Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

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sabato 15 febbraio 2020

Il tempo delle incertezze





Gremito l’Auditorium Gio Ponti di Assolombarda martedì 28 gennaio 2020 per la presentazione del XXIV Rapporto sull’economia globale e l’Italia, curato dal Prof. Mario Deaglio e dal Centro di ricerche e documentazione Luigi Einaudi. Il titolo del rapporto di quest’anno: Il tempo delle incertezze.


Titolo quanto mai corretto per descrivere i giorni che stiamo vivendo, così carichi di incertezze e problemi nuovi per i quali le risposte al momento, nessuno sembra conoscere.

Clima ed economia, l’America di Trump, l’Europa dei movimenti sovranisti e delle regole, la Brexit, il lavoro, il capitale e il capitalismo, Cina, Russia, Medio Oriente e per finire l’Italia del 2020, questi i macroargomenti che sono affrontati e analizzati in profondità come sempre dai fini studiosi che hanno collaborato a stilare questo rapporto che è quasi giunto al suo venticinquesimo anno di vita (sarà il prossimo 2021).

Risulta evidente come il progresso degli uomini sul pianeta Terra sarà sostenibile, sotto il profilo economico, solo se le risorse saranno riproducibili ad un tasso sufficiente. Ma questo implica che il sistema del commercio, quello finanziario, quello ecologico, quello sociale a loro volta dovranno essere in grado di sostenersi. Viviamo ormai in un mondo pienamente globalizzato, dove, e l’abbiamo sotto gli occhi proprio in questo momento, un’epidemia di un virus sconosciuto scoppiata in Cina minaccia l’intero sistema di scambi mondiale.

I cambiamenti non si possono bloccare, ma è auspicabile che possano essere guidati e controllati, per evitare che provochino traumi e conseguenze negative sull’intero sistema. Dalla tecnica nei prossimi anni si aspettano innovazioni che saranno destinate a cambiare radicalmente il nostro modo di vivere. Pensiamo al solo 5G che consentirà ai robot di connettersi tra di loro e di trasformare il sistema produttivo mondiale in modo radicale.

Il rapporto offre una visione precisa e puntuale sui tempi che stiamo vivendo, sulle problematiche che ci troveremo ad affrontare non fra cinque anni, ma domani mattina. E non è poco. Quanto alle soluzioni, andranno trovate in ogni caso, perché l’unica cosa che non possiamo fare è fermare il tempo. All’intelligenza e al cuore dell’uomo, cercare le migliori tenendo conto di tutti i fattori in gioco.

Una lettura impegnativa, ma che suggerisco.





sabato 9 febbraio 2019

Il mondo cambia pelle?

Il mondo cambia pelle?
Erano anni che non vedevo così gremito di pubblico l’auditorium Giò Ponti di Assolombarda a Milano, in occasione della presentazione del Rapporto sull’economia globale e l’Italia. Lunedì 21 gennaio 2019 si è tenuta la presentazione del XXIII studio, curato come sempre dall'economista Mario Deaglio in collaborazione con il Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi e Ubi Banca.

Probabilmente il clima di incertezze che stiamo vivendo ha spinto molti a partecipare all’incontro per cercare di meglio comprendere dalle parole del professor Deaglio il tempo che stiamo attraversando e il futuro che ci potrebbe attendere.

Occorre subito dire che, come sempre, il lavoro del gruppo di studio coordinato da Deaglio è stato approfondito, puntuale nell’individuazione dei punti critici e ricco di occasioni per riflettere.

Il titolo del rapporto di quest’anno (il mondo cambia pelle?) lascia subito intuire quanto il 2018 sia stato un anno di cambiamenti significativi che, consapevolmente o meno, ci hanno coinvolto. Di seguito, sintetizzati in flash, gli argomenti analizzati nelle quattro parti del documento.

1. La crescita indebolita 

Lo sguardo è in generale sul mondo e gli autori evidenziano punti di attenzione verso gli Stati Uniti dove il movimento America First del Presidente Trump potrebbe portare a rischi di protezionismo e populismo che a loro volta potrebbero minare la crescita economica nel medio lungo periodo.  Altri punti da tenere sotto controllo sono i rapporti sempre più tesi tra lo Stato Sovrano e i titani della Rete, la politica dei dazi e la fine del multilateralismo, la riduzione della “corporate tax”. Il capitalismo sembra ancora vincente nel mondo, ma è un sistema alla lunga ancora sostenibile? 

Per quanto riguarda l’Europa, il 2018 è stato il peggiore da tempo, sotto molti aspetti. In Europa sembra prevalere una società basata sul rancore e sulla collera. L’economia ha rallentato mentre il sistema bancario europeo è ancora lontano dall’aver ritrovato la redditività di un tempo. Vi è poi un importante problema demografico che alla lunga renderà sempre più difficile la sostenibilità economica del sistema.

2. Lavoro e capitale, una difficile ridefinizione

Per quanto riguarda il lavoro, il paradigma è: il lavoro è da reinventare. Il 2018 ha visto ancora una volta una bassa crescita retributiva e la nuova “normalità” del part-time. Quanto potrà ancora aumentare la produttività del lavoro? È in corso un passaggio epocale: dall’organizzazione scientifica all’organizzazione algoritmica del lavoro. Altro tema importante: che sviluppo avranno il reddito universale o quello di cittadinanza? Permane il problema del debito estero dei Paesi emergenti, lo scontro sul libero commercio, il rialzo dei tassi di interesse, il populismo al governo in molti Paesi.

Quale sarà il nuovo volto del capitalismo di mercato: si andrà verso un mondo di imprese giganti?
A pagina 103 del rapporto è inserita un’interessante tabella. Mostra le dieci società al mondo a maggiore capitalizzazione. Nel 2007, 6 società su 10 avevano sede negli USA, 2 in Europa, 1 in Giappone e 1 in Cina. I settori rappresentati: Idrocarburi (5), Finanziario (2), InfTech (1), Telec. (1) Auto (1). Nel 2018, 8 società su 10 hanno sede negli USA e 2 in Cina. I settori rappresentati sono InfTech (7), Finanziario (2) e Idrocarburi (1).

3. Geopolitica, un mosaico che si complica

Vengono analizzati: gli Stati Uniti e la loro leadership globale (Make America Great Again!), la Russia e la Cina e il loro sviluppo futuro. Si domandano gli autori: la guerra fredda è finita o continua sotto altre forme? I focolai di crisi sono sparsi ovunque: nel Medio Oriente, laboratorio della guerra perenne, in Iran (verso una guerra mondiale regionale?), la guerra civile in Libia, il “ventre molle” dell’Egitto, l’Asia sempre più in mano cinese, la Corea del Nord, l’America Latina che convive con i fantasmi del passato e l’Africa con ambizioni per il futuro. Infine, su tutto, il petrolio e un possibile scontro sul suo prezzo nel prossimo futuro.

4. Italia 2019, aspettando il salto di qualità

Un Paese spezzato, un’economia incrinata? Certamente vi sono stati in passato dei fattori positivi: la ripresa delle esportazioni, un progresso nella struttura economica, ma adesso servirebbe continuare nella crescita. Domande: i principi di una riforma fiscale (la cash flow tax) sono attuabili? I nuovi modelli di business e le nuove tecnologie che impatto avranno sul mondo del lavoro? In tema di redistribuzione del reddito, quello di inclusione e quello di cittadinanza sono la soluzione all’aumento della povertà?

Giunti al termine della lettura, è inevitabile una sensazione di sgomento: se tali e tanti sono i problemi che abbiamo davanti, cosa dobbiamo fare? Cosa possiamo fare?

Le soluzioni “chiavi in mano” purtroppo non esistono. Nel Rapporto vengono suggeriti alcuni punti di attenzione che, se perseguiti, potrebbero assicurare alla nostra amata terra, che ricordiamo è l’unica che abbiamo a disposizione per vivere, un futuro meno cupo. Eccoli: 1. La solidarietà tra generazioni - 2. La solidarietà all’interno delle generazioni e 3. La tutela dell’ambiente.

Questi tre fattori, se attuati insieme, porterebbero ad uno sviluppo economico sostenibile. Lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.

Quello dello sviluppo sostenibile non è un concetto di oggi: è stato enunciato per la prima volta nel 1983 da Gro Harlem Brundtland, già primo ministro della Norvegia. Da allora sono passati 36 anni, ma non sembra che il concetto abbia avuto molti seguaci nel mondo.

Ci viene in mente l’Enciclica Laudato Sì di Papa Francesco: “13. La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare….  14. Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti. Il movimento ecologico mondiale ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale…. 43. Se teniamo conto del fatto che anche l’essere umano è una creatura di questo mondo, che ha diritto a vivere e ad essere felice, e inoltre ha una speciale dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone..."

Allora, per concludere questo lungo post, ci auguriamo che nei prossimi 36 anni il concetto di sviluppo sostenibile, con tutte le conseguenze che si porta dietro, diventi il centro dell’agenda politica ed economica mondiale. Non c’è più tempo da perdere.

Ultimo suggerimento: se vi capita, leggete il rapporto, ne vale la pena per farsi un’idea reale, non mediata dai social, della situazione del mondo in cui ci tocca vivere.

Ma ricordiamoci che ognuno di noi, con le proprie azioni, può contribuire al cambiamento.

venerdì 20 gennaio 2017

Il New Deal trumpiano



Come penso moltissimi milioni di persone in tutto il mondo, sono reduce dall’aver seguito in televisione l’insediamento del 45° Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Che dire: personaggio più diverso dal suo predecessore, Barack Obama, il neo Presidente non poteva essere.

Basterebbe un'occhiata ai due profili Twitter per farsi subito un’idea delle distanze.

Il profilo di Trump si riassume in questi numeri:
  • iscritto dal marzo 2009
  • 34.300 tweet
  • 42 following (persone che lui segue)
  • 20,7 milioni di follower (persone che lo seguono)

Il profilo di Obama invece:
  • iscritto dal marzo 2007
  • 15.400 tweet
  • 632.000 following
  • 80,9 milioni di follower 

Le differenze sono sotto gli occhi di tutti: quelli di Trump sono fissi sul suo ombelico (formato da 42 persone, metà suoi familiari, tutti statunitensi), quelli di Obama sono spalancati sul mondo e il mondo lo ricambia seguendolo (quasi 81 milioni di persone contro i 21 che seguono il neo president).

Trump esterna tweet a ripetizione, praticamente uno ogni volta che gli viene in mente un pensiero degno di nota, secondo lui (circa 12 tweet al giorno, dalla data di creazione del profilo), mentre Obama è più riflessivo nell’uso dello strumento (4 tweet in media al giorno).

Rileggendo (http://www.corriere.it/Speciali/Esteri/2009/Discorso_Obama/) il discorso di insediamento di Obama di 8 anni fa, le parole che ritornano sono correre rischi, fatiche di uomini e donne, lotta, sacrificio, ovunque guardiamo c’è lavoro da fare, bene comune.

Viceversa ( http://www.corriere.it/esteri/17_gennaio_20/trump-discorso-insediamento-presidente-usa-f07d48f4-df2d-11e6-ac31-10863be346e7.shtml)  il discorso di questo pomeriggio di Trump ha indubbiamente un taglio populista, in continuità con i temi della sua campagna elettorale, terminata tre mesi fa. Gli slogan utilizzati: torneremo a fare grande l’America, il potere passa al popolo, riportare a casa il lavoro, cancellare il radicalismo islamico, american dream, american first.

Cosa farà da domani il neo Presidente? In pochi oggi lo sanno, ma sicuramente il personaggio tirerà dritto perseguendo il suo programma che è risultato quello scelto dalla maggioranza degli americani.

E qui veniamo alla fine del mandato di Obama: dopo otto anni di Obama policy, cosa resta di lui all’America? Probabilmente meno di quello che gli americani si aspettavano da un uomo che nel 2008 aveva vinto le elezioni con una grandissima aspettativa, primo Presidente di colore, originario di una famiglia della classe media, giovane e convincente con quel suo motto Yes, we can, aveva ringalluzzito gli americani dopo la batosta di una crisi economica che aveva lasciato il segno.

Nel 2009 il premio Nobel per la Pace lo aveva definitivamente lanciato nella classifica delle aspettative come l’uomo che tutto poteva, ma dopo otto anni i risultati ottenuti sono in realtà deludenti. Forse quelli più lusinghieri Obama li ha ottenuti sul fronte interno, con l’approvazione dell’Obama Care che però ha portato ad un aumento delle tasse per tutti gli americani che hanno continuato a pagarsi una polizza sanitaria extra privata e con la politica economica portata avanti grazie a forti investimenti pubblici e con l’aiuto di stimoli finanziari che di fatto hanno interrotto la crisi e fatto ripartire l’occupazione. 

Nella politica di Obama era centrale il coinvolgimento degli storici partner alleati degli USA, Europa in primis, mentre con gli amici/nemici Russia e Cina negli otto anni si è scontrato su diversi scenari internazionali. Infine, un punto che sicuramente gioca a favore di Obama è stato quello di riportare gli USA ad un’autosufficienza energetica, la stessa che permetterà ora a Trump di poter fare a meno di occuparsi attivamente degli scenari mediorientali. 

Dove Obama ha fallito è stato in politica estera e nella lotta al terrorismo. Nonostante l’uccisione di Osama Bin Laden, nemico giurato numero uno degli USA, il terrorismo ha continuato a dilagare e nuovi gruppi, Isis in testa sono subentrati e sono ben lungi dall’essere sconfitti. Per non parlare delle primavere arabe: dovevano portare la democrazia nei Paesi del Nord Africa e il risultato è stato: più guerre, più civili morti, più dolore e Stati ancora in bilico tra un ritorno alla normalità di una nuova dittatura che ha sostituito la precedente (vedi Egitto) oppure Stati ancora coinvolti in guerre civili (vedi Libia) o Stati che non esistono più (vedi Siria). Per non parlare di punti di tensione come il Medio Oriente, Israele – Palestina o la Corea del Nord che restano senza soluzioni definitive. L’unico passo in avanti è stato fatto nel rapporto con l’Iran dopo aver preteso e ottenuto la fine della corsa al nucleare bellico di quel Paese. Poca cosa in otto anni da un uomo con quel potenziale di autorità e autorevolezza da spendere.

Ma forse tutto questo non ha nulla a che vedere con la vittoria di Trump del novembre scorso. Ci sono momenti della storia dove gli americani sentono il bisogno di rinchiudersi in loro stessi e di coccolarsi nel loro sogno di americani: dove la frontiera è quella che corre verso Ovest, ma si ferma alla California e non oltrepassa il Pacifico. Questo è uno di quei momenti e Trump ha fiutato il cambiamento che era in atto già da alcuni anni nel popolo americano e lo ha cavalcato. Gli errori compiuti dai Democratici in campagna elettorale hanno fatto il resto.

A questo punto, occorre che noi europei iniziamo a rendercene conto da subito, perché l’uomo non aspetterà a prendere le sue iniziative. Forse è quello che serviva anche a noi. Con Trump Presidente o l’Unione europea ritrova le ragioni per cui esiste e per cui è stata pensata dai suoi padri fondatori, subito dopo l’immane sciagura della Seconda Guerra mondiale, oppure l’era Trump potrebbe trasformarsi in una spallata definitiva alla sua esistenza. 

E se così fosse, ricordo quello che pensava il filosofo napoletano Giambattista Vico. Egli sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza. Qui, nel nostro blog, siamo abituati ad essere più modesti, e non scomodiamo certamente la Divina Provvidenza. Riteniamo che sia sufficiente l’umana scelleratezza…

sabato 19 novembre 2016

Perché il PIL non cresce...



Perché il PIL dell’Italia non cresce?

Provo a dare una risposta, raccontandovi una storia vera.

Me l’ha riferita un mio conoscente, che chiameremo Giovanni (nome di fantasia) che fa il barbiere in una cittadina vicino a Milano.

Giovanni ha poco più di 30 anni, sposato, la moglie dipendente pubblica ha un contratto a tempo indeterminato. La coppia ha una bimba in età di scuola elementare. Dopo aver frequentato la scuola professionale per diventare parrucchiere, Giovanni ha lavorato come garzone in un locale (una vetrina su strada) che poi ha rilevato quando il precedente titolare è andato in pensione.

Lavora da solo, senza aiuti, in questo negozio da circa dieci anni, con una clientela ormai consolidata. Il negozio è posto in una via di forte passaggio, a vocazione commerciale. Giovanni paga un affitto di euro 800 al mese al proprietario dei muri da quando è diventato titolare. Ora il proprietario si è reso disponibile a vendere il locale a Giovanni, prezzo circa 130.000 euro.

Il barbiere si è recato alla sua unica banca, dove lo conoscono da 10 anni e ha chiesto quali fossero le condizioni per ottenere un mutuo per acquistare il negozio. Risposta: per gli immobili commerciali, possiamo finanziare sino ad un massimo del 50% del valore derivante dalla perizia, per superare tale soglia occorrono altre garanzie reali (pegno su titoli o denaro). Quindi, ipotizzando che la perizia eseguita dalla banca avesse confermato il valore “commerciale” concordato con il venditore, Giovanni poteva ottenere al massimo 60/70.000 euro, non di più.

Il giovane parrucchiere fa presente alla sua banca di non possedere la restante parte di denaro necessaria per poter acquistare l’immobile. Fa inoltre presente alla sua banca (per notizia e per non fare nomi, una delle prime due banche italiane) che lo conoscono come cliente da 10 anni, che ogni mese vedono uscire dal suo conto corrente 800 euro per pagare l’affitto del locale, che non ha mai sgarrato un mese e che hanno praticamente l’evidenza del suo giro d’affari e che quindi possono ben valutare se è in grado o meno di sostenere finanziariamente l’operazione. Fa presente inoltre che la banca sarebbe comunque garantita (ipoteca) da un bene immobile che, eventualmente, in caso di sua inadempienza, potrebbe essere venduto molto velocemente, trovandosi in una zona commerciale di forte passaggio che vede la presenza di altri negozi di pregio (tra l’altro è la stessa via dove ha sede la banca in oggetto).

Purtroppo il direttore della filiale non vuole sentire ragioni sostenendo che le disposizioni dell’istituto sono queste e se desidera essere finanziato più del 50% del valore dell’immobile deve depositare ulteriori garanzie.

A questo punto Giovanni rinuncia all’acquisto del suo negozio. Prova a sentire altre banche dove però non lo conoscono come cliente e la risposta che ottiene è la medesima: al massimo ti possiamo finanziare il 50% del valore dell’immobile commerciale. Fine della storia, vera.

Proviamo a fare alcune considerazioni.

Primo: stiamo parlando di un mutuo richiesto di euro 120.000,- Giovanni con questo mutuo si sarebbe trovato tra 15 anni proprietario del locale dove ogni mattina esercita la sua professione, garantendo a sé e alla sua famiglia una piccola certezza patrimoniale per il domani. Se avesse acquistato il negozio, avrebbe provveduto ad un rinnovo degli arredi del locale, fornendo quindi lavoro a mobilieri, elettricisti, idraulici, piastrellisti ecc. Infine, la transazione commerciale di compravendita immobiliare avrebbe generato anche imposte e tasse che si sarebbe intascato l’erario, senza contare la parcella del notaio. In conclusione, una generazione di flussi finanziari che avrebbero creato ricchezza per molti attori e quindi contribuito a far crescere il PIL di questa micro zona milanese. Domanda: quanti Giovanni ci sono in Italia? Quanti piccoli artigiani e commercianti in regola, clienti fidati da decenni delle nostre banche, si sono visti negare un finanziamento perché sprovvisti di garanzie aggiuntive? E quanto PIL non è stato generato a seguito di questi piccoli dinieghi? Impossibile calcolarlo. La mia sensazione è che i Giovanni nel nostro Paese siano molti, troppi.

Secondo: mi domando chi avesse in mente, come beneficiario finale, il Governatore della BCE Mario Draghi quando ha immaginato e attuato il QE (Quantitative Easing). A chi pensava dovessero essere destinati i miliardi di euro che le banche europee, e quindi anche quelle italiane, hanno ricevuto dalla BCE per sostenere la crescita economica nell’eurozona. Se questa liquidità a costo zero che le banche italiane stanno ricevendo dalla BCE non arriva ai tantissimi Giovanni sparsi nella penisola, forse qualche problema in Italia esiste ancora e allora non domandiamoci più perché il PIL non cresce. Oltre al Jobs Act e alla riforma costituzionale, forse ci sono da rivedere anche le regole e le modalità di accesso al credito per tantissimi piccoli operatori economici che con fatica, in questi anni di crisi, hanno resistito, vogliono andare avanti perché sono giovani e vogliono investire nel loro futuro, ma non sono aiutati dal sistema. Forse il QE dovrebbe arrivare sino a loro se vogliamo che il PIL riparta.

Terza e ultima considerazione: certo, la banca avrà le proprie regole interne che si sarà data negli anni, a seguito delle sofferenze miliardarie che hanno appesantito il suo bilancio. È normale che la banca debba tutelare, attuando una valida e prudente valutazione creditizia, i risparmiatori che hanno depositato i propri denari e che non desiderano vedere il proprio istituto fallire. Ma francamente, nel caso in questione, così come narrato e realmente accaduto, facciamo fatica a comprendere le ragioni per le quali non si è potuto concedere un mutuo di 120.000 euro in 15 anni ad un soggetto che aveva evidentemente tutte le caratteristiche per poter sostenere quell’impegno finanziario, considerando anche le fonti di reddito della famiglia nel suo complesso.

In conclusione, a nostro giudizio, sino a quando in Italia situazioni del genere continueranno a verificarsi, sarà difficile che il PIL ritorni a crescere. Ma non solo: alla prima occasione utile, secondo voi il nostro Giovanni a quale partito o movimento politico consegnerà il proprio voto? Ad un partito di “sistema” o ad un movimento “populista”? 

E poi in molti ancora non comprendono perché negli USA ha vinto Trump…

mercoledì 8 luglio 2015

Grecia vs resto d'Europa?



La vittoria dei no al referendum greco non era per nulla scontata. Almeno per la stampa occidentale che sostiene la Germania e i gruppi di potere che in questo momento dettano legge in Europa.

In molti speravano che con la mossa del referendum, Tsipras si fosse infilato da solo in un vicolo cieco e che alla fine a chiudere l'accordo con la triade (BCE, Fondo Monetario e UE) sarebbe stato un altro primo ministro.

E invece Tsipras che per alcuni è solo un giocatore di poker piuttosto che un leader politico, ha rischiato ed ha avuto ragione ad affidarsi al popolo greco che, a maggioranza, ha confermato la scelta delle elezioni politiche di gennaio.

Quindi Tsipras ha vinto? E’ presto per dirlo.

A nostro avviso, perché il no al referendum si traduca in una vittoria comune, sia del popolo greco che dell’Unione europea, occorre approfittare della situazione che si è creata per cambiare marcia e rivedere radicalmente le politiche adottate sino ad ora.

Ormai è chiaro che il popolo greco dopo anni di austerity non è riuscito a rimettersi in carreggiata. E dopo di lui altri popoli incominciano a chiedersi se vale la pena rimanere in un'Europa come quella attuale. Nei prossimi mesi ci saranno elezioni politiche in diverse nazioni europee e il pericolo che il “no” greco si diffonda è reale. 

Eppure, le reazioni dei leader europei, soprattutto dei più rigoristi ed intransigenti, al no della Grecia, non sembrano indirizzate ad un cambiamento di linea politica. 

Il punto fermo dell’intransigenza e del rigorismo finanziario è rappresentato dalla Germania e dai suoi Paesi satelliti nord europei. Il nodo è arrivato al pettine. O la maggioranza dei Paesi europei convince Berlino e i suoi alleati in Consiglio a cambiare approccio al problema greco, oppure una mediazione diventa impossibile. 

La verità è che si è costruita un’unione monetaria e finanziaria che ruota intorno all’area forte dell’ex Marco tedesco che ha semplicemente cambiato nome in Euro. E’ chiaro che i tedeschi difenderanno sino allo stremo la loro politica del rigore che li ha portati ad avere un’economia forte come non l’avevano mai avuta negli ultimi cento anni, ma ciò è avvenuto anche grazie ai sacrifici che hanno dovuto sopportare gli altri Paesi europei che si sono trovati in tasca una valuta sovra stimata rispetto alle proprie economie. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. 

Ora questa è forse l'ultima occasione per cambiare impostazione e metodo per affrontare la crisi in atto. Se si fallisse, la parola passerebbe ai populismi che pure già stanno raccogliendo proseliti in ogni nazione d’Europa e le conseguenze politiche potrebbero essere molto gravi, da non ritorno. 

Però, a pensarci bene, un’ultima opzione ci sarebbe: e se al posto della Grecia, ad uscire dall’Unione monetaria fosse la Germania?

martedì 30 giugno 2015

Grexit? E se invece ridiscutessimo Maastricht...

I firmatari del trattato di Maastricht


Dalle prime avvisaglie della crisi che ha scosso l'eurozona sono passati poco più di tre anni. A fine 2011 oltre la Grecia, anche Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda erano sull'orlo del baratro finanziario e avevano urgente bisogno di riforme strutturali che rimettessero in carreggiata i rispettivi Paesi. 

Ad oggi, solo la Grecia non è riuscita a porre in essere quelle riforme strutturali che, più o meno, hanno posto in atto gli altri Paesi riuscendo a togliersi dall'occhio del ciclone della triade (Commissione Europea, BCE e Fondo Monetario).

Potremmo scrivere migliaia di parole sulle ragioni per le quali la Grecia non sia riuscita nell'intento ed ognuno di noi potrebbe esprimere in merito il proprio parere che, da un punto di vista di logica economica, potrebbe avere o non avere un suo fondamento, un suo valore.

Vogliamo dire che sul caso Grecia tutti, dai politici locali agli economisti di fama internazionale, dai politici europei al popolo greco, tutti hanno commesso degli errori, di analisi, di studio, di prospettiva, di impegno civile, di mancanza di volontà; anche se però non tutti ne pagheranno le conseguenze nel caso la situazione dovesse degenerare. 

Ma detto ciò, non è sui motivi che hanno spinto la situazione sino al punto dove adesso si trova, l'orlo di un burrone, che vorremmo concentrarci, bensì a questo punto su come uscire da questo vicolo cieco e dove ri-orientare il cammino europeo.

L'Europa, insieme alla Grecia, appare ormai giunta ad un punto di non ritorno. Come si risolverà la crisi greca avrà infatti ripercussioni sul modo di concepire e pensare da oggi in avanti l'Unione europea. 

In una logica mercantilistica e affaristica, in tutto il mondo, il socio di minoranza che non si allinea, ma anzi si mette di traverso al volere della maggioranza, viene liquidato ed esce dalla società. Tradotto, la Grecia che conta circa il 3% del PIL dell'Unione, o si adegua ai diktat della triade oppure può tranquillamente dirigersi verso l'uscita. Questa posizione è molto diffusa in diversi ambiti e gruppi economici e finanziari europei.

Ma è questa l'Unione europea che abbiamo costruito e che vogliamo? Ciò che contano oggi in Europa sono solo ed esclusivamente gli interessi economici? In Europa oggi comandano i finanzieri e gli industriali oppure insieme alle Istituzioni europee elette con il suffragio universale (a dir la verità solo il Parlamento europeo) vi sono altre logiche, altre politiche che devono essere considerate quando si affronta la crisi greca?

Perché questo è lo snodo centrale di una situazione che appare ingarbugliata sino all'inverosimile dal punto di vista giuridico e finanziario, ma che si può risolvere in mezz'ora se c'è la volontà politica di guardarla con altri occhi.

I politici europei che siedono in queste ore nei palazzi che contano hanno davanti a loro la possibilità di compiere una scelta che passerà alla storia: irrigidirsi sulle proposte di austerity nei confronti della Grecia, arrivando alla rottura delle trattative (lasciamo perdere di chi sarebbe la “colpa” finale che rappresenta un discorso sterile) oppure rimettere in discussione i parametri (valevoli per tutte le nazioni europee) e le condizioni che regolano i rapporti economici e finanziari degli Stati all'interno della UE (ridiscutere Maastricht per intenderci).

Il motivo per fare ciò: perché i valori che hanno portato all'idea di unità europea, i valori di pace, sussidiarietà, fratellanza, amicizia tra i popoli, perché il periodo di tempo più lungo di prosperità e pace che l'Europa ha vissuto negli ultimi settant'anni, sono più forti e valgono infinite volte di più di un parametro finanziario pensato da un burocrate con l'ausilio di un computer.

Poi, ci si mette tutti intorno ad un tavolo e si discutono le cose da fare e come aiutare, oggi la Grecia, domani qualcun altro, a risalire la china.

Mai come oggi si sente la mancanza di quella Costituzione europea che non vide mai la luce e che se si fosse riusciti a varare, ci avrebbe potuto indicare la rotta da seguire in casi come quello che stiamo attraversando. 

Di un’Unione che predilige un parametro matematico alla salvezza di una Nazione francamente non abbiamo bisogno.



giovedì 26 marzo 2015

La puzza della corruzione



L'ultimo dato Ocse riferisce che in Italia il livello percepito di corruzione nelle Istituzioni è pari a 90 su una scala di 100. Solo per citare il Paese europeo meno corrotto, la Svezia, il livello di percezione è pari al 15%.

Purtroppo da anni noi italiani siamo completamente assuefatti e senza reazioni a questo genere di statistiche, e questo è un male, se vogliamo una nostra colpa che ci caratterizza, ci marchia sin dai primi anni di vita.

Appena nati, giusto il tempo di iniziare a muovere i primi passi e la prima percezione di un evento corruttivo che riceviamo dai nostri genitori è la lotta per ottenere un posto all'asilo nido pubblico. La prima esperienza di raccomandazione, a nostra insaputa.

Se siamo stati bravi e abbiamo superato il periodo di studi primario (elementari, medie e liceo come si chiamavano una volta i cicli scolastici) sbarchiamo all'università dove ci troviamo di fronte professori i cui cognomi si ripetono con curiosa periodicità a distanza di decenni…

Se poi, una volta terminati gli studi, si riesce ad entrare nel mondo del lavoro, le residue speranze giovanili di cambiare il mondo, svaniscono miseramente. Se si punta sul settore pubblico, la situazione appare immediatamente chiara: il giovane e brillante laureato farà carriera se si troverà uno sponsor politico che lo sorreggerà e lo farà arrivare fino a dove la sua capacità camaleontica potrà farlo arrivare, ad un certo punto troverà sulla sua strada uno più camaleonte di lui che lo fermerà. La parola meritocrazia non rientra nel vocabolario del dipendente pubblico.

Se invece il giovane si orienta verso il settore privato, la situazione che troverà in aziende multinazionali o comunque di dimensioni medio grandi non sarà molto diversa, anche se almeno all'inizio un minimo di carriera la potrà tentare puntando sulle sue capacità. Ma ad un certo punto si accorgerà che la mala pianta della “raccomandazione” in senso lato ha attecchito anche nel settore privato. E quindi solo se farà parte di un determinato gruppo di potere o di una determinata corrente politica, se l’azienda ha rapporti con la PA, riuscirà a fare carriera. Altrimenti resterà sempre un brillante quadro direttivo, un buon funzionario ma nulla più. 

Il dramma italiano risiede in questo: sia che si lavori nel pubblico, sia che si lavori nel privato, si troverà sempre qualcuno che tenterà di corromperci offrendoci una regalia, grande o piccola che sia, per farci compiere qualcosa che già avremmo dovuto compiere in quanto rientrante nei nostri doveri. In Italia molti pensano questo: senza fare una regalia a qualcuno, si crede che la prestazione cui si ha diritto sia di qualità inferiore, di livello più basso del dovuto. 

Altri invece in ragione del posto che occupano, soprattutto pubblico, si sentono autorizzati a chiedere una regalia a coloro con i quali entrano in contatto per motivi lavorativi, facendo credere che in questo modo la prestazione da ricevere arriverà prima o non ci saranno problemi ad ottenerla. A tanto è arrivato il nostro modo malato di pensare…

Del resto la stessa parola scandalo (nel suo significato di caduta, inciampo, impedimento) ha perso quel sensazionalismo che fino a pochi anni fa ancora possedeva. Non ci stupiamo più di nulla. Cosa fare allora, da dove partire? Non ci interessa qui approfondire l’aspetto morale della questione, che pure sarebbe il nocciolo fondamentale da cui iniziare. Le recenti parole del Papa a Napoli sulla puzza della corruzione sono indicative da questo punto di vista. 

Il nostro approccio al tema corruzione qui è di tipo pragmatico: basterebbe partire da alcune piccole azioni concrete e non da grandi e corposi interventi legislativi per incominciare ad invertire la tendenza. 

• A titolo di esempio: se una persona viene condannata per reati contro la Pubblica Amministrazione perde il diritto a vita di candidarsi ad una carica pubblica e non può più intrattenere rapporti con la PA.

• I membri dei Consigli di Amministrazione delle società quotate e di quelle che superano una determinata soglia di fatturato non possono cumulare più di due incarichi di pari livello in società diverse.

• La nomina dei membri dei Collegi Sindacali cui spetta per legge il compito di verificare il corretto operato dei Consigli di Amministrazione non devono più essere scelti dai membri del CDA stesso, ma devono essere nominati da una parte terza, possibilmente pubblica e scelti da un elenco anch’esso pubblico di professionisti abilitati.

• Tutte le cariche pubbliche elettive possono essere ricoperte al massimo per due mandati consecutivi, esauriti i quali non ci si può ricandidare alla medesima carica per i successivi due mandati. 

• Per tutte le posizioni dirigenziali e apicali all'interno della pubblica amministrazione devono valere i medesimi principi: i dirigenti non possono rimanere per più di un numero prefissato di anni nella medesima posizione, dopo di ché devono essere spostati ad altri incarichi.

Basterebbero queste poche e banali regole di buon senso per iniziare veramente ad inviare agli italiani un segnale forte di inversione di tendenza… Probabilmente alcuni di voi giudicheranno eccessivi certi divieti, ma non è anche eccessivo il livello di corruzione raggiunto? Quando finalmente l’Ocse ci informerà che il livello della corruzione percepita in Italia sarà pari al 50%, allora forse potremo ripensare a modificare le norme, non prima.

Non c'è come iniziare veramente a fare una cosa per essere già a metà dell'opera. Quando si capirà che l'aria è cambiata, allora anche chi proprio non riesce ad abbandonare la mentalità corruttiva, inizierà a pensare che forse il gioco non vale la candela... 

Naturalmente per fare tutto ciò occorre una forte e decisa volontà politica… il governo di Matteo Renzi avrà questa volontà?


giovedì 19 marzo 2015

Il tempo della verità



Stiamo vivendo il tempo della verità. 

La politica del rigore di Angela Merkel, quella interventista in campo economico della BCE di Draghi, il piano di investimenti promosso dalla Commissione Juncker, il calo del prezzo del petrolio, il pareggio euro dollaro: la simultanea presenza di questi fattori, mai vista prima d'ora nel panorama europeo, dovrebbe portare il vecchio continente fuori dalle secche della stagnazione e dare il via ad un nuovo ciclo di sviluppo economico.

Ma sarà veramente così?

Sono in molti ormai a pensare che tutti questi interventi non porteranno al risultato sperato. Alcuni perché ormai già in atto da diversi anni senza ottenere risultati (come la politica del rigore perseguita dalla Germania); altri (come la parità euro-dollaro) perché se possono portare un vantaggio all’export contemporaneamente procurano uno svantaggio al settore delle importazioni. Ed in Europa purtroppo gli Stati più deboli economicamente (come l'Italia) sono costretti ad importare le materie prime che vengono pagate in dollari.

Il calo del prezzo del petrolio è certamente un fattore positivo, ma in un momento di stagnazione economica come l’attuale, una diminuzione di prezzo dell’oro nero non è certamente in grado di produrre quell'effetto shock nei bilanci delle aziende produttive che hanno già ridotto in questi anni i consumi e la bolletta energetica a seguito del calo dei fatturati.

Rimangono il Q.E. di Draghi e il piano di investimenti promosso da Juncker.

Lasciando per ultimo il piano Juncker, veniamo al c.d. bazooka in mano al capo della BCE. Siamo veramente sicuri che sparare liquidità a raffica nel sistema produca quell'effetto benefico che Draghi si aspetta? Sino a questo momento gli unici a rallegrarsi sono stati i mercati finanziari e gli attori di quei mercati, le banche. Ma cosa succede quando si droga un mercato, falsandone le regole con un intervento pubblico, limitato nel tempo? L'ultimo esempio in ordine di tempo lo abbiamo avuto con gli incentivi pubblici forniti al settore delle energie rinnovabili, il settore fotovoltaico. All'inizio moltissime aziende, anche senza esperienza specifica nel settore, si sono letteralmente buttate nella costruzione di campi fotovoltaici mirando solamente a godere degli incentivi statali. Nel tempo il valore di questi incentivi si è assottigliato sempre di più ed alla fine il mercato si è completamente fermato e il settore delle rinnovabili da volano dello sviluppo è diventato un mercato fermo e senza più capacità di generare nuova occupazione.

Cosa succederà quando la BCE smetterà di introdurre liquidità nel sistema? E la liquidità introdotta dove si sta posizionando? Al momento notiamo che le banche stanno utilizzando la liquidità ricevuta da BCE per sostenere il debito pubblico interno dei singoli Stati e non per finanziare investimenti produttivi delle aziende clienti. La grande assente infatti è la domanda interna da parte dell’iniziativa privata che non dimostra nessuna intenzione di promuovere investimenti in un clima di incertezza generale come l’attuale. 

E' la domanda che manca, non l'offerta di liquidità. Se non viene creata la domanda interna, la BCE potrà inondare il mercato di miliardi di euro, ma non ci sarà nessuna vera ripresa dell'economia reale.

Ed arriviamo all'ultimo punto: il piano Juncker. Circa 350 miliardi di investimenti pubblici in sette anni non sono pochi, ma neanche una cifra tale da dare una scossa all'economia. Certo si spera nell’effetto leva. Ed è proprio questa la strada da battere: quella degli investimenti. 

Occorrerebbe modificare il parametro dello sforamento del 3% del rapporto debito/PIL per far sì che gli interventi nel settore pubblico generino a cascata una domanda seria e consistente da parte dei privati, altrimenti tutto quello messo in campo sino ad ora sarà stato inutile e non solo, si sarà perso del tempo prezioso e la stessa struttura dell’Unione Europea potrebbe uscirne a pezzi. 

La crisi che stiamo vivendo è iniziata in ambito finanziario, ma non potrà essere risolta dalla finanza, solo la Politica potrà porvi rimedio con scelte coraggiose da effettuarsi subito.

lunedì 8 dicembre 2014

Italiani state sereni



Ma l’Italia ha un problema reputazionale?

Vi ricordate come è iniziato il 2014? Con la famosa frase pronunciata dall'allora sindaco di Firenze: Enrico stai sereno! Dopo poche settimane Renzi divenne Primo Ministro al posto del collega di partito, quasi senza colpo ferire e con un programma rivoluzionario per noi italiani: in 100 giorni avremmo avuto tutte le riforme promesse e mai realizzate nei venti anni precedenti. 

Poi i giorni da 100 sono diventati 1.000 e il cammino riformista del Premier ha dovuto fare i conti con l’italica realtà, abbandonando il magico mondo dell’adolescenza e della gioventù dal quale il nostro leader e i suoi fedeli leopoldini sono stati generati ed hanno mosso i primi passi.

Come può essere credibile uno Stato che propone tre Governi in tre anni?

Come può essere attendibile un Premier che quando faceva opposizione interna al PD di Bersani e Letta si dichiarava a favore del mantenimento dell'art.18 e da Primo Ministro propone la sua abolizione nel Job Act? In questi mesi, sul fronte interno, a cosa abbiamo assistito? La riforma della legge elettorale è stata solo abbozzata, quella istituzionale neppure. La riforma del lavoro ancora da riempire di contenuti. La spending review ferma al palo dopo la vendita di 10 auto blu. Gli 80 euro non hanno generato il volano previsto e l'economia è in completa stagnazione.

Per quanto riguarda la politica estera, sinceramente dal semestre europeo a guida Renzi ci si aspettava qualcosa di più. Sul tema Ucraina vi è stato il completo appiattimento sulle posizioni statunitensi, provocando tra l’altro proprio alle imprese italiane un importante danno economico e creando con la Russia di Putin un congelamento delle relazioni bilaterali Europa – Russia che potrebbe spingere in futuro i russi a guardare più verso oriente che verso occidente. 

La situazione nel Mediterraneo è completamente fuori controllo e quello che sta accadendo in Paesi come la Libia, a due passi da casa nostra, è sotto gli occhi di tutti. Francamente non si capisce cosa si stia aspettando per affrontare la questione: forse la creazione di un nuovo califfato dell’Isis in Cirenaica? Infine la situazione dei due militari italiani ancora prigionieri in India è lontana dall'essere risolta. Anche in questo caso il Governo Renzi non è riuscito ad imprimere quella svolta che noi tutti ci aspettavamo e che avrebbe tra l’altro giovato moltissimo in termini di immagine al nostro Paese. 

I problemi veri dell'Italia di fine 2014 sono ancora tutti fermi al palo: la riforma della giustizia ed in particolare la rapidità nell’esecuzione dei processi e la certezza della pena. Due aspetti che portano con se' la lotta alla corruzione che ci vede anche quest'anno maglia nera in Europa, senza considerare l’ultima inchiesta che sta riguardando il comune di Roma. La riforma della pubblica amministrazione, vera piaga del Paese e responsabile dei mancati investimenti esteri nel nostro Paese, altro che articolo 18. La riforma generale del fisco che dovrebbe però essere affrontata a livello dei Ministri delle Finanze europei, se vogliamo tenere in considerazione il recente scandalo che ha colpito il nuovo Presidente della Commissione.

La lotta ai centri di potere economici e finanziari (oligopoli si chiamavano una volta, prima della loro abolizione sulla carta) che ancora esistono e dettano la propria linea ai Governi. Un caso per tutti: il prezzo del barile di petrolio è sceso del 30% da inizio anno, mentre il prezzo alla pompa di benzina e GPL è stabile, granitico. Qualcuno nel Governo Renzi si è accorto di questo fatto oppure tutti i membri dell'esecutivo usano la bicicletta per gli spostamenti?

Insomma, cose da fare in Italia ce ne sono tante e forse non basterebbero neppure 1.000 giorni per portarle a termine tutte. Quindi non hanno totalmente torto le società di revisione che rivedono al ribasso il nostro rating. Ed anche la cancelliera Merkel avrà sbagliato la forma, ma nella sostanza ha un po’ di ragione nell'affermare che i cambiamenti reali visti quest'anno in Italia sono oggettivamente pochini.

La reputazione di Renzi è ad un bivio: o riesce nei prossimi mesi a portare a casa qualche risultato concreto sul piano delle riforme che però produca anche effetti concreti sui risultati economici, oppure gli italiani lo abbandoneranno. Gli ultimi sondaggi effettuati mostrano che la popolarità del Premier è in discesa, dal picco massimo toccato alle europee, ma dicono anche che secondo una maggioranza crescente, gli italiani ritengono che la punta più bassa della curva della crisi sia alle spalle.

Non sappiamo su quali basi razionali poggi questa convinzione, ma ci fa piacere sapere che la maggioranza degli italiani, dopo cinque anni, si sia stancata di tifare per i gufi e stia guardando ad altri animali.

Italiani state sereni: tra poco sarà Natale e sono in arrivo Babbo Natale con le sue renne. Dopo Renzi potremmo affidarci a lui e il nuovo animale di moda non avrà più le ali, ma le corna.

mercoledì 12 novembre 2014

Elogio del consociativismo

25 aprile 1945


Il consociativismo che ha contraddistinto per decenni la vita politica del nostro Paese è stato da alcuni considerato una delle anomalie italiane, intendendo con il termine anomalia qualcosa di negativo. Per consociativismo noi intendiamo una forma di governo che garantisca una rappresentanza proporzionale ai diversi gruppi che compongono un paese profondamente diviso per ragioni storiche, etniche o religiose. L'obiettivo sarebbe quello di garantire la stabilità stessa del governo, assicurare la sopravvivenza degli accordi di divisione del potere e la sopravvivenza della democrazia, evitando in ultima analisi l'uso della violenza. 

Dal nostro punto di vista quindi il consociativismo è da considerarsi un valore positivo della vita politica e nella sua forma più alta, le scelte consociative attuate da politici responsabili dovrebbero tendere al raggiungimento del bene comune della Nazione. 

Sin dalla sua genesi, il nostro Stato unitario è stato "costretto" al consociativismo. Il Regno d'Italia nacque per impulso di un singolo Stato che da solo rappresentava una piccola parte della penisola, sia da un punto di vista economico che propriamente territoriale. La conquista "violenta" dello Stivale da parte del Regno sabaudo con tutte le conseguenze che ne derivarono, obbligò per forza di cose i politici del tempo, sia di destra che di sinistra, a cercare la condivisione del potere per gestire la cosa pubblica, desiderando mantenere la pace sociale interna e l'unità nazionale. In effetti solo il fascismo interruppe lo sviluppo del pensiero consociativo in Italia, anche se il corporativismo fascista voleva essere un richiamo al principio consociativo che comunque riprese all'indomani della caduta di Mussolini, con l'avvento del periodo repubblicano.

Fu la stessa nascita della Repubblica, ancora oggi non accettata da alcuni gruppi di nostalgici fedeli alla monarchia, a riportare subito in auge la necessità di condividere il potere per risanare le ferite della guerra civile e il passaggio alla nuova forma di Stato. E’ corretto ammettere che nel periodo della prima repubblica, il consociativismo diede risultati positivi, permettendo lo sviluppo e la crescita del nostro Paese. L’Italia infatti raggiunse le prime posizioni nella classifica mondiale dei Paesi più sviluppati. Tipicamente i due partiti "accusati" di consociativismo furono la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, entrambi di estrazione popolare.

I critici del consociativismo evidenziano come quasi tutte le più importanti leggi e riforme votate dal parlamento italiano nel periodo 1950 fine anni ‘80 (sino al periodo del terrorismo), siano state volute da entrambi quei partiti che, sulla carta, si presentavano agli antipodi per quanto riguarda i principi ispiratori e la visione di sviluppo che avevano sull’Italia. Questo fatto in massima parte è vero (ci sono gli atti parlamentari a testimoniarlo), ma non è certo che abbia una valenza negativa, anzi.

La questione morale, già denunciata negli anni '70 sia da Berlinguer che da alcuni esponenti democristiani (Moro), divenne ad un certo punto il fattore decisivo della vita politica. E la questione morale, diciamolo subito, nulla ha a che fare con il consociativismo. Semmai, con l’avvento di Craxi e del craxismo entrò nella vita politica italiana un nuovo modo di leggere il consociativismo. Dagli anni 90 il meccanismo iniziò ad incepparsi e a dare cenni di invecchiamento. L'ingranaggio poco per volta si fermò. Nella vita pubblica, a prevalere fu l'interesse di una singola parte al governo, escludendo dalla divisione del potere le altre forze. Le nascenti lobby, esterne ai partiti, condizionarono nel tempo l'attività politica, forti di un potere economico e finanziario sempre crescente, generatosi e sviluppatosi grazie proprio al consociativismo dei decenni precedenti. 

Di fatto nel corso degli ultimi trent’anni i partiti politici intesi come partiti popolari hanno esaurito la loro spinta propulsiva in seguito anche al mutamento radicale della società italiana, sempre meno contadina e paesana e sempre più industrializzata e terziarizzata nelle città. Dalle loro ceneri sono nate nuove organizzazioni di gestione del potere che non hanno manifestato interesse ad operare con una logica consociativa vecchio stampo, bensì hanno operato con una logica di spartizione del potere, sia politico che economico. 

Così facendo però è sotto gli occhi di tutti che l'agire della nuova classe di politici non ha generato un reale progresso nel Paese, ma anzi ha prodotto di fatto lo stallo politico, economico e sociale in cui versa l'Italia di oggi ed ha lasciato, e forse è il frutto più amaro, una Nazione divisa, rancorosa e sfiduciata. 

2. CONTINUA

sabato 8 novembre 2014

L'anomalia italiana



5 Governi in 7 anni


La crisi economica che stiamo attraversando ebbe inizio negli Stati Uniti alla fine del 2007 con lo scoppio della bolla del mercato immobiliare. Dall’anno successivo, trasformatasi in crisi finanziaria, si trasferì in Europa e quindi nel resto del pianeta.

Dal 2008 ad oggi, in Italia, si sono alternati 5 Governi: Prodi sino a maggio 2008, poi Berlusconi sino al novembre 2011, quindi il tecnico Monti fino all’aprile 2013 per passare al Governo Letta (eletto a seguito delle elezioni politiche) restato in carica sino al febbraio di quest’anno, quando è stato sostituito dal Governo Renzi, alternanza decisa dalla maggioranza del Partito Democratico, principale forza della maggioranza governativa.

Nello stesso periodo (2008-2014) il Regno Unito ha visto 2 Primi Ministri, dal giugno 2007 Gordon Brown e dal maggio 2010 David Cameron, tuttora in carica. La Germania ha il medesimo Cancelliere dal novembre 2005, Angela Merkel. In Francia si sono alternati due Presidenti: dal maggio 2007 Nicolas Sarkozy e dal maggio 2012 François Hollande, ancora in carica. Anche la Spagna ha visto due Primi Ministri: dall’aprile 2004 José Luis Rodríguez Zapatero e dal dicembre 2011 Mariano Rajoy. Negli Stati Uniti infine la crisi è stata tutta gestita dal Presidente Obama in carica dal gennaio 2009.

Sarà un caso che tutti i Paesi citati, ad eccezione del nostro, abbiano affrontato la crisi economica e ne stiano uscendo, di fatto, prima e con migliori prospettive, dell’Italia?

Certamente uno dei pregi (o dei difetti?) di noi italiani è quello di avere la memoria corta e di dimenticare presto tutte le promesse, non mantenute, dei nostri leader politici. Ma è anche vero che un Paese che vuole gestire una crisi economica mondiale come quella che stiamo attraversando, non può cambiare 5 Governi in 7 anni. 

Come si possono prendere decisioni strategiche nei vari ambiti della vita pubblica senza poi avere il tempo di vederle attuate e soprattutto il tempo per verificare se le scelte effettuate abbiano portato i benefici previsti?

Prendiamo ad esempio la riforma del mercato del lavoro (c.d. Jobs Act) che l’attuale Governo Renzi ha deciso di portare avanti. Nel dicembre 2011, il Governo Monti, dopo solo un mese dal suo insediamento, fece approvare dal Parlamento la c.d. legge Fornero, una pesante riforma che colpì sia il mercato del lavoro sia il settore previdenziale. Ebbene a distanza di neanche tre anni si pensa di ricominciare tutto da capo e nel farlo, non si modificano solamente quelle parti della precedente riforma che si è già visto non funzionare (ad esempio l’allungamento dell’età pensionabile che ha di fatto creato un blocco all’assunzione dei giovani), ma si decide di partire da zero, rinnovando tutto il settore del mercato del lavoro. 

Ma siamo così sicuri che questo modo di procedere sia quello giusto?

E’ vero, oggi il mondo corre ad una velocità non immaginabile anche solo cinque anni fa, ma scelte così importanti per la vita di un Paese, come quelle in materia economica e sociale, dovrebbero essere prese non sull’onda del “fare qualcosa purché si faccia presto e subito”. 

Certamente la situazione è grave e la mancanza di lavoro, soprattutto per i giovani, è una delle cause che contribuisce al perdurare della situazione di crisi, creando di fatto uno stallo economico-sociale nel Paese. Ma è proprio per questo che le scelte prese oggi dovrebbero essere ben ponderate e condivise il più possibile con tutte le parti in causa: associazioni di categoria, lavoratori, imprenditori, sindacati. 

Solo così si può ottenere che il Paese remi tutto dalla stessa parte, altrimenti la navicella Italia resta ferma mentre tutte le altre imbarcazioni stanno già uscendo dalla secca. 

L’anomalia della vita pubblica italiana dipende da noi stessi: non abbiamo ancora compreso come la ricerca del bene comune debba essere anteposta all’ottenimento di benefici personali, per la mia famiglia, il mio gruppo, il mio partito.

Se non impariamo, in questo caso sì in fretta, questa lezione, tra pochi mesi avremo un nuovo Governo, una nuova riforma e un Paese ormai impantanato nelle sabbie mobili che lentamente lo cancelleranno dal panorama mondiale delle nazioni più industrializzate. E per l'Italia non parleremo più di crisi economica, ma di declino economico... 

E’ questo che vogliamo?

1.CONTINUA

mercoledì 30 luglio 2014

Imprenditori italiani...

Carlo De Benedetti


La notizia è apparsa sulle pagine dei quotidiani senza lasciare strascichi o commenti particolari, forse perché in questo caso in ballo ci sono denari privati (siamo sicuri che sia proprio così?), ma iniziamo dalla notizia.

Il 23 luglio scorso i soci di Sorgenia spa (la CIR dell’imprenditore De Benedetti con il 53% e l’austriaca Verbund AG con il 46%) hanno sottoscritto un accordo con le banche creditrici per la ristrutturazione del debito della stessa. Il risultato finale di questo accordo (previsto entro la fine dell’anno in corso) sarà il passaggio del controllo di Sorgenia dai due soci attuali alle banche creditrici.

Ma facciamo un passo indietro. Sorgenia nasce nel 1999 all’indomani della liberalizzazione del mercato dell’energia in Italia ad opera del gruppo De Benedetti alleato, in questa impresa, con gli austriaci di Verbund AG (operatore austriaco attivo anch’esso nel mercato energetico).

Sorgenia cresce velocemente e nel 2003 acquista da Enel una quota del 39% di Tirreno Power che le permette di fare un importante salto dimensionale. Nel 2013, secondo quanto pubblicato sul sito internet istituzionale della controllante CIR, il gruppo Sorgenia ha generato ricavi per 2,3 miliardi di euro, diventando il secondo fornitore elettrico delle aziende italiane, dietro Enel. 

Una storia di successo quindi? Non proprio. L’altra faccia della medaglia della crescita dei ricavi è il pesantissimo debito accumulato con le banche finanziatrici: 1,8 miliardi di euro. Dopo quindici anni di vita, Sorgenia è arrivata al capolinea e per sostenere gli investimenti e le quote di mercato acquisite nel tempo a suon di debito, i due soci fondatori cosa hanno pensato di fare? Passare il testimone alle banche che con i loro generosi finanziamenti evidentemente hanno creduto nell’iniziativa molto più dei soci industriali. 

A questo punto la storia di Sorgenia diventa molto simile a quella di altre vicende che hanno interessato l’imprenditoria italiana. Purtroppo in Italia esiste ancora una classe di pseudo imprenditori che investono in settori ritenuti “promettenti” facendo ricorso ai finanziamenti bancari e quando la situazione volge al peggio si tirano indietro e passano la mano ai soci “occulti”, cioè alle banche. 

A questo punto sorge spontanea una domanda: per quale ragione le banche italiane, che dal 2008 vivono comunque la crisi economica come ogni altra impresa ed hanno attraversato un periodo di stretta creditizia, hanno concesso a Sorgenia finanziamenti così cospicui? Le cifre lette sui giornali parlano di 600 milioni di euro prestati dal Monte Paschi di Siena, 371 milioni di euro da Banca Intesa, 180 milioni di euro rispettivamente da Unicredit e da UBI, 177 milioni di euro da Popolare di Milano, 157 milioni da Banco Popolare per finire con importi minori da parte di banche più piccole. Sollecitazioni politiche? Nooooo….. 

Ma ancora: è moralmente accettabile in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo, concentrare su un unico soggetto economico finanziamenti così importanti senza chiedere ai soci dell’iniziativa uno sforzo finanziario almeno equivalente? Perché tutti sono capaci di giocare a fare gli imprenditori con i denari altrui (delle banche in questo caso): quando le cose vanno bene gli utili se li incassano i soci, quando invece vanno male, come in questo caso, i cocci vanno alle banche che sono obbligate ad accettare, pena l’azzeramento dei propri crediti in caso di fallimento dell’iniziativa. 

Certo, gli istituti di credito prestano il denaro a chi vogliono, secondo criteri di merito creditizio, ma svolgono anche un ruolo sociale importantissimo: senza il loro supporto le imprese, soprattutto le più piccole e le più giovani, non riescono a crescere e a svilupparsi. Di conseguenza non può crescere e svilupparsi neanche il nostro Paese. Ecco perché i denari privati delle banche svolgono anche una funzione pubblica e di questo le aziende di credito devono tenerne conto. 

Ma torniamo al nostro caso: l’imprenditore questa volta è stato addirittura diabolico: nell’accordo siglato con le banche ha fatto inserire una clausola c.d. di earn – out: in sostanza se negli esercizi successivi all’entrata degli istituti di credito in Sorgenia le cose dovessero migliorare e la società producesse utili, la parte di questi utili che eccedesse quanto versato dalle banche creditrici, verrà ristornata ai vecchi soci. Quindi: se rimangono le passività, queste restano in bilancio alle banche, se arriveranno gli utili, una parte di questi andranno ai vecchi soci De Benedetti e Verbund. La logica di tutto ciò? A noi sfugge.

In conclusione: mentre tutti i media in questi giorni si sono focalizzati sull’affaire Alitalia, sulla Costa Concordia e sulle riforme istituzionali che non decollano, a noi ha colpito la vicenda di questo ennesimo tentativo, purtroppo finito male, di creare in Italia una vera concorrenza in un mercato così strategico come quello dell’energia. 

Probabilmente una sfida così impegnativa ai moloch ENI ed ENEL andava affidata a gruppi imprenditoriali più strutturati, con maggiori disponibilità finanziarie e con la voglia di investirle in Italia. L’anomalia italiana è legata ai rapporti malsani tra politica e classe imprenditoriale. Quando la politica sponsorizza l’imprenditore amico di turno, che magari ha una visione imprenditoriale, ma non vuole rischiare più di tanto il proprio patrimonio e quindi cerca altri mezzi finanziari e altri appoggi per realizzare quello che ha in mente, allora il risultato è quasi sempre fallimentare. Il caso Alitalia è da questo punto di vista, emblematico.

Cosa faranno le banche di Sorgenia è presto per dirlo. Di certo non si metteranno a vendere il contratto di luce e gas allo sportello….o forse….perché no?



martedì 8 luglio 2014

Foreign Account Tax Compliance Act (FATCA)



La notizia è per gli addetti ai lavori: dal primo di luglio è entrato in vigore anche in Italia Il Foreign Account Tax Compliance Act (FATCA).

Di cosa stiamo parlando? Il FATCA è una legge statunitense del 2010 rivolta alle istituzioni finanziarie straniere (denominate FFI) e ad altri intermediari finanziari che mira ad evitare l’evasione fiscale da parte di US Person (soggetti giuridici di cittadinanza statunitense) tramite l’utilizzo di conti offshore. 

Lo scopo che si pone l’Amministrazione statunitense con il FATCA è molto semplice: individuare e ostacolare l’evasione fiscale offshore da parte dei cittadini statunitensi o dei residenti negli Stati Uniti, richiedendo informazioni in merito a tali persone per aumentare la trasparenza nei confronti dell'Internal Revenue Service (IRS – l’Agenzia delle Entrate USA) e imponendo una ritenuta alla fonte laddove non siano soddisfatti i requisiti in materia di adeguata documentazione e rendicontazione. 

In termini generali, le entità straniere come banche, intermediari/operatori di borsa, compagnie di assicurazione, hedge fund, veicoli di cartolarizzazione, società capogruppo, determinati trust e fondi di private equity saranno ritenuti FFI. Tra le entità esonerate da tale legislazione si annoverano le società di capitali quotate, i governi stranieri e le agenzie interamente controllate da organizzazioni o banche centrali straniere. 

Di fatto le banche e istituzioni finanziarie italiane, come quelle di tutti gli altri Paesi aderenti al FATCA, dovranno obbligatoriamente mappare e profilare i propri clienti statunitensi e consegnare alla IRS tutta una serie di informazioni di natura patrimoniale e fiscale. Una serie di incombenze burocratiche tutte a favore del fisco USA che se ne servirà in patria per aggiornare il profilo fiscale dei propri contribuenti. 

I Paesi che hanno già aderito al Fatca sono: Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Norvegia, Isole Cayman, Irlanda, Costa Rica, Danimarca, Messico, Paesi Bassi, Mauritius, Malta, Jersey, Italia, Isola di Man, Ungheria, Guernsey e Canada. Belgio e Lussemburgo sono in fase di negoziazione.

A questo punto sorge spontanea una domanda: visto che l’Italia ha aderito al progetto statunitense di monitorare il profilo finanziario estero dei propri cittadini, non era possibile chiedere agli USA l’applicazione reciproca di questo accordo? Non si poteva organizzare uno scambio reciproco di informazioni tra le due Agenzie delle Entrate, quella italiana e quella statunitense?

E poi, visto che aderiscono al FATCA diversi Paesi facenti parte dell’Unione europea, non è possibile predisporre a livello europeo una disciplina simile al FATCA statunitense?

In effetti qualcosa si sta muovendo e tra i Paesi aderenti all’OCSE dal 2017 dovrebbe entrare in vigore il Common Reporting Standard (Crs), il nuovo standard multilaterale per lo scambio automatico delle informazioni finanziarie. Vogliamo crederci.

Ma, come spesso accade in Italia, si parla tanto di lotta all’evasione fiscale e si perde l’occasione concreta di compiere un passo avanti in questa direzione. Intanto forniamo gratis al fisco USA i dati dei contribuenti americani con investimenti nel nostro Paese, per conoscere quelli dei nostri concittadini che hanno conti e disponibilità finanziarie negli States aspettiamo fiduciosi una delle riforme del Governo Renzi… 




sabato 28 giugno 2014

Cambio di mentalità


Vito Gulli

Vito Gulli è un nome che al grande pubblico non dice nulla. Non partecipa ad incontri politici o mondani, non appare settimanalmente nei talk show, non ricopre cariche pubbliche. Ma per chi lo conosce, specialmente in Sardegna, è un nome che dice molto e bene. 

Vito Gulli è l’imprenditore che ha acquistato dalla multinazionale Bolton il marchio Palmera rilevando uno stabilimento decotto per l’inscatolamento del tonno ad Olbia e l’ha rilanciato a livello nazionale con il marchio As do mar salvando oltre duecento posti di lavoro in un territorio tra i più difficili dal punto di vista lavorativo qual’ è la Sardegna. 

Ebbene ieri sera Vito Gulli, ospite in via eccezionale del programma di Lilli Gruber, Otto e Mezzo, ( http://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/otto-e-mezzo-27-06-2014-133978 ) ha dichiarato che un imprenditore si deve porre l’obiettivo del profitto nel tempo, perché se l’obiettivo è fare profitto subito, quella non è attività imprenditoriale, bensì speculazione. Ed ha continuato affermando che prima l’imprenditore compie l’investimento e poi ne trae benefici per sé e per i propri dipendenti. Perché, ha continuato Gulli, l’imprenditore deve preoccuparsi che il proprio dipendente abbia il denaro per acquistare i prodotti che la propria azienda produce, altrimenti quella persona non è un imprenditore. Molti hanno pensato che delocalizzare la produzione in Paesi con la mano d’opera meno cara permettesse di ottenere profitti più velocemente e aumentare le vendite, ma il risultato è che adesso in Italia le aziende non ci sono più e le persone non hanno più potere d’acquisto anche per quei beni prodotti all’estero con costi più competitivi.

E questo, aggiungiamo noi, ha prodotto un altro risultato: che le aziende rimaste a produrre in Italia hanno puntato sulla contrazione, a loro volta, del salario dei lavoratori italiani per rimanere competitive a livello interno e internazionale, visto che in Italia su altri costi, come energia e tasse, non vi sono molte possibilità di ottenere sconti.

Siamo convinti che Gulli abbia toccato un punto fondamentale che caratterizza i tempi che stiamo vivendo. Non è possibile uscire dalla crisi economica, creare occupazione e quindi crescita se non si riparte da qui. Il semestre europeo a guida italiana che Renzi si appresta a dirigere dovrebbe servire per mettere a tema, a livello delle politiche europee, queste tematiche.

La situazione descritta da Gulli non riguarda solo l’Italia, ma trasversalmente tutte le principali economie europee ed anzi, all’interno dei partner dell’Unione europea, stupisce ancora e colpisce sempre di più il trasferimento della produzione e del lavoro verso Paesi a più basso costo di mano d’opera, che creano situazioni assurde di concorrenza, a nostro avviso sleale, tra i medesimi membri dell’Unione europea. 

Senza questo cambio di mentalità, non solo da parte imprenditoriale, tutto quello che Renzi si è impegnato a fare in Italia, nei prossimi mille giorni, rischia di non sortire gli effetti sperati.

giovedì 15 maggio 2014

Di cosa stiamo parlando?

Di cosa stiamo parlando?

Ormai mancano pochi giorni alla tornata elettorale (in Italia elezioni europee più rinnovo di circa 4.000 comuni e 2 consigli regionali) e tutti i leader politici sono in cerca della più ampia visibilità. Risultato: superamento di ogni logica e buon senso nella comunicazione e dichiarazioni che promettono di tutto e di più: aumento di pensioni, aumento di buste paga, reddito di cittadinanza, reddito a cani e gatti e via così. Le coperture: dal recupero dell’evasione ai fondi europei non spesi e perché non dall'aumento dei gelati o del chinotto ci domandiamo… in fondo chi non si beve un chinotto adesso che viene la bella stagione? Povera Italia in attesa di un Expo che latita (ma non in Libano, a Rho, vicino a Milano) e poveri italiani in attesa di un lavoro che invece all'estero ci finisce veramente.

E mentre la giostra continua a girare sempre più lentamente, ma senza accennare a fermarsi, fuori dal luna park cosa succede?

Notizia di oggi: nel primo trimestre del 2014 il prodotto interno lordo (PIL) è diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e dello 0,5% nei confronti del primo trimestre del 2013.
Nello stesso periodo il PIL è aumentato dello 0,8% in Germania ed è rimasto stabile in Francia. 

Notizia di ieri: la Banca d’Italia ha certificato che il debito pubblico, nel mese di marzo 2014, è salito a 2.120 miliardi di euro (nuovo record). Dalla correlazione di queste due notizie possiamo dedurre che il rapporto debito/PIL, nel primo trimestre 2014 sia vicino al 136%, in aumento di oltre 3 punti percentuali rispetto ai valori registrati lo scorso 31 dicembre 2013. La prima riflessione che ne consegue è che le previsioni contenute nel DEF 2014, sono già superate e irrealizzabili (e siamo al mese di maggio, per arrivare a dicembre mancano ancora 7 mesi).

E i nostri cari leader politici, alle prese con i primi caldi primaverili, di cosa ci stanno parlando in questi giorni? Che è meglio votare per chi vuole veramente le riforme, no per chi vuole le riforme, ma quelle giuste, no no, per chi vuole il ritorno alla lira, al franco, alla dracma… senza accorgersi che le riforme, il Paese, le sta portando avanti da solo, ma nella direzione opposta.

Manca solo il deciso rialzo dello spread (oggi ha lanciato qualche segnale) e poi il triangolo malefico è pronto: diminuzione del PIL e aumento del debito e dello spread e il Governo Renzi è servito. Complotto anche questa volta? Propenderei di più per un casalingo malgoverno e malcostume italiano.

Arrivati a questo punto, visto che appare impossibile fermare con azioni ordinarie la salita del debito pubblico, aumentano esponenzialmente le possibilità che si scelgano per forza maggiore soluzioni straordinarie per ottenere la riduzione del debito, come imposte patrimoniali una tantum o misure con analogo effetto. E sarebbe meglio iniziare a pensarci da soli, perché se ci arrivasse prima il Fondo monetario, le soluzioni che ci verrebbero proposte sarebbero sicuramente più drastiche… 

Vogliamo incominciare a parlarne oppure iniziamo a pensare alla formazione dell'Italia che scenderà in campo ai prossimi mondiali di calcio brasiliani? In effetti, almeno nel gioco del calcio, siamo stati 4 volte Campioni del Mondo e nel medagliere siamo davanti alla Germania... pensate come rosicano i tedeschi...



venerdì 31 gennaio 2014

In attesa della legge elettorale ...facciamo un po' di conti

Mentre l’opinione pubblica italiana, o almeno quella che scorre ancora un quotidiano o guarda sonnecchiando un telegiornale, segue febbrilmente le sorti della riforma della legge elettorale, due notizie sono apparse questa settimana, sulle pagine dei giornali, come meteore che hanno lasciato dietro di loro solo polvere di stelle e nulla più. 

La prima: Fiat, dopo aver terminato l’acquisto del 100% di Chrysler, ha deciso di spostare la sede legale in Olanda e la sede fiscale nel Regno Unito. Reazione del Governo italiano a questa notizia? La stiamo ancora aspettando. Nel senso che il premier Letta ha dichiarato che i vertici di Fiat l’avevano avvisato già qualche giorno prima (beato lui che era al corrente già da qualche giorno) e il ministro per lo Sviluppo Economico Zanonato ha dichiarato che vigilerà che tutta l’operazione rispetti la normativa vigente. Come se i vertici della Fiat fossero dei ragionieri delle scuole serali e prendessero una decisione che non rispettasse le leggi vigenti… Di fatto nessuna reazione. Dai sindacati invece è arrivato…. il medesimo atteggiamento. Preoccupazione espressa dai leader nazionali per l’occupazione degli operai in cassa integrazione e per gli investimenti promessi anni addietro e subitanea dichiarazione distensiva dei vertici di Fiat: non preoccupatevi, la scelta di de localizzare le sedi legali e fiscali non pregiudicherà gli investimenti in Italia. A dire il vero unica voce fuori dal coro quella della CGIL che ha toccato il tema del mancato gettito delle imposte che non saranno più versate in Italia, ma nessuno ha ripreso il ragionamento e tutto è tornato sotto silenzio. 

Proviamo a fare un po’ di conti. Siamo andati a prendere gli ultimi dieci bilanci consolidati ufficiali del Gruppo Fiat dal 2003 al 2012 (si trovano facilmente su internet) e di seguito trovate i numeri (espressi in milioni di euro) delle imposte pagate dal Gruppo in Italia, dal 2003 al 2012. Una nota e una precisazione. La nota: per gli anni 2011 e 2012 non sono state conteggiate le imposte aggregate pagate da Chrysler, versate negli USA. La precisazione: nel 2004 il Gruppo non ha versato imposte causa le pesanti perdite registrate nei due esercizi precedenti, quando la Fiat rischiò il fallimento. Ecco i numeri:

Bilancio Consolidato GRUPPO FIAT
Imposte versate in milioni di euro
ANNO 2003
650
ANNO 2004
zero
ANNO 2005
844
ANNO 2006
490
ANNO 2007
719
ANNO 2008
466
ANNO 2009
448
ANNO 2010
484
ANNO 2011
464
ANNO 2012
420


Siete riusciti a fare il conto del totale delle imposte pagate in Italia dal Gruppo Fiat in dieci anni? Sono state pari a quattro miliardi novecentottantacinque milioni di euro. Arrotondiamo a cinque miliardi. Diciamo che ogni anno il Gruppo paga, pagava all’Italia cinquecento milioni di euro di tasse. E consideriamo che gli ultimi dieci anni sono stati anni difficili e di crisi per il mercato dell’auto, in Italia e nel mondo. Ora Fiat si aspetta dall’unione con Chrysler anni in crescita, sia come vendite e sia come margini e quindi anche come tasse, che però da quest’anno andranno nelle casse del Regno Unito di Gran Bretagna. Non tutte, è vero. L’IMU sugli stabilimenti italiani continuerà ad essere versata in Italia, così come l’IRAP sui dipendenti italiani verrà versata in Italia, ma possiamo stimare una perdita, per il fisco italiano, del 50% di entrate fiscali da parte di Fiat? Secondo noi sì. Ma, badate bene, non è il mancato introito di per sé a preoccupare. E’ come questa situazione si è svolta: nell’assoluta indifferenza di tutti. Certo, gli organi di stampa ne hanno parlato, qualche politico e sindacalista nazionale ha fatto finta di indignarsi e poi più nulla. 

Il fatto è che la scelta di Fiat di spostare le sedi legali e fiscali, pienamente legittima e legale, nulla di eccepire dal punto di vista formale, viene presa nei confronti di due Paesi facenti parte della Comunità Europea, non del Far East o del Sud America. E’ questo il nocciolo del problema: due Paesi nostri partner europei, con i quali ci sediamo gomito a gomito nei summit internazionali in Europa, ci hanno soffiato da sotto il naso la prima industria privata italiana (ex italiana) e noi non abbiamo preso nessuna contro misura. Qualcuno si è chiesto perché il management di Fiat abbia scelto una sede legale in Olanda? E perché sia stata scelta una sede fiscale in Gran Bretagna? E’ questa l’Europa unita che hanno sognato i nostri nonni, i nostri padri per noi? Davvero vogliamo un’Europa dove esistono Paesi che attirano le nostre migliori aziende, i nostri migliori asset, nel proprio territorio offrendo loro minori imposizioni fiscali, migliori legislazioni per l’industria, il commercio, i servizi? E come pensa il nostro Paese di reagire a questa concorrenza che non si può non definire sleale, perché viene portata avanti da Paesi nostri alleati all’interno della medesima Unione? Silenzio, nessuno risponde. In Parlamento sono tutti intenti a modificare la legge elettorale, fortunati loro… Noi intanto perdiamo il primo gruppo industriale italiano. Seguiranno altri l’esempio di Fiat? Pensiamo di no, in fondo chi ha mai seguito quello che decidevano gli Agnelli in Italia? Nessuno, ma proprio nessuno nessuno… 

Seconda notizia: è stata data sui giornali in questi giorni la comunicazione della pubblicazione della ricerca realizzata da Prometeia e dall’Osservatorio dell’Università Bocconi sul tema: pressione fiscale, produzione industriale e occupazione. Cosa emerge da questo studio commissionato da un’azienda produttiva del milanese? Che in Italia le aziende che non hanno impianti produttivi nel nostro Paese hanno mediamente un’imposizione fiscale del 30%, mentre le aziende che producono e quindi di conseguenza assumono mano d’opera dedicata alla produzione, subiscono un’imposizione fiscale che si aggira sull’80%. Le cause? IRAP e IMU la fanno da padroni. E così sono penalizzate dal fisco italiano proprio le aziende che creano lavoro e quindi potrebbero dare vita alla ripresa economica e sociale del nostro Paese. La risposta a questo punto sarebbe ovvia: spostare la tassazione sulle aziende che non producono e non investono nel nostro Paese e liberare dalla pressione fiscale quelle che credono nella rinascita del nostro Paese e investono in Italia. E’ così difficile e complicata portare avanti quest’operazione? L’ormai celebre e famoso “Decreto del Fare” (a proposito, ma che fine ha fatto questo decreto?) non potrebbe iniziare da questa semplice manovra? I vari Grillo, Renzi, Alfano e Berlusconi che cosa hanno da dirci in merito? 

Ah già dimenticavo, non si possono disturbare, in questo momento stanno scrivendo la legge elettorale…