivi non si verifica un’inversione di tendenza, si inizia a parlare di crisi. Capite: stiamo parlando di 6 o 9 mesi di vita di un’azienda. Cosa rappresentano 9 mesi se paragonati alla durata della vita media di un dipendente o di un cliente di quella società?

Quando l’unica cosa che conta è l’oggi e non il domani, quando importa solo quello che si riesce a produrre qui, adesso, perché domani si potrebbe produrlo lontano da qui e ad un costo inferiore, allora l’unica reazione possibile per l’essere umano è quella di usare l’istinto. Si vota di pancia, per colui che sembra darti ascolto. La ragione per essere messa in moto ha bisogno di più tempo, di una pausa di riflessione, di analisi dei fattori in gioco. È proprio questo tempo che ci è stato tolto, ci è stato rubato.

Inoltre ci si deve rendere conto che il tempo concesso per la produzione del profitto, 3 – 6 o 9 mesi, ormai non coincide più con il tempo dell’orologio biologico del pianeta sul quale viviamo, che tra l’altro è globalizzato per definizione, da sempre, e in un modo migliore del nostro.

La nostra globalizzazione, quella imposta alla Terra dagli uomini in questi ultimi 15/20 anni, viaggia a ritmi stressanti per soddisfare la fame di profitti delle multinazionali che si sono create proprio a seguito di questo processo. E per sostenere questo ritmo frenetico, le risorse del pianeta purtroppo sono a rischio. Anche perché la favoletta che il mercato si auto regolamenta e si pone dei limiti interni non è più credibile. Chi con la globalizzazione è cresciuto, desidera espandersi sempre di più a scapito del più piccolo e meno globalizzato. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti nei diversi settori economici, dalla chimica alla farmaceutica, dall’informatica alle telecomunicazioni.

Siamo partiti da Trump per arrivare sin qui. Che ruolo giocheranno Trump e l’America in tutto questo? Nessuno al momento lo può sapere. C’è solo da augurarsi che il popolo americano abbia fatto la scelta giusta, e al di là del folclore del soggetto scelto come Presidente, abbia intravisto la possibilità per Trump di essere un Presidente “conservatore” nel senso di porre una decelerazione alla globalizzazione per fermarsi a riflettere dove l’Occidente sta dirigendo la prua.

E per l’Italia, che conseguenze avrà l’elezione di Trump? Nel breve periodo è la partita referendaria per la modifica della Costituzione quella che può essere maggiormente toccata dall’esito del voto. Obama aveva apertamente appoggiato il SI al quesito referendario italiano, sostenendo di fatto la riforma e il Governo.

Se vincesse il NO, è chiaro che anche in Italia si aprirebbe un periodo di incertezza politica per non dire di crisi di Governo vera e propria. Ora con un’Europa alle prese con la Brexit e con tutti i problemi relativi all’integrazione religiosa e all’immigrazione dai Paesi del Mediterraneo in guerra, con le elezioni politiche in Germania l’anno prossimo, con le spinte antagoniste in diversi Paesi (Ungheria e Austria in primis), l’apertura di un nuovo fronte italiano di crisi provocherebbe un’ulteriore nube tossica sui cieli europei dall’esito tutto da scrivere.

Occorrerà tenere presente anche questo fattore quando si andrà a votare per il referendum il 4 dicembre.
  

mercoledì 27 gennaio 2016

E alla fine, la solita montagna partorì il solito topolino...




E alla fine, la solita montagna partorì il solito topolino...

Viene da dire che il Ministro Padoan forse poteva concedersi qualche ora di sonno in più nella giornata di ieri ed evitare un tour de force con la dura commissaria danese Margrethe Vestager per spuntare un risultato come quello ottenuto sulla bad bank italiana che, alla fine, come voleva l’Europa, non si farà.

Dodici mesi di dibattiti, polemiche, incontri, più o meno istituzionali, sui diversi tavoli europei per poi partorire un accordicchio come quello di ieri. Che disastro. Per il nostro Governo, per Renzi, ma anche per l’economia italiana e in ultima analisi anche per l’Europa. 

Questo i falchi delle Nazioni del Nord non l’hanno ancora capito: ostacolare la ripresa della nostra economia e del nostro sistema finanziario, alla lunga non gioverà neanche a loro, sempre che alla lunga ci sia ancora una parvenza di unità economica europea da difendere.

Per rendere comprensibile al maggior numero di lettori il nocciolo dell’accordo ottenuto dal nostro ministro ieri sera possiamo dire che al posto di una bad bank italiana, ci saranno più cartolarizzazioni di crediti a sofferenza.

Mi spiego: i crediti a sofferenza delle banche (circa 200 miliardi di euro) resteranno nei bilanci delle singole banche che però potranno (non saranno obbligate) a fronte di un pacchetto di crediti ben individuato e con ancora qualche possibilità di recupero (in sostanza quelli meglio garantiti in via reale con ipoteche) cartolarizzarli, ossia emettere obbligazioni di pari valore dei crediti individuati. 

Inoltre, alla garanzia reale già collegata a questi crediti cartolarizzati, lo Stato italiano per renderli maggiormente appetibili a coloro che sottoscriveranno le obbligazioni, offrirà, dietro il pagamento di una commissione a carico della banca emittente, una ulteriore garanzia pubblica, statale. 

Così confezionato, il pacchetto regalo di obbligazioni “ex spazzatura” potrà essere allocato presso la BCE dove il nostro concittadino Draghi li accetterà in conto deposito elargendo alla banca depositaria liquidità che potrà essere spesa per sostenere, in teoria, gli investimenti di famiglie e imprese.

Questo in estrema sintesi. 

Di fatto questo è un modo elegante per prendere tempo senza risolvere il problema. E' certo infatti che prima o poi le obbligazioni dovranno essere rimborsate dalla banca emittente la quale per giunta si troverà sempre nei suoi bilanci i crediti a sofferenza, quelli appunto che nel frattempo ha cartolarizzato. E quindi mantenendo questi incagli nel suo bilancio, la banca dovrà sempre effettuare accantonamenti di fondi a scopo prudenziale come prevede la normativa bancaria europea. Questi accantonamenti continueranno pertanto, come accade oggi, ad essere una zavorra alla crescita economica.

In sintesi da questa super manovra del nostro Ministro Padoan non si otterrà quella spinta che tutti aspettavano per dare una scossa alla nostra economia che, ormai è chiaro, ha riacceso il motore, ma è rimasta in folle, e la strada non è in discesa.

Ci si accorge ora che non aver affrontato il problema banche negli anni passati, quando altre Nazioni hanno approfittato dei fondi Salva Stati per ripianare i buchi nei bilanci degli istituti di credito, è stato un errore strategico. Ora la normativa europea è cambiata con l’entrata in vigore del c.d. Bail in e non è più possibile operare come in passato, ma questo è avvenuto anche grazie al voto dei rappresentanti italiani presenti in Europa.

Allora viene un dubbio: ma i nostri parlamentari e politici eletti nelle diverse istituzioni europee hanno idea di cosa votano, e si rendono conto se i temi che si discutono possano o meno danneggiare il Paese?

L’impressione che si ricava da questa come da altre vicende europee è quella che abbiamo eletto in Europa una massa di politici impreparati ad affrontare temi tanto complessi, che si riempiono la bocca in campagna elettorale di parole di cui probabilmente ignorano il significato e che forse sono più interessati agli emolumenti che le cariche europee riconoscono che a portare avanti politiche sensate per il nostro Paese.

Alla fine, si ritorna sempre al punto fondamentale: quello che fa la differenza è la coscienza con cui si compie il proprio lavoro, qualunque esso sia, dal pulire una strada al votare una legge a Strasburgo o scrivere un articolo alla sera dopo cena, perché l’ultima a morire è la passione per questo Paese, il più bello del mondo, se non fosse per certi concittadini.

domenica 15 novembre 2015

Parigi come Baghdad



Con l’attentato di Parigi, il secondo quest’anno, di venerdì 13 novembre, diventa evidente che il sedicente Stato islamico ha deciso di portare gli attacchi terroristici nel cuore delle capitali europee che partecipano in Siria alla spedizione anti Isis. 

Parigi come Beirut, Kabul, Gaza, Baghdad, Islamabad, Londra, New York, Boston e si potrebbe continuare, purtroppo. 

Quello che i terroristi hanno voluto colpire questa volta è lo stile di vita del nostro mondo occidentale, non simboli religiosi, ma quelli laici di un normale venerdì sera: la partita di calcio allo stadio, un concerto rock, una serata al bistrot con gli amici. 

Una sera qualsiasi, una location tranquilla, non a rischio, secondo un normale ragionamento che non attribuisce particolare valore simbolico ad un locale dove si ascolta musica dal vivo ed ecco che di colpo un terrorista si fa esplodere e un altro fa strage di giovani impugnando un kalashnikov. 

Ormai non c’è luogo in Europa che possa dirsi al sicuro dal pericolo del terrorismo islamico.

Gesti non umani li ha definiti Papa Francesco. Uccidere, massacrare gente inerme senza una ragione non è umano, questo è evidente a tutti, ma non è a ben vedere neanche animale, perché gli animali uccidono altri animali per una ragione, o per fame o per difesa.

Come si reagisce a questa situazione che provoca angoscia e lascia dentro ciascuno di noi un senso di rabbia e impotenza? Con la legge dell’occhio per occhio, dente per dente? O ci sono altre vie?

Sicuramente nell’immediato occorre una mobilitazione unitaria di tutte le Nazioni civili, possibilmente sotto l’egida dell’Onu, contro l’Isis che porti il più velocemente possibile alla sua sconfitta militare. In questo caso, l’azione sarà più efficace politicamente quante più nazioni “islamiche” parteciperanno alla coalizione.

Ma il passo successivo a nostro giudizio dovrà prevedere una forte azione politica e culturale per cercare da un lato di porre fine, non con le bombe ma con le parole scritte sotto forma di trattati e accordi, ai molteplici conflitti che da troppo tempo affliggono il Medio Oriente, iniziando da quello israeliano palestinese.

Finché un bimbo israeliano avrà negli occhi l’orrore delle esplosioni dei razzi di Hezbollah sulla sua città e un bambino di Gaza crescerà con la visione dei carri armati israeliani che sparano a suo fratello più grande o a suo padre, non ci potrà essere pace in quella regione.

Occorre che i leader delle nazioni più influenti del mondo escogitino il modo di convincere i leader di quei popoli a trovare il modo di vivere insieme in pace in Palestina. Solo così potranno nascere e crescere giovani generazioni che non avranno negli occhi e nei cuori immagini di guerra, di dolore e di rabbia con l’inevitabile certezza che crescendo quei sentimenti si trasformino in desiderio di vendetta.

Ormai è chiaro che non ci sono alternative: con l’uso della forza non si è ottenuto quanto auspicato, da nessuna delle parti in causa. La democrazia, il rispetto dei diritti umani, i temi tanto cari al mondo occidentale, non si possono imporre con la forza e l’uso delle armi ai popoli, ma attraverso un lavoro che deve essere di tipo politico e culturale, fermo restando che questi medesimi valori devono essere accettati consapevolmente dalle popolazioni per far sì che portino in quelle società un reale cambiamento e diano frutti. E’ un processo lento, un lavoro continuo che va sostenuto da tutti gli uomini di buona volontà, di qualsiasi fede essi siano, ognuno può e deve fare la sua parte nel proprio quotidiano senza dimenticare però che l’esito rimane incerto.

Necessita quindi cambiare strategia per raggiungere l’unico vero risultato che conta: riportare la pace in Medio Oriente. D’altra parte come scrisse il grande scienziato Albert Einstein, follia è fare sempre la stessa cosa e aspettare risultati diversi.

Il mondo di oggi ha quanto mai bisogno di nuovi leader, che non siano necessariamente giovani di età (di esempio la figura di Papa Francesco che si impone a tutti per la sua autorità morale associata ad una personale ed umana autorevolezza), ma giovani di idee e desiderosi di impegnarsi per un reale cambiamento di mentalità e di approccio al problema medio orientale. 

Solo così vedremo la luce in fondo al tunnel che il mondo intero sta percorrendo. Perché una cosa è certa: non sappiamo se questa che stiamo vivendo sia la terza guerra mondiale, ma sicuramente è una guerra globale che interessa tutte le Nazioni ed è una guerra tra due visioni differenti del mondo che devono trovare il modo di convivere in pace implementando la reciproca conoscenza e il reciproco rispetto.

domenica 25 ottobre 2015

A tu per tu con: Italia Giacca

Oggi incontriamo Italia Giacca, Presidente del Comitato di Padova dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Abbiamo conosciuto la Signora Giacca lo scorso mese di Agosto a Rimini, in occasione della mostra riguardante l'esilio dei Giuliano Dalmati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, presentata al Meeting per l'Amicizia tra i Popoli e ci ha colpito subito la sua personalità carica di umanità e il suo sguardo acuto e sincero.

Italia è nata a Stridone di Portole, minuscolo paese quasi al centro dell’Istria ove ha vissuto fino all'età di 6 anni. Alla firma del Trattato di Pace, Parigi, 10 febbraio 1947, suo padre si trovava a Trieste, dove si era stabilito dopo il congedo militare perché, “ricercato per italianità” era un candidato alla foiba. Nel 1948, dopo varie richieste, sua mamma ha avuto il permesso di raggiungerlo; e così, Italia e sua sorella maggiore a fianco, a piedi si sono incamminate verso Trieste.

Lì ha compiuto l’iter scolastico sino alla Laurea in Scienze Naturali, il 14 luglio 1965. Italia era impegnata contemporaneamente nel Direttivo del Circolo Giovanile dell’Unione degli Istriani, costituitosi sin dai primi arrivi di esuli, e come co-direttore della rivista giovanile “La Capra d’oro”.

Alla Laurea seguì, in quello stesso anno il matrimonio, e quindi il trasferimento in Veneto, a Dolo prima, poi a Piove di Sacco, infine, dal 2000 a Padova. Il 10 novembre 2014 ha avuto l’onore di essere nominata “Padovano Eccellente” : riconoscimento particolarmente significativo, perché tributo di onore, orgoglio, risarcimento per tutta la "sua" gente.      

Abbiamo posto a Italia alcune domande che, credo, ci possano aiutare a comprendere un pezzo di storia d'Italia dai più dimenticata, quando forse mai conosciuta veramente.   


D.: Signora Italia, la storia dell'esodo degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia subito dopo la fine della seconda guerra mondiale è ancora poco nota al grande pubblico. Può brevemente inquadrare dal punto di vista storico di cosa stiamo parlando?


R.: ”Gli storici possono sbagliare, le pietre no. E in Istria, Fiume e Dalmazia le pietre parlano italiano”.

Arena romana di Pola
Perché ho pensato di iniziare così il mio intervento? Per aprire gli occhi a chi si reca in quelle terre, affinchè si soffermi ad osservare l’impronta romana e veneziana in città come Capodistria, Parenzo, Pola, Fiume, Zara, Spalato; altri le chiamano Koper, Poreč, Pula, Rijeka, Zadar, Split, ma per noi erano, sono e saranno Capodistria…nomi italiani. 

Mi rendo conto che è difficile capire cosa significhi un confine “mobile”, con tutte le conseguenze, compreso il cambiamento dei nomi delle città, per chi vive in una regione stabile, dai confini fissi. Ma bisogna sapere che quel territorio orientale italiano è stato nel tempo multietnico e mistilingue, dai confini mobili. Comunque sin dai tempi antichi la convivenza tra gruppi diversi è stata sempre più o meno pacifica, salvo incrinarsi a metà del XIX secolo, con lo svilupparsi dei nazionalismi, che hanno progressivamente portato ad irrigidirsi i rapporti tra italiani e slavi in Istria, Fiume e Dalmazia.

Si giunse alla prima guerra mondiale con l’Italia a fianco delle potenze dell’Intesa; alla fine di questo sanguinoso conflitto, dopo mesi di discussione si approdò a trattative tra il Regno d’Italia e il nuovo stato, Regno dei Serbi, Croati, Sloveni, la futura Jugoslavia, con il Trattato di Rapallo 1920: all’Italia era attribuita la quasi totalità della Venezia Giulia, ma non la Dalmazia, tranne Zara e Lagosta; Fiume divenne Stato Libero, ma ebbe vita breve, nel 1924 la città passò all’Italia, mentre l’entroterra alla Jugoslavia.

Il triveneto
L’Italia tuttavia si rivelò impreparata ad affrontare le problematiche del confine orientale e l’avvento del fascismo in Italia peggiorò la situazione delle etnie slovene e croate residenti in territori italiani, con provvedimenti tesi alla snazionalizzazione delle minoranze. 

Nel 1940 l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania; nel 1941 l’attacco alla Jugoslavia iniziato dalle truppe tedesche fu seguito dall’Italia e dall’Ungheria. Le truppe croate furono presto allo sbando, la Croazia proclamò la propria indipendenza, con conseguente crollo della Jugoslavia, re Pietro II fuggì a Londra. All’Italia venne annessa buona parte di costa dalmata con le isole, per cui si formò il Governarato della Dalmazia con Sebenico, Trau, Spalato e Cattaro, inoltre parte della Slovenia con Lubiana; il Montenegro venne dichiarato Stato indipendente, sotto il protettorato italiano.

Le truppe tedesche ed italiane assunsero il controllo delle principali arterie stradali, disinteressandosi del resto del territorio per lo più montuoso; ciò spinse i reparti dell’ esercito jugoslavo a darsi alla macchia, e a creare nuclei di resistenza. In questo clima, in un crescendo di rappresaglie si concretizzò un movimento che puntava a creare uno stato comunista sul modello sovietico, con a capo Josip Broz Tito. La guerriglia partigiana e la controffensiva attuata dalle truppe tedesche ed italiane divennero sempre più intense e sanguinose…

La caduta del fascismo, 25 luglio 1943, e poi la firma dell’ armistizio, 8 settembre 1943, crearono ansia ed incertezze nelle popolazioni a confine tra il mondo slavo e germanico.

I reparti italiani, in assenza di ordini superiori, non furono in grado di reagire, per cui città come Trieste, Gorizia, Fiume, Pola furono occupate dai tedeschi. In diversi paesi istriani invece si verificò un vuoto di potere, sito ideale per i partigiani di Tito che, ostentando i “Poteri Popolari”, li occuparono.

In un clima veramente caotico, di anarchia e violenze sanguinose, furono colpite persone non solo compromesse con il passato regime fascista, ma semplici cittadini estranei alla politica, in qualche modo rappresentanti dell’Amministrazione statale italiana, quindi oltre alle forze dell’ordine, insegnanti, segretari comunali…

L'ingresso di una foiba istriana
Iniziarono così le “sparizioni”, sotto un’aura di mistero; solo più tardi si capì che i partigiani di Tito facevano “sparire” le persone nelle FOIBE, cavità imbutiformi presenti in gran numero su tutto il territorio carsico della Venezia Giulia, che sprofondano per decine od anche centinaia di metri, da tempi remoti usate come discariche di materiale in disuso.

Le truppe tedesche posero fine ai Poteri Popolari, mettendo a ferro e fuoco i paesi dove trovavano resistenza. Ma già nel 1944 l’attività partigiana riprese vigore e quindi si continuò con rappresaglie, rastrellamenti, arresti, a fasi alterne, fino al termine della guerra. I tedeschi si dimostrarono duri verso chi era sospettato di collusione con i partigiani e molte migliaia di persone furono arrestate e deportate in Germania; a Trieste la Risiera di San Sabba funzionò come luogo di transito per ebrei e di tortura ed eliminazione dei partigiani ed antifascisti; il forno crematorio fu attivato nel 1944.

(N.B. In questo stesso posto furono “alloggiati” i primi esuli giuliano dalmati!)

Particolare la situazione di Zara, roccaforte italiana in Dalmazia. Occupata dai tedeschi nel settembre 1943, Zara continuò ad avere un’amministrazione italiana. La città venne bombardata dall’aviazione anglo-americana, con 54 incursioni che la ridussero ad un cumulo di macerie e circa 2000 morti. Molti zaratini scapparono verso Trieste; il 31 ottobre 1944 Zara venne occupata dai partigiani jugoslavi che fecero sparire diversi cittadini. Non ci sono foibe in Dalmazia, ma c’è il mare, blu, profondo…che cela tanti misteri…

Aprile 1945 le forze armate tedesche sono sconfitte; in Italia le truppe americane irrompono nella Val Padana sino a Venezia e verso Trieste. Ma anche l’esercito jugoslavo di Tito punta ad occupare la Venezia Giulia, con la cosiddetta “Operazione Trieste”. La resa delle forze tedesche fu firmata a Caserta il 29 aprile, e divenne effettiva il 2 maggio. Ma i reparti jugoslavi, anticipando l’arrivo delle truppe neozelandesi, giunsero a Trieste l’1 maggio 1945, subito poi a Gorizia e Monfalcone e nei giorni seguenti a Fiume e Pola.

Con la presa di potere le nuove autorità comuniste iniziarono gli arresti e le deportazioni di migliaia di persone ad opera della Polizia Segreta Jugoslava, l’OZNA. Si instaurò una cappa di oppressione e paura; militari tedeschi ed italiani furono catturati, fucilati con esecuzioni barbare, in spregio ad ogni norma internazionale di tutela dei prigionieri; altri deportati in campi di prigionia. Anche diversi civili subirono la stessa sorte; le foibe inghiottirono migliaia di corpi! La sorte riguardava coloro che, agli occhi dell’OZNA, potevano rappresentare un ostacolo ai piani annessionistici jugoslavi ed anche gli autonomisti, contrari all’opzione jugoslava. E se per l’autunno 1943 si parla di un migliaio circa di persone “sparite” tra l’Istria e la Dalmazia, nel maggio-giugno 1945 le stime si orientano sui 7-8mila o forse più.

Le FOIBE rappresentano così il primo aspetto della tragedia che colpì il popolo giuliano dalmata.

Alla fine di questa seconda guerra, l’Italia, sconfitta, dovette accettare tutte le condizioni stabilite dai vincitori. Con il Trattato di Pace di Parigi, del 10 febbraio 1947 si stabilì la cessione di buona parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito e la creazione del Territorio Libero di Trieste, suddiviso provvisoriamente in due zone: la zona A sotto amministrazione militare anglo americana e la zona B sotto quella jugoslava. Le intere province di Pola, Fiume, Zara e parte di quelle di Trieste e Gorizia furono assegnate a Tito.

Questo cambio di sovranità, in una popolazione per la maggior parte italiana, fu traumatico e inaccettabili le condizioni per RESTARE, quali l’introduzione della lingua slovena e croata, l’annullamento degli usi sociali e delle tradizioni, la criminalizzazione della vita religiosa, le confische di beni, per cui quasi il 90%, , della popolazione, senza distinzione di censo decise di PARTIRE. Incontro all’incertezza sì, ma sorretti da fede profonda ed amore per la Patria Italia. 

E’ questo, l’ESODO, il secondo atto della tragedia giuliano dalmata!

Molti degli esuli si fermarono a Trieste, altri transitarono solo per Trieste, per distribuirsi poi per l’Italia, accolti o presso conoscenti o nei Centri raccolta Profughi, circa 140 in Italia; altri ancora scelsero di emigrare, soprattutto in America ed Australia, in una diaspora biblica.

Nella cosiddetta zona B, molti rimasero in attesa di una definizione; e questa arrivò: il 5 ottobre 1954 venne siglato a Londra il “Memorandum d’Intesa” con cui veniva deciso il passaggio all’Amministrazione jugoslava dell’intera zona B, Trieste all’amministrazione italiana.

E così se a Trieste si era in tripudio per l’atteso rientro in Italia, in Istria si piangeva e ci si preparava ancora all’esodo.

Il Trattato di Osimo firmato il 10 novembre 1975, dopo lunghe trattative riservate, sancì la rinuncia definitiva dell’Italia sui quei territori.

E dopo le FOIBE e l’ESODO il terzo aspetto della tragedia il SILENZIO che per tanti anni è calato su queste pagine di storia! Solo dal 2004 “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale Giorno del Ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”(art.1 Legge 92-30 marzo 2004).



D.:Quando si sono svolti i fatti che ci ha raccontato, lei era poco più di una bambina. Che sensazioni ricorda di quel periodo? 

R.: Sono nata nel 1942 a Stridone di Portole, minuscolo paese dell’entroterra istriano che, secondo la tradizione, ha dato i natali a San Girolamo. Avevo vissuto la prima infanzia circondata da molto affetto; vivevo con la mamma, una sorella maggiore, il nonno paterno, nella casa accanto un prozio, per me un secondo nonno, tanto per dire quanto ero coccolata. Papà era a Trieste, perché “ricercato per italianità” era “candidato” alla foiba: ecco perché, a guerra finita, non era ritornato nella sua Stridone, ma si era fermato a Trieste, aspettandoci. Nell’ultimo anno di permanenza in Istria avvertivo qualcosa di strano, i sospiri della mamma, gli occhi del nonno che mi guardavano adoranti e poi lo scuotere del capo, i pianti di entrambi, ed io, bimba che pensavo “Ma anche i grandi piangono?” percepivo qualcosa di strano, ma non sapevo farmene una ragione. Per fortuna i bambini hanno la capacità di allontanare i pensieri tristi e ben presto riprendevo i miei giochi e correvo in braccio all’uno o l’altro nonno…
L'abbandono di Pola

Più tardi, adulta, ho messo a fuoco quell’atmosfera, di ansia, paura, terrore, sussulti ad ogni scalpiccio inconsueto, ad ogni presenza non familiare…a come si nominavano persone care, vicini o parenti che “la note li ga portadi via” (la notte li ha rapiti)…e non capivo...

Abbiamo intrapreso il nostro esilio a piedi, perché non c’erano mezzi di comunicazione all’interno dell’Istria; i vecchi dicevano ”per l’Istria se va un poco a pìe, un poco caminando” (per l’ Istria si va un poco a piedi un poco camminando). Ogni tanto un breve tragitto su qualche carro agricolo, o qualche camion e così fino a Trieste, distante circa 50 Km, dove papà ci attendeva. Fummo ospiti di una cugina.

D.: Guardando l'Italia di oggi e ripensando alla sua vita, le aspettative che avevate nel cuore quando siete partiti dalla terra natia si sono realizzate?

R.: Ritengo che “non c’era tempo” per avere aspettative. Anche perchè quelle che fino allora si consideravano certezze, tali non erano più: l’idioma, la religione, la libertà di esprimersi, l’essere italiano, insomma la propria identità…soppresso tutto, habitat mutato. E allora che fare?

Da uomini di PACE, per interrompere la barbarie e spezzare la catena d’odio e di vendetta, non restava che andarsene. Si lasciavano lì case, terreni, affetti e si intraprendeva la via dell’esilio, impervia, costellata di incognite, con amarezza e nostalgia, ma mossi da forti ideali, per poter continuare ad esprimere la propria personalità, per vivere in un paese di democrazia e libertà. Questo popolo di pace si è mosso con tanta dignità, in un esodo e diaspora biblici. Senza recriminazioni, senza rivendicazioni, senza manifestazioni di protesta, quasi in punta di piedi; con sobrietà, compostezza e tenacia ha reimpostato la propria vita, stringendo i denti e guardando in avanti…


Certo qualcuno nei primi tempi dopo l’esodo, sperava ancora di poter tornare nelle proprie case, di vedere il vessillo tricolore svettare sulle nostre torri, ma non per molto tempo durò questo desiderio nostalgico. Ben presto ci si è resi conto che quelle nostre terre non erano più nostre e che l’Italia era qui, dove ci trovavamo, dove c’era libertà di espressione, di religione, di parola, che non si poteva più tornare indietro. E anche laddove non si era ben accolti noi si doveva reagire in modo positivo, facendoci apprezzare per il nostro impegno e serietà, nello studio come nel lavoro, questo doveva essere la nostra reazione e il nostro riscatto!

D.: C'è un pensiero che vuole trasmettere ai giovani italiani di oggi che forse apprendono per la prima volta da questa lettura cosa è successo a ragazzi vissuti settant'anni prima di loro?

R.: Risponderei con delle osservazioni inviatemi da una scolaresca di V elementare a conclusione della mia testimonianza in occasione del Giorno del Ricordo:

“GRAZIE per averci fatto capire:

*quanto sono importanti cose che spesso diamo per scontate: la casa, la famiglia, gli affetti;

*che il passato anche se doloroso dev’essere ricordato perché tragedie come quelle avvenute non si ripetano più;

*quanto sia importante difendere i propri ideali e valori anche a costo di grandi sacrifici;

*che è importante lottare, non con le armi, per un futuro migliore per tutti.

Ecco, direi che nella loro spontaneità, scevri da condizionamenti e pregiudizi, i bimbi hanno saputo captare il messaggio più importante e profondo.

Ed è per questo che ai giovani mi sento di dire che da tutto ci si può riprendere, quando ci sono forti ideali cui tendere; con abnegazione, volontà, perseveranza, con azioni di positività si possono superare ostacoli e impedimenti e si possono raggiungere alte vette.

Noi bambini 70 anni fa siamo stati defraudati di una parte importante , ci hanno scippato la spensieratezza della fanciullezza, ci hanno costretti ad essere ben presto “grandi”.

Chi ha vissuto nei campi profughi ha sperimentato sin dai primi anni il “domicilio coatto”, la ristrettezza del box abitativo, la mancanza delle forme più semplici di intimità e privatezza, il sentirsi diverso dai coetanei, quasi un’etichetta in fronte “esule giuliano dalmata”, ma chi è? Cosa significa? Si chiedevano allora, e non capivano! Ma oggi, a 70 anni di distanza tutti lo capiscono?

Capiscono che eravamo italiani, italiani cacciati da terra italiana, divenuta straniera in seguito ad una guerra persa in modo illogico, per un assurdo “trattato di pace”, così chiamato in modo beffardo, oserei dire, per definire un trattato che di pace aveva ben poco e che mi fa venire in mente la definizione allora data dal prof. Elio Predonzani che lo definì ”diritto del più forte, sopraffazione indiscriminata, compromesso bugiardo, interessata interpretazione dei grandi ideali di Giustizia e Libertà per cui ben gli si addice il termine Diktat”.

Dico solitamente che io ho vissuto “3 ESODI” : il primo da bambina, cui tutto sembra un’avventura, pur velata da un non so che, quasi un presentimento in fondo al cuore; il secondo quando la mia età si è avvicinata a quella che avevano i miei quando hanno lasciato tutto per l’ideale di pace, libertà, democrazia, amore per l’Italia; allora, interiorizzando il loro stato d’animo ho capito il loro sacrificio, ed ho sofferto “da adulta”; il terzo quando mia nipote Anna ha compiuto sei anni, l’età in cui ho lasciato il nonno; egli non ha voluto seguirci non per scelta ideologico-politica, bensì perché, diceva “sono troppo vecchio, vi sarei di peso”. E così è rimasto sì nella sua casa, con le sue terre, ma in una casa “vuota”, senza gli affetti, senza la piccola che gli correva in braccio affettuosa…ed ho avuto la terza sofferenza.

Ed è per questo che mi sento di dire che quel famigerato Diktat del 10 febbraio 1947 ha scippato l’Italia, privandola di un’intera sua regione, ha disintegrato il popolo dei giuliano dalmati, ha spazzato quella che un tempo era una comunità, perché la sofferenza è stata sia per chi se ne è andato sia per chi è rimasto, due facce della medesima medaglia di dolore.

D.: Non si può non pensare, ascoltandola, a quanto sta accadendo proprio in queste ore nella nostra Europa: all'esodo di migliaia di persone che fuggono dai loro Paesi tormentati da anni di guerre, povertà, ingiustizie e persecuzioni. Come scrisse Euripide: "Non c'è dolore più grande della perdita della terra natia". Cosa si sente di dire a queste persone?


2015

R.: Quando sono partita dal mio paese, ricordo che ad un certo punto mi sono girata e con la manina ho fatto “ciao” al campanile che si allontanava e pian piano spariva…Ebbene, ogniqualvolta vi ritorno, giunta nel punto in cui ho fatto quel gesto, vengo assalita da un nodo alla gola, sento una stretta incontenibile, nonostante siano passati quasi 70 anni…

Ho imparato a “star bene” a Trieste prima e poi in Veneto, infatti mi definisco istriana di nascita, triestina di prima adizione, veneta di seconda. Ho nel cuore sempre la mia Stridone, ora però sono affezionata a Padova.

A mie spese ho imparato a non essere attaccata troppo alle cose terrene, materiali, che non hanno certezze, non offrono prospettive.

Ai giovani mi sento di dire che nel libro della vita le pagine vanno “assaporate”, sfogliate ad una ad una, in avanti. Le prime restano sempre nel cuore, perché da lì si è mosso il nostro cammino, e forti di questo patrimonio si può guardare ciò che ci circonda, senza pregiudizi, con apertura. Ho sperimentato che l’accoglienza è reciproca, ti troverai bene in un luogo qualora ti senti sereno, disposto ad inserirti, accettando tu per primo gli altri, il modus vivendi di chi ti accoglie. 

Mi si permetta un pensiero a voce alta, circa l’ “attualità”. Il problema odierno lo vedo sotto due aspetti, umano e politico.

E’ umano soccorrere chi è perseguitato e dare risposta a delle emergenze di guerra e di sopraffazione…emergenza appunto, tempo determinato. 

E’ altrettanto umanamente corretto ospitare chiunque fugga? Quanto potrà durerà quest’esodo? Forse un tempo indeterminato… Ma è proprio bene ?

Ripenso alla frase di Lao Tzu, filosofo cinese del 500 a.C.

“Da’ a un uomo un pesce: lo nutri per un giorno.

Insegnagli a pescare: lo nutrirai per tutta la vita”.

E ripenso pure alle dieci evangeliche vergini incontro allo sposo con le lampade: quelle rimaste senz’ olio furono lasciate fuori dalla stanza nuziale…

Forse insegnare “a pescare”, a sfruttare le ricchezze potenziali, le risorse naturali e di umanità di certi territori potrebbe essere un valore per le popolazioni, di dignità prima di tutto. Il poter rimanere nelle proprie terre, mantenere le proprie tradizioni, usi , costumi, lingua, religione, acquisire istruzione e capacità di autoaffermazione eviterebbe loro di riconoscersi nei versi danteschi che hanno accompagnato noi giuliano dalmati, così come tutti gli altri esuli del mondo:

“tu lascerai ogne cosa diletta

più caramente; e questo è quello strale 

che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale 

lo pane altrui, e come è duro calle 

lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”.


Ringraziamo di cuore Italia Giacca per la preziosa testimonianza che ha voluto lasciarci e le siamo grati per la generosità con la quale si è prestata a questo lavoro. 

Per chi si fosse appassionato a questo capitolo poco noto della storia d'Italia, possiamo suggerire i seguenti link:



giovedì 31 luglio 2014

L'ombelico del mondo




E' sempre impegnativo raccontare la politica estera di una nazione. Quando poi il Paese di cui vogliamo parlare sono gli Stati Uniti d’America, l’analisi si complica ancora di più. Proviamo comunque ad esporre alcune riflessioni.

La politica estera degli Stati Uniti, prima potenza militare mondiale, sotto la presidenza Obama, è mutata. Si è abbandonato l'interventismo militare diretto, proprio delle presidenze di Reagan prima e poi di Bush padre e Bush figlio e di Clinton per teorizzare un mondo che finalmente potesse fare a meno dell'intervento militare americano per auto governarsi pacificamente.

Il risultato? E’ un bene questo ritorno americano all’analisi del proprio ombelico? Guardiamoci intorno.

Le tanto osannate primavere arabe che dovevano segnare l’avvio di un nuovo rinascimento dei popoli arabi hanno visto, con l'appoggio "esterno" degli USA, la caduta dei vecchi "dittatori" e la contemporanea rinascita di guerre tribali tra opposte fazioni etniche religiose, armate per abbattere il vecchio potere ed ora intente a sopraffarsi le une sulle altre.

Nei Paesi devastati da decenni di guerra, Iraq e Afghanistan, la situazione se vogliamo è ancora più tragica. Dopo la deposizione di Saddam Hussein, l'Iraq è stato formalmente normalizzato dall'intervento delle forze di pace, guidate dagli USA. Peccato che ancora oggi, ogni settimana a Baghdad esplodano autobombe che provocano decine di morti e le diverse componenti etnico religiose presenti, sunniti, sciiti e curdi sono in continua lotta tra di loro per la gestione del potere e non si sia riusciti ancora a contribuire alla formazione di un Governo di unità nazionale che affronti la ricostruzione del Paese. Inoltre, è cosa delle ultime settimane, i movimenti ultra estremisti islamici dell'Isis, attivi in Siria contro il regime di Assad, hanno conquistato parte dell'Iraq settentrionale e della Siria, proclamando la rinascita del Califfato islamico abolito nel 1924 nell'ambito delle riforme promosse dal leader turco Mustafa Kemal.

In Afghanistan la situazione è altrettanto grave. Dopo l'invasione sovietica della fine degli anni 70, durata dieci anni e terminata nel 1989 con la vittoria dei Mujaheddin sostenuti dagli Stati Uniti, il Paese è precipitato in una guerra civile religiosa che nel 1996 ha visto prevalere la fazione dei Talebani. Costoro applicarono al Paese una versione estrema della shari'a e ogni deviazione dalla loro legge venne punita con estrema ferocia. Molti ricorderanno la cattura dell'ultimo presidente della repubblica democratica afgana Mohammad Najibullah; venne preso dal palazzo delle Nazioni Unite di Kabul, dove era rifugiato, e venne torturato, mutilato e trascinato per le strade con una jeep prima di essere giustiziato con un colpo alla testa. Altro episodio che ha fatto clamore è stata la distruzione dei Buddha di Bamiyan nel 2001. Dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 gli Stati Uniti e le forze della coalizione da loro guidata invasero l'Afghanistan e sconfissero i talebani nel novembre dello stesso anno. Dopo 13 anni di controllo politico militare dell'Afghanistan la situazione interna è tutt'altro che risolta e vaste zone di territorio sono sotto lo stretto controllo dei fanatici religiosi talebani. Ora, con la situazione sopra descritta, Obama già nel corso di quest’anno e poi nel 2015 ritirerà le sue truppe dal Paese e nel 2016 dovrebbero restare solamente 1000 uomini dell'esercito statunitense in appoggio alle forze regolari afghane. Cosa succederà nel Paese asiatico dopo la ritirata dei militari della coalizione è facile immaginarlo, visto quello che è successo in Iraq dopo il ritiro dell’esercito USA nel 2011.

E’ evidente a tutti ormai che fu un errore invadere quindici anni fa questi due Paesi come è stato un errore abbandonare l’Iraq al suo destino (e domani abbandonare l’Afghanistan) senza averlo dotato di una robusta struttura democratica che fosse in grado di governare pacificamente la nazione. La democrazia non si impone con la forza militare, semmai la si esporta negli anni attraverso gli scambi culturali tra persone di fede ed educazione diverse che si conoscono, si stimano e imparano reciprocamente il modo migliore di vivere sulla terra.

E veniamo all’ultimo errore che, a nostro giudizio, stanno commettendo gli USA nell’approccio alla crisi dell’Ucraina. Non è con le sanzioni commerciali e con la minaccia di ritorsioni che si deve trattare con la Russia di Putin su come risolvere la crisi in atto che, ricordiamolo, coinvolge pesantemente gli interessi dell’Unione europea.

Che i territori dell’est del Paese siano storicamente più legati alla nazione russa a differenza di quelli dell’ovest, più europeizzati, è cosa nota. Basterebbe prendere un manuale e leggere la storia dell’Europa centrale degli ultimi mille anni. Ora non si capisce perché non si possa dare la parola al popolo ucraino e indire un referendum per decidere liberamente da quale Governo vuole essere amministrato? Dopodiché se le province dell’est vogliono essere governate dalla Russia di Putin, si troverà il modo di ricompensare l’Ucraina per la perdita di quei territori e a questo punto la situazione tornerà assolutamente pacifica. Fanta politica? Non ci sembra. Certo che se l’Europa continuerà a brillare per la sua assenza dagli scenari internazionali e lascerà agli Stati Uniti gestire, in casa propria, questo tipo di situazioni, non prevediamo un finale entusiasmante per la crisi ucraina.

Non dimentichiamo poi che se si prosegue sulla scia delle ritorsioni e contro ritorsioni, il tempo che passa gioca a favore di Putin. Con l’arrivo dell’inverno il Capo del Cremlino avrà in mano un’arma di ricatto potentissima: bloccare il flusso di gas verso l’Europa. Ora con la situazione poco tranquilla (per usare un eufemismo) in Libia e con la Russia che chiude i rubinetti del gas, come passerà la nostra cara Italia il prossimo inverno? Certo, i francesi, gli inglesi, i tedeschi hanno le centrali nucleari, noi però quelle che stavamo costruendo le abbiamo bloccate ed ora sono ferme in attesa di essere smontate, come la Concordia che aspetta a Genova di essere fatta a pezzi. Certo, gli Stati Uniti sono lontani migliaia di miglia dall’Ucraina e poi sono diventati da poco auto sufficienti dal punto di vista energetico. Una bella cosa, per loro. Noi italiani invece, per scaldarci, dipendiamo dai Paesi arabi e dalla Russia…quindi potremmo affermare che il nostro prossimo futuro lo prevediamo molto caldo…

Riuscirà l’Europa in questo caso a suonare una musica differente da quella proposta dagli USA e ad evitare di esasperare sempre di più una situazione già al limite? Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane vedremo se il premier Renzi e il ministro Mogherini sapranno rappresentare agli alleati una via d’uscita dalla crisi ucraina diversa da quella che si sta intravedendo, decisa e condotta dagli Stati Uniti.

domenica 30 giugno 2013

Summum ius, summa iniuria

La recente sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che, ancorché decisamente divisa al suo interno, con 5 voti a favore e 4 contrari, ha legittimato i matrimoni tra persone dello stesso sesso, sembra ormai far vacillare la diga dei divieti di queste unioni nel c.d. mondo civilizzato, o primo mondo, o mondo industrializzato, mondo occidentale (chiamatelo con la categoria sociologica che preferite).

Il pronunciamento vale chiaramente all’interno degli Stati Uniti, ma il peso psicologico che gli States possono vantare anche nel settore dei “diritti civili” rispetto al resto del mondo di cui sopra, è tantissimo. Quindi c’è da aspettarsi che questa sarà una sentenza che farà “scuola”. 

Personalmente spero di no, ma credo che ormai la direzione dell’ ”Intelligencija” internazionale spinga per far approvare da tutti gli Stati i matrimoni omosessuali, ritenendo questo fatto una vittoria dell’uguaglianza finalmente raggiunta tra le persone, indipendentemente dal sesso di quelle persone.

Purtroppo per l’ “Intelligencija” internazionale, il vero problema, per loro, sta proprio qui. Le persone non sono uguali, sono maschio o femmina, uomini e donne. E sono diverse tra di loro. Tanto è vero che le donne, per fare un esempio, partoriscono e generano un figlio, gli uomini no. E generare un figlio non è equiparabile ad un diritto, ma è un dato di fatto. Gli uomini non hanno un diritto in meno rispetto alle donne, perché non possono generare figli, semplicemente la loro natura li ha fatti così! 

Sembra banale quello che ho appena scritto, ma evidentemente ci sono delle persone, poche numericamente a dir la verità, ma influenti intellettualmente e politicamente, che la pensano diversamente. Mi spiace per loro, ma la realtà è, e sarà sempre, quella che ho descritto.

Anche il matrimonio, così come sembra essere inteso da costoro, non è un diritto, ma una, chiamiamola istituzione umana, consuetudine umana che in tutti i popoli, in tutti i tempi, vede l’unione stabile di un uomo e di una donna per formare una famiglia e generare una discendenza. Anche gli animali fanno così, certamente le loro unioni sono diverse da quelle degli uomini, ma di fatto un maschio di leone e una leonessa si accoppiano e per un certo tempo stanno insieme per allevare dei cuccioli di leone.

E, badate bene, fino a qui la religione non c’entra nulla. Il matrimonio esisteva anche ai tempi dei greci e dei romani. Anche allora esistevano unioni tra persone dello stesso sesso, ma nessuno si sognava di paragonare queste unioni ai matrimoni. Con ciò non significa che le singole persone, anche quelle che formano una coppia omosessuale, non abbiano i medesimi diritti e doveri. Non si sta mettendo in discussione questo. Semplicemente un’ unione matrimoniale prevede la presenza di un uomo e di una donna che formano una coppia aperta a generare una prole.

Se il vero problema, il nocciolo della questione, è invece quello di garantire alcuni diritti “privati” alle persone che formano una coppia omosessuale, per esempio il diritto di successione, il diritto al subentro nei contratti di affitto, il diritto alla reversibilità della pensione o altri diritti simili, basta affrontare questo tipo di problematiche nell’ambito di una riforma del diritto privato. Personalmente non mi permetto di esprimere nessun giudizio morale sulle persone dello stesso sesso che decidono di vivere insieme, da coppia, e sono anche d’accordo sul tutelare i diritti sopra citati. Basterebbe istituire un registro civile di queste unioni a cui poi si possono riconoscere i medesimi diritti privati intercorrenti tra coppie sposate etero sessuali, ma senza definire queste unioni con il termine “matrimoni” e senza fornire il diritto di adottare e crescere figli. Su questo punto non ci sono dubbi, tanto è vero, lo ripeto, che è la natura stessa umana che è fatta maschio e femmina e la diversità, se esiste, esiste per un motivo, altrimenti non esisterebbe!

A dir la verità, a pensarci bene, fa riflettere il fatto che nel 2013 l’umanità stia argomentando su tematiche come questa. Dopo millenni di sviluppo del pensiero filosofico, dopo l’avvento sulla scena mondiale di tre religioni monoteiste e dopo l’incredibile progresso tecnologico compiuto dall’essere umano, questo stesso uomo dimostra di essere rimasto così piccolo, così cucciolo, così lontano ancora dalla comprensione della sua stessa natura umana. Sembra impossibile, ma la realtà come sempre ci sorprende.




mercoledì 1 maggio 2013

Tempi moderni?


Questo primo maggio mi è venuto in mente, chissà perché, Charlie Chaplin che in Tempi Moderni, girato nel 1936, interpreta un povero operaio, disperato per la ricerca di un lavoro, e alienato dopo averlo trovato presso una catena di montaggio. 

Sono ancora attuali quei tempi oppure sono tempi superati, i nostri tempi sono diversi? 

A pensarci bene, in settantasette anni, tanti ne sono passati dal film denuncia di Chaplin, le cose non sono molto cambiate. Il mondo “occidentale” viveva un periodo di crisi economica e sociale allora e lo stesso stiamo vivendo oggi. Il lavoro non era sufficiente per tutti e lo stesso accade oggi. 

Allora il lavoro in fabbrica portava e provocava alienazione e crisi d’identità sia alla persona che al gruppo sociale di origine dal quale si finiva per allontanarsi; oggi le fabbriche rimaste si sono trasformate, il lavoro alienante lo svolgono le macchine controllate dall’uomo, ma l’alienazione è data dai ritmi del lavoro imposto dalle macchine stesse che per loro natura non hanno ritmi umani. 

Per macchine non intendo le presse, gli altoforni, gli impianti di verniciatura. Per macchine intendo i computer, gli smartphone, le fotocopiatrici, i fax ma anche i treni super veloci e gli aerei che in poche ore ti trasferiscono persone e merci da un capo all’altro del pianeta. 

L’alienazione deriva dai ritmi non umani cui siamo sottoposti quotidianamente ai quali d’altra parte ci spinge la competizione globale generata dal fatto che ormai in poche ore treni ed aerei superveloci… 

Se questo è lo scenario che viviamo, settantasette anni dopo i tempi moderni di Chaplin, è chiaro che anche il lavoro si sposta velocemente e si trasferisce dove il datore di questo lavoro trova la migliore mano d’opera al miglior costo. L’Europa in questo senso è ancora in grado di offrire queste condizioni? E per quali settori è interessata a competere, diciamo, con i Paesi dell’estremo oriente o del Sud America? 

Queste sono le domande di fondo cui occorre rispondere prima di decidere dove investire le risorse disponibili per creare il lavoro che oggi manca, in Italia ma anche in tutta Europa. E occorre decidere in fretta per non perdere un’intera generazione di giovani di 25/30 anni che oggi è senza lavoro e che non può arrivare ad avere (forse) un posto di lavoro, degno di chiamarsi lavoro, a quarant’anni. 

Una risposta a queste domande sembra arrivare dall’altra sponda dell’atlantico. il Presidente Obama, il 12 Febbraio, durante il suo primo discorso sullo stato dell’Unione dopo essere stato rieletto, ha annunciato che gli USA e la UE hanno raggiunto l’accordo per aprire i negoziati Ttip (Transatlantic trade and investment partnership) vale a dire i negoziati per eliminare da entrambe le parti le tariffe che ancora pesano sul libero scambio e sul commercio bilaterale, realizzando così un vecchio sogno di David Rockfeller e dei suoi amici che giusto 40 anni fa, nel luglio 1973, crearono la Commissione Trilaterale con lo scopo dichiarato di sostenere e diffondere il libero scambio mondiale di beni e servizi con meccanismi flessibili di circolazione della moneta. 

Basterà il sogno dei neo liberisti, il commercio senza barriere, a risolvere il problema della crisi del lavoro che non c’è più (o meglio del lavoro che si è spostato dall’Europa in altre parti del mondo)? 

Vedremo. Intanto registriamo una strana coincidenza: al Presidente Monti, membro italiano della Commissione Trilaterale è successo Enrico Letta, membro italiano della Commissione Trilaterale. 

A quanto pare l’Italia sembra già allineata al nuovo progetto TTIP !!!






lunedì 11 marzo 2013

Ttip: nuovo cavallo di Troia?


Nel luglio 1973 David Rockefeller con alcuni amici fondò la Commissione Trilaterale con lo scopo dichiarato di sostenere e diffondere il libero scambio mondiale di beni e servizi con meccanismi flessibili di circolazione della moneta. 

Dopo quasi quarant’anni, il Presidente Obama, il 12 Febbraio, durante il suo primo discorso dopo la rielezione,  sullo stato dell’Unione,  ha annunciato che gli USA e la UE hanno raggiunto l’accordo per aprire i negoziati Ttip (Transatlantic trade and investment partnership) vale a dire i negoziati per eliminare da entrambe le parti le tariffe che ancora pesano sul libero scambio e sul commercio bilaterale, realizzando così il sogno di David Rockfeller e dei suoi amici.

Entro il 2015, data prevista per l’entrata in vigore degli accordi, che a quanto pare si danno già per raggiunti o quanto meno realisticamente raggiungibili, si dovrebbe quindi creare una zona di libero scambio che peserà, secondo le stime, circa il 40% del PIL mondiale. Gli analisti economici più informati e accreditati stanno già incominciando a calcolare quanto benessere, in termine di PIL,  porterà ai cittadini questa zona di libero scambio, alcuni calcolano un aumento dello 0,5%  annuo  per USA e UE, altri addirittura una stima maggiore.  Ma siamo proprio sicuri, noi europei, che stiamo andando nella direzione giusta? E’ chiaro che in questa partita sono in gioco interessi mondiali. Ma questa zona di libero scambio a chi porterebbe maggior giovamento, all’Europa o agli Stati Uniti?

In questo momento storico, l’Europa sta vivendo un periodo di crisi economica reale, ma di fatto “voluta”, derivante da una maniacale attenzione alla tenuta dei conti pubblici degli Stati e dallo stretto monitoraggio di ogni possibile focolaio inflattivo che si dovesse intravedere all’orizzonte. Inoltre l’Europa, a differenza degli Usa, non dispone di una Banca Centrale che possa intervenire direttamente nel governo dell’economia, governo che rimane in mano alla politica europea con tutte le conseguenze che ormai abbiamo imparato a conoscere.

Dall’altra parte dell’Atlantico invece, il Governo Usa e la Fed  stanno portando avanti una politica monetaria più liberista, immettendo liquidità nel sistema per sostenere l’economia (non per niente l’indice borsistico DJ è tornato ai massimi di sempre in queste settimane) non preoccupandosi troppo dell’inflazione. E’ chiaro che questa politica economica per sostenersi meglio ha bisogno di ampliare i mercati e le zone di influenza delle aziende e dei prodotti americani.

Creare una zona di libero scambio tra le due sponde dell’Atlantico, se da un lato può sembrare allettante per tutti noi, donne e uomini che ci riconosciamo nell’identità culturale occidentale, dall’altro lato di fatto significa che in Europa potranno essere venduti i prodotti americani a prezzi molto competitivi e allettanti per i consumatori europei. Certo, sarà valido anche l’opposto, ma quante sono numericamente le aziende multinazionali europee in grado di competere sui mercati internazionali e in grado di conquistare spazi significativi del mercato USA? Probabilmente poche. Le italiane? Pochissime.

E’ così che questo Ttip rischia di trasformarsi in un cavallo di Troia, servitoci su un piatto d’argento e condito  con promesse di crescita del nostro PIL (molto teoriche) e crescite dei fatturati delle multinazionali Usa (quasi certe).  Nel 2015 Obama sarà quasi in scadenza di mandato e certamente, se riuscirà a portare a casa questo risultato, potrebbe ipotecare la rielezione di un altro Democratico alla Presidenza degli Usa. Rimane da capire se i conservatori Repubblicani gli daranno una mano oppure prevarrà nel partito l’anima isolazionista e protezionista.

E in casa nostra cosa si dice? Finora le notizie di stampa dei principali giornali a riguardo sono frammentarie, ma generalmente a favore del negoziato. Del resto la partita si gioca a Bruxelles e fino ad ora resta in mano agli addetti ai lavori. Certo, sarebbe bello che il popolo europeo fosse messo in grado di comprendere quali ripercussioni porterebbe questo negoziato nella vita quotidiana di noi cittadini. Sono quesiti astratti? Quando troveremo sul bancone del super i nostri amati spaghetti ad un prezzo dieci volte più basso di quello che siamo abituati noi oggi a trovare, spaghetti americani, ottimi, che tengono la cottura meglio dei nostri, ma prodotti con grano transgenico, la domanda allora apparirà in tutta la sua concretezza.  

Ma forse sarà troppo tardi per chiedere una spiegazione…