Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

giovedì 27 febbraio 2014

Nostalgia di Craxi...

Lo spread dei titoli di Stato italiani vs. i Bund tedeschi è tornato ai livelli di maggio 2011, cioè prima dell’inizio della tempesta che ha investito l’Italia negli ultimi tre anni. Non solo, l’ultimo cambio di Governo, il terzo in tre anni, non ha provocato alcun temuto sobbalzo negli ambienti finanziari internazionali.

Eppure l’Italia di oggi non è diversa dall’Italia di tre anni fa, anzi, per dirla tutta, dall’Italia di venti anni fa.

A ben leggere la storia, l’ultimo uomo politico che ha prodotto, nel bene e nel male, un cambiamento evidente, portato avanti con coraggio e decisione nella vita politica e sociale italiana, è stato Craxi, vent’anni fa. Giusto per ricordare alle giovani generazioni e solo a titolo esemplificativo, Craxi fu l’uomo del nuovo Concordato con la santa Sede, dell’otto per mille alla Chiesa cattolica, della riforma dell’insegnamento della religione nelle scuole. Craxi fu l’uomo del taglio di tre punti della Scala Mobile, sotto i suoi Governi l’inflazione in Italia passò dal 12,30% del 1983 al 5,20% del 1987. I Governi Craxi introdussero l’uso dei registratori di cassa e degli scontrini fiscali per i commercianti al minuto. Ma Craxi fu anche l’uomo che nei suoi anni di Governo fece decollare il debito pubblico italiano, passato da 234 a 522 miliardi di euro, vale a dire dal 70% al 90% del PIL di allora.

Dopo la sua caduta, per la c.d. questione morale che investì sostanzialmente tutta la classe politica di quegli anni, l’Italia entrò nel ventennio berlusconiano dal quale ancora oggi di fatto dipende. 

Ed ora, quale ciclo si sta aprendo con il nuovo premier Renzi? Che cosa ci dobbiamo aspettare? Impossibile saperlo. Di certo l’onda lunga di cui beneficiò Craxi, vale a dire le situazioni economiche “favorevoli”, il clima di fiducia dei mercati, sembrano essere presenti anche in questi giorni di insediamento del nuovo esecutivo. Sta a Renzi saperne approfittare per dare una vera svolta al sistema. Non basta intervenire su lavoro, economia, giustizia, riforme: le solite vuote parole che sentiamo ripetere da tutti i politici, da vent’anni a questa parte. Bisogna mettersi d’impegno e andare fino in fondo per cambiare la macchina organizzativa e burocratica dello Stato, in tutti i settori. Altrimenti potremo fare tutte le riforme di questo mondo, ma le cose non cambieranno mai.

Un esempio semplice, banale se vogliamo. Come abbiamo letto da articoli di stampa, il Comune di Roma avrebbe (sono stime per difetto) 62.000 dipendenti, considerando le aziende municipalizzate e il Comune in senso stretto. Come è possibile modificare una situazione del genere? Come faremo a risalire la china noi italiani se continueremo a scambiare una forma di assistenzialismo per diritto al lavoro?

Noi apparteniamo a coloro che pensano che se il lavoro non c’è, bisogna crearlo, occorre favorire le condizioni che lo sviluppano, non assumere nella pubblica amministrazione, senza reali bisogni, le persone per esigenze clientelari ed in ultima analisi elettorali. Situazioni del genere sono ampiamente presenti in tutta la penisola, a Nord come a Sud. 

Altra questione che deve assolutamente affrontare il nuovo Premier, se vuole lasciare un segno positivo del suo passaggio al Governo, è quello di rivedere, senza pre-giudizi, tutte le grandi scelte di investimenti strategici effettuate dai suoi predecessori. I fondi a disposizione non sono molti e i soldi vanno spesi nella direzione di favorire la crescita economica in tutto il Paese e non solo a favore di alcuni fortunati operatori.

Mi spiego: è assolutamente necessario ripensare se conviene investire nella TAV o forse non sarebbe meglio spendere i fondi per migliorare tutta la rete ferroviaria italiana, soprattutto quella del servizio locale, sprofondata in una situazione veramente drammatica? Oppure, non sarebbe meglio spendere una parte dei fondi destinati all’acquisto di aerei militari da combattimento, per iniziare ad occuparsi delle nostre città, delle nostre campagne, per eseguire quella manutenzione ordinaria di fiumi, canali, ponti, argini, fossati e così impedire alle prime piogge autunnali di provocare disastri ambientali ed economici che finiscono poi comunque per pesare sul bilancio dello Stato?

E infine, in politica estera, è ormai chiaro ed evidente anche ai ciechi che gli accordi presi in ambito UE sul rigore economico e finanziario, sul mantenimento del 3% massimo di deficit / PIL, vanno ridiscussi e modificati trovando un nuovo assetto con i partner europei. Berlusconi non è riuscito, se mai ne avesse avuto veramente voglia, a farsi ascoltare sul tema. Monti e Letta non ci hanno neanche provato. Ora tocca a Renzi. Qualcuno deve porre il problema sul tavolo a Bruxelles e deve aprire una nuova stagione, dove le scelte di un tempo che non esiste più, vengano ripensate, ridiscusse e riviste in un’ottica che vada a favore dei popoli, della gente comune che tutti i giorni, da cinque anni a questa parte, affronta la fatica di far quadrare i conti e cresce, nel migliore dei modi possibili, i propri figli, che rappresentano il futuro di questa Europa.

Questo passo Renzi deve farlo subito, prima delle elezioni europee di maggio, altrimenti sarà troppo tardi. Renzi deve osare, essere coraggioso come a suo tempo lo fu Craxi. Altrimenti la gente che ora gli dà fiducia, lo giudicherà uguale agli altri politici che l’hanno preceduto. Il suo Governo potrà durare anche sino al 2018, oppure cadere un giorno qualsiasi del 2014, ma anche lui sarà solo ricordato come il sindaco di Firenze che ha voluto provare a fare il più giovane Presidente del Consiglio d’Italia. 

E noi torneremo a pensare a Craxi con nostalgia…





mercoledì 19 febbraio 2014

The Truman Show

C'è qualcosa di nuovo oggi nella politica italiana, anzi d'antico… 

Parafrasando il grande Pascoli, sembra questo l'incipit che contraddistingue il tentativo di Matteo Renzi di formare il nuovo Governo. Partito come innovatore, il rottamatore dei vecchi schemi come delle vecchie nomenclature, il nostro giovane profetico Savonarola rischia di rimanere da solo ad affrontare questa grande sfida. Per ora spiccano i no che ha raccolto dai volti nuovi che avrebbe voluto nella squadra di Governo e i si dei soliti noti e di qualche boiardo di Stato, nuovo forse per un incarico nell’Esecutivo, ma ben noto ai circoli economici e ai salotti della politica che conta. Quindi dove sta il vento nuovo propugnato da Renzi? Mah, per ora nessuna traccia. Aspetteremo, non abbiamo fretta.

Invece un'affermazione del giovane Premier incaricato lascia proprio sbigottiti. E sembra strano che pochi commentatori abbiano colto il lato comico, per non dire tragico, dell’uscita renziana e cioè che il programma del Governo prevede una riforma al mese per i prossimi tre mesi. Si incomincia con marzo, mese della riforma del mercato del lavoro, poi si passa ad aprile, il mese dedicato alla Pubblica Amministrazione. A maggio sarà la volta del Fisco. Per il mese di giugno ci sono ancora dei dubbi da sciogliere su quale abissale problema italiano risolvere. Questo ha promesso Renzi agli italiani. 

Ora, delle due l'una. O siamo di fronte ad un novello Superman e allora perché limitarsi a risolvere un problema al mese. Sfruttiamo la circostanza e chiediamogli anche l'azzeramento delle tasse, i tetti d'oro sulle case e una vacanza pagata per tutti (in fondo ci accontentiamo di poco).

Oppure siamo stati governati sino ad ora da incompetenti, ignoranti e incapaci. Però ci sembra anomala, anche solo dal punto di vista statistico, una così alta concentrazione temporale di inetti proprio alla guida del Governo italiano. Ma possibile che siamo proprio così….

O forse il giovane Renzi, come capita spesso ai leader politici ed ai Premier italiani, è stato travisato dai giornalisti e la sua affermazione, così intrinsecamente e comicamente riformista, si riferiva alla Terra di Mezzo, avendo il nostro appena terminata la lettura del romanzo di Tolkien? Tutto è possibile in questa Italia che assomiglia sempre più ad un grande studio televisivo, dove viene mandato in onda, davanti ai nostri occhi, un programma preregistrato e la vita reale sembra stare altrove, al di fuori della cupola che ci circonda.

Una cosa invece il nuovo Premier non deve fare, prendere in giro gli italiani dicendo che questo sarà un Governo destinato a durare sino alla fine della Legislatura. Come, quando al Governo c’era il suo collega di partito Letta, bisognava urgentemente varare la riforma della Legge elettorale e poi andare a votare per restituire dignità al Parlamento, eletto in maniera illegittima, non dimentichiamolo. Ed ora che al Governo, forse, ci andrà Renzi, si può andare avanti sino al 2018? A noi sfugge qualcosa, a voi no?

La verità è che sono venti anni che noi italiani viviamo all'interno di questo grande set mediatico che è diventato il nostro Paese ed ora, che forse stiamo arrivando alla fine della serie televisiva (perché il produttore ha finito i soldi) ritornare alla vita vera ci fa paura, ma è l’unica cosa che ci salverà. Coraggio Italia!
Ah, dimenticavo: “Buongiorno! E caso mai non vi rivedessi… buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!”




venerdì 14 febbraio 2014

La staffetta di San Valentino

Certo, dai politici italiani ci si può aspettare di tutto, ma francamente quello che sta succedendo in queste ore, la cosiddetta staffetta tra il Presidente del Consiglio proveniente dal Partito Democratico, Enrico Letta, e il nuovo candidato Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, proveniente dal Partito Democratico, ha dell’incredibile.

Ma andiamo con ordine. 

Solo un anno fa, il 14 febbraio 2013, Matteo Renzi era il sindaco di Firenze, eletto nel 2009 a 34 anni di età, dopo essere stato, dal 2004 al 2009, Presidente della Provincia di Firenze. Una brillante carriera per un giovane politico italiano, se si considera l’età media della classe dirigente del nostro Paese. Rimanendo nel centro sinistra, ricordiamo che quando il giovane, a detta di tutti, Walter Veltroni fu eletto Segretario politico nazionale del Partito Democratico, nel 2007, aveva 52 anni. E quando si candidò come Premier alle elezioni politiche del 2008, ne aveva 53.

Ancora, quando Prodi divenne Premier la prima volta nel 1996 aveva 57 anni, Berlusconi la prima esperienza da Premier la fece a 58 anni. E sono entrambe personalità che, prima di ottenere la prestigiosa carica politica, ricoprirono ruoli di grande responsabilità, sia economica che politica, in Italia e all’estero, non svolsero solo incarichi amministrativi modesti su base regionale.

Tornando al nostro probabile nuovo candidato Premier, Matteo Renzi, nato l’11 gennaio 1975, il risultato più eclatante l’ha forse ottenuto vincendo le primarie del PD del dicembre 2013 diventando così il nuovo Segretario politico del partito.

Chiariamo un punto: a quelle “elezioni” volontarie indette dal PD per far scegliere al popolo della sinistra il nuovo Segretario del partito votarono 2.797.938 persone in tutta Italia. I dati sono presi dal sito del Partito Democratico. Renzi ottenne 1.887.396 voti (pari al 67,68% dei votanti), Cuperlo 505.800 voti e Civati 395.715 voti, il resto schede nulle. Quindi Matteo Renzi divenne Segretario del PD ottenendo poco più di 1,8 milioni di voti degli italiani. Sapete quanti italiani hanno diritto di voto? Alle elezioni politiche del 2013 (le ultime in ordine di tempo) avevano diritto di voto per la Camera dei Deputati num. 26.088.170 donne e num. 24.361.809 uomini per un totale di 50.449.979 italiani. Quanti italiani hanno votato per Renzi Segretario del PD? Il 3,7% degli aventi diritto alle elezioni politiche. Se Renzi fondasse un suo partito politico, con il nuovo sistema elettorale che lui stesso sta portando avanti insieme a Forza Italia, il renzellum, non supererebbe lo sbarramento del 4%. 

E questo personaggio, simpatico per carità, come lo sono tutti i toscani per quel loro accento tipico che risulta accattivante, ha deciso di far cadere una personalità degna di stima e rispetto come Enrico Letta, tra l’altro politico del suo stesso partito, per occupare il suo posto di Primo Ministro a che titolo? In cosa Matteo Renzi dovrebbe essere migliore di Enrico Letta? Sono questi i punti che non riescono a convincere gli italiani che assistono basiti a questo cambio in corsa di un Premier e di un Governo che, ricordiamolo, erano in carica da neanche un anno e che comunque si erano fissati un obbiettivo temporale massimo di un nuovo anno, per portare a termine quelle riforme minime di cui l’Italia ha bisogno, da venti anni, per poi portare il popolo alle urne. 

Ma siamo proprio sicuri che il giovane Renzi abbia le capacità e le competenze per ricoprire un ruolo così importante? L’Italia non è Firenze e la politica di Roma non è la Segreteria del PD. Questo Renzi sicuramente lo sa, ma quello che vorrebbero sapere gli italiani è: se fallisse anche lui, cosa ci rimane? Del resto non si capisce in cosa il Parlamento attuale potrebbe aiutare il nuovo Governo a guida Renzi che non avesse potuto fare con il Governo Letta.

Tra l’altro è vero che il Governo Letta è stato voluto da Giorgio Napolitano dopo la sua rielezione, ma è stato pur sempre un Governo derivato dal risultato elettorale. Quello di Renzi sarebbe un Governo pastrocchio venuto fuori da beghe interne del PD e alla lunga, in politica, i vizi di partenza vengono al pettine. Oltretutto, dopo la sentenza della Consulta che ha eliminato il Porcellum, il Parlamento stesso risulta nominato in modo illegittimo e, per decenza, andrebbe rapidamente sostituito. Quindi il programma del Governo Letta, se fosse stato attuato con convinzione da tutti i partiti che lo hanno appoggiato, in primis dal PD, poteva andare benissimo. In questo 2014 avrebbe potuto portare a termine le riforme e nel 2015 si sarebbe andati a votare tranquillamente. 

Adesso Renzi si trova a dover per forza portare avanti e chiudere le principali riforme, nella duplice veste di Premier e di Segretario del PD e non è detto che il doppio incarico giochi a suo vantaggio. Inoltre sulla legge elettorale dovrà scendere a patti con Berlusconi, mentre sul Governo dovrà dialogare per forza con il Nuovo Centro Destra e con Scelta Civica e non è scontato che gli interessi degli altri partiti coincidano con quanto ha in mente il nuovo Premier. 

Ma noi auguriamo ogni bene al giovane Premier, sempre che il Presidente Napolitano all’ultimo ci ripensi e decida di non affidare l’incarico al nipotino. Noi comunque al futuro Premier Renzi auguriamo di riuscire a portare l’Italia fuori dal pantano e di proseguire nella sua brillante e fulgida carriera. A quando la Presidenza della Commissione Europea, caro Matteo? 

Al dimissionato Enrico Letta, che ringraziamo per la serietà e l’impegno dimostrati in questi dieci mesi, vogliamo solo ricordare, immaginando comunque che non lo possa consolare, la seguente frase di Joseph Conrad : “Tradire. Parola grossa. Che significa tradimento? Di un uomo si dice che ha tradito il paese, gli amici, l’innamorata. In realtà l’unica cosa che l’uomo può tradire è la sua coscienza.”
Beato è l’uomo quindi che non tradisce l’amico e se stesso.
Prosit.
  




      

venerdì 31 gennaio 2014

In attesa della legge elettorale ...facciamo un po' di conti

Mentre l’opinione pubblica italiana, o almeno quella che scorre ancora un quotidiano o guarda sonnecchiando un telegiornale, segue febbrilmente le sorti della riforma della legge elettorale, due notizie sono apparse questa settimana, sulle pagine dei giornali, come meteore che hanno lasciato dietro di loro solo polvere di stelle e nulla più. 

La prima: Fiat, dopo aver terminato l’acquisto del 100% di Chrysler, ha deciso di spostare la sede legale in Olanda e la sede fiscale nel Regno Unito. Reazione del Governo italiano a questa notizia? La stiamo ancora aspettando. Nel senso che il premier Letta ha dichiarato che i vertici di Fiat l’avevano avvisato già qualche giorno prima (beato lui che era al corrente già da qualche giorno) e il ministro per lo Sviluppo Economico Zanonato ha dichiarato che vigilerà che tutta l’operazione rispetti la normativa vigente. Come se i vertici della Fiat fossero dei ragionieri delle scuole serali e prendessero una decisione che non rispettasse le leggi vigenti… Di fatto nessuna reazione. Dai sindacati invece è arrivato…. il medesimo atteggiamento. Preoccupazione espressa dai leader nazionali per l’occupazione degli operai in cassa integrazione e per gli investimenti promessi anni addietro e subitanea dichiarazione distensiva dei vertici di Fiat: non preoccupatevi, la scelta di de localizzare le sedi legali e fiscali non pregiudicherà gli investimenti in Italia. A dire il vero unica voce fuori dal coro quella della CGIL che ha toccato il tema del mancato gettito delle imposte che non saranno più versate in Italia, ma nessuno ha ripreso il ragionamento e tutto è tornato sotto silenzio. 

Proviamo a fare un po’ di conti. Siamo andati a prendere gli ultimi dieci bilanci consolidati ufficiali del Gruppo Fiat dal 2003 al 2012 (si trovano facilmente su internet) e di seguito trovate i numeri (espressi in milioni di euro) delle imposte pagate dal Gruppo in Italia, dal 2003 al 2012. Una nota e una precisazione. La nota: per gli anni 2011 e 2012 non sono state conteggiate le imposte aggregate pagate da Chrysler, versate negli USA. La precisazione: nel 2004 il Gruppo non ha versato imposte causa le pesanti perdite registrate nei due esercizi precedenti, quando la Fiat rischiò il fallimento. Ecco i numeri:

Bilancio Consolidato GRUPPO FIAT
Imposte versate in milioni di euro
ANNO 2003
650
ANNO 2004
zero
ANNO 2005
844
ANNO 2006
490
ANNO 2007
719
ANNO 2008
466
ANNO 2009
448
ANNO 2010
484
ANNO 2011
464
ANNO 2012
420


Siete riusciti a fare il conto del totale delle imposte pagate in Italia dal Gruppo Fiat in dieci anni? Sono state pari a quattro miliardi novecentottantacinque milioni di euro. Arrotondiamo a cinque miliardi. Diciamo che ogni anno il Gruppo paga, pagava all’Italia cinquecento milioni di euro di tasse. E consideriamo che gli ultimi dieci anni sono stati anni difficili e di crisi per il mercato dell’auto, in Italia e nel mondo. Ora Fiat si aspetta dall’unione con Chrysler anni in crescita, sia come vendite e sia come margini e quindi anche come tasse, che però da quest’anno andranno nelle casse del Regno Unito di Gran Bretagna. Non tutte, è vero. L’IMU sugli stabilimenti italiani continuerà ad essere versata in Italia, così come l’IRAP sui dipendenti italiani verrà versata in Italia, ma possiamo stimare una perdita, per il fisco italiano, del 50% di entrate fiscali da parte di Fiat? Secondo noi sì. Ma, badate bene, non è il mancato introito di per sé a preoccupare. E’ come questa situazione si è svolta: nell’assoluta indifferenza di tutti. Certo, gli organi di stampa ne hanno parlato, qualche politico e sindacalista nazionale ha fatto finta di indignarsi e poi più nulla. 

Il fatto è che la scelta di Fiat di spostare le sedi legali e fiscali, pienamente legittima e legale, nulla di eccepire dal punto di vista formale, viene presa nei confronti di due Paesi facenti parte della Comunità Europea, non del Far East o del Sud America. E’ questo il nocciolo del problema: due Paesi nostri partner europei, con i quali ci sediamo gomito a gomito nei summit internazionali in Europa, ci hanno soffiato da sotto il naso la prima industria privata italiana (ex italiana) e noi non abbiamo preso nessuna contro misura. Qualcuno si è chiesto perché il management di Fiat abbia scelto una sede legale in Olanda? E perché sia stata scelta una sede fiscale in Gran Bretagna? E’ questa l’Europa unita che hanno sognato i nostri nonni, i nostri padri per noi? Davvero vogliamo un’Europa dove esistono Paesi che attirano le nostre migliori aziende, i nostri migliori asset, nel proprio territorio offrendo loro minori imposizioni fiscali, migliori legislazioni per l’industria, il commercio, i servizi? E come pensa il nostro Paese di reagire a questa concorrenza che non si può non definire sleale, perché viene portata avanti da Paesi nostri alleati all’interno della medesima Unione? Silenzio, nessuno risponde. In Parlamento sono tutti intenti a modificare la legge elettorale, fortunati loro… Noi intanto perdiamo il primo gruppo industriale italiano. Seguiranno altri l’esempio di Fiat? Pensiamo di no, in fondo chi ha mai seguito quello che decidevano gli Agnelli in Italia? Nessuno, ma proprio nessuno nessuno… 

Seconda notizia: è stata data sui giornali in questi giorni la comunicazione della pubblicazione della ricerca realizzata da Prometeia e dall’Osservatorio dell’Università Bocconi sul tema: pressione fiscale, produzione industriale e occupazione. Cosa emerge da questo studio commissionato da un’azienda produttiva del milanese? Che in Italia le aziende che non hanno impianti produttivi nel nostro Paese hanno mediamente un’imposizione fiscale del 30%, mentre le aziende che producono e quindi di conseguenza assumono mano d’opera dedicata alla produzione, subiscono un’imposizione fiscale che si aggira sull’80%. Le cause? IRAP e IMU la fanno da padroni. E così sono penalizzate dal fisco italiano proprio le aziende che creano lavoro e quindi potrebbero dare vita alla ripresa economica e sociale del nostro Paese. La risposta a questo punto sarebbe ovvia: spostare la tassazione sulle aziende che non producono e non investono nel nostro Paese e liberare dalla pressione fiscale quelle che credono nella rinascita del nostro Paese e investono in Italia. E’ così difficile e complicata portare avanti quest’operazione? L’ormai celebre e famoso “Decreto del Fare” (a proposito, ma che fine ha fatto questo decreto?) non potrebbe iniziare da questa semplice manovra? I vari Grillo, Renzi, Alfano e Berlusconi che cosa hanno da dirci in merito? 

Ah già dimenticavo, non si possono disturbare, in questo momento stanno scrivendo la legge elettorale…




giovedì 30 gennaio 2014

The Wolf of Wall Street

The Wolf of Wall Street, USA, 2013, Regia di Martin Scorsese


Recensione di Alberto Bordin


Potrebbe essere lecito ritenere che ogni film meriti una recensione di adeguata qualità, per cui quella cromia che traspariva attraverso le immagini in sala, la si possa respirare anche leggendo quelle poche righe atte a presentarlo; secondo tale prospettiva – per esempio – sarebbe difficile che una recensione di Braveheart risulti efficace esponendo i propri punti in tono piano e sommesso: avrebbe bisogno di vibrare anch’essa di quell’impeto eroico e bellico che colorano le due ore e mezza del film di Gibson. Ebbene, scrivere una recensione del genere de Il Lupo di Wall Street, l’ultima pellicola firmata Martin Scorsese, sarebbe impossibile senza infrangere le norme della decenza e del decoro che un testo pubblico deve tenere. Si invitano quindi i lettori a fare un piccolo sforzo di fantasia per aiutare chi scrive, e leggere quanto segue con quella malizia che è tipica di un guardone che scruta una foto censurata, al fine di cogliere, dietro parole (che si spera siano) ben poste e altolocate, contenuti di natura assai più triviale e perversa.

Perché sono proprio l’indecenza e la perversione i temi chiave di questo film. Immaginate un film atto a inneggiare l’eros: tre ore di film scritte, girate, montate col solo scopo di convincervi che tutto gira intorno al sesso, che l’uomo vive per farlo, che è compiuto solo nell’atto erotico, anzi, che il compimento di senso di ogni cosa, il vitalizzarsi e il risolversi di ogni quesito e dramma della vostra vita, si attua quand’anche l’amplesso è finalmente compiuto. Due secondi per rifletterci. Bene: adesso fatelo diventare un film sui soldi.

Non che l’erotismo manchi, anzi scorre a fiumi, con sequenze di un animoso attivismo, il sesso accennato, quello esplicito, casalingo e d’ufficio, spesso collettivo, brutale e professionale, selvaggio e perverso (ovvio: se si può pervertire la già perversione; e si può) … ma non è lui il protagonista, per quanto sembri rubare la scena. Il primo attore di questa pellicola non è nemmeno il monumentale Di Caprio – più che mai intento a ricevere il suo sofferto Oscar – ma si tratta di quel biglietto di carta color bottiglia, 155x65 mm, che porta impressa l’effigie di George Washington. Dio Dollaro, dio Denaro, un dio che a molti potrebbe parere antico e dimenticato, un demone sconfitto dalla morale sociale odierna, ma di cui altrettanti, ascoltando la facile favella di Jordan Belfort, dovranno scoprire di non conoscerlo affatto e che veste con elegante persuasività i tempi moderni. “I miei problemi li voglio affrontare indossando un vestito firmato, dentro una limousine e con un bicchiere di champagne alla mano!”, queste (indicativamente: per quel che la memoria concede) le parole di Jordan; e in fondo come dargli torto? Chi può negare la folle ebrezza che concede il successo, il brivido piacente che scorre nelle vene quando si possiede il mondo? quando non c’è più regola, più legge, più ostacolo, finché il mondo ti appartiene e sai come venderlo, e se lo vendi allora lo puoi anche comprare. “Vendimi questa penna”: basta così poco, il potere di persuadere, di plasmare, di creare un valore, per poi in realtà non creare nulla, il nulla, quello più assoluto, solo un grande spettacolo, una grande messa in scena dove l’unica vera forza in gioco sei tu, è Jordan, con la sua personalità ingombrante, il suo carisma, il suo fascino centrifugo e distruttivo, per cui non compri più una penna, o delle azioni, o una quota di mercato, ma il brivido di essere come lui, di fare come lui e vivere come lui, di afferrare nel palmo della mano un pezzo di mondo.

Ed è quella follia che infervora gli animi e acceca la ragione, che nessuno sa davvero come frenare se non armandosi del disgusto, se non alienandolo, rimanendovi estraneo, guardandolo fuori e mirandone ammutoliti la follia; ed è ovvio che per voi è folle – dice Jordan –, perché non ne fate parte, ma per noi che lo viviamo invece, in che altro modo potremmo vivere? È un potere che si loda da solo, si esalta da solo, si afferma nella sua onnipotenza, in un linguaggio osceno che se ne frega della riprova sociale, in un atteggiamento osceno che se ne sbatte della riprova sociale, in un’interrelazione sociale che non sa nemmeno cosa voglia dire “riprovarsi”: si dice? boh? è una parola? mah, chi se ne frega.

Ma non è con questi occhi di estranei che guardiamo il film, perché non è un film raccontato da un estraneo, ma da uno che ci è dentro fino al collo, uno che quel mondo lo vive, meglio, l’ha creato, perché lui è quel mondo e quella vita. Non è mai stato tanto piacevole farsi raccontare un film, Jordan Berfort non sta zitto un solo istante, e guai lo facesse, ne perderemmo tutti del nostro intrattenimento. Ne siamo ammaliati, vinti, attratti, con-vinti a tal punto che nemmeno noi percepiamo più a pieno l’assurdità di quel mondo, anche noi drogati, eccitati, perversi e divertiti, deviati nel deviato mondo di Berfort. Non vuole essere una ricetta, ma provate a lasciare a casa mamma e papà, non portate con voi i vostri figli (per l’amor del cielo: non fatelo, no!) e sedetevi in sala e guardate il film, e per la durata di 180 minuti, attraverso circa due dozzine di scene di sesso e addirittura due orge, e la bellezza di 522 (o 506, i media danno numeri incerti) varianti della stessa imprecazione a quattro lettere – chi ha mai detto che la scurrilità uccide la ricchezza comunicativa è stato clamorosamente smentito –, contemplando tutto questo scempio, fermatevi e osservatevi, e vedrete se forse, per la prima volta nella vostra vita, il moralismo non vi avrà tappato le orecchie, la vergogna non vi avrà fatto distogliere gli occhi e il pudore non vi avrà tolto il sorriso dalla faccia. Questa volta non avete letto l’avventura di Alice, ma avete seguito la bimba giù per la tana, curiosi e compiaciuti, e sotto quelle treccine bionde si nasconde un lupo vizioso e con ancora tanto pelo, che ulula soddisfatto della propria grottesca voracità. È la lode al vizio per il vizio.

Ma si tratta di un vizio antico, diverso da quello moderno. Il vizio dei moderni è il cinismo, è il vizio per negazione: è solo eros perché non c’è amore, è solo dollaro perché non c’è valore, è solo menzogna perché non c’è verità. Oggigiorno la perversione è proprio un cambio di rotta, è il per-vertere che intende lo stravolgere, che implica viaggiare nel senso opposto. Ma la perversione di Jordan è di tutt’altro tipo. È quella perversione che non cambia traiettoria, ma la percorre in modo smodato. È una strada sterrata e quieta di campagna, investita da una Ferrari cromata in corsa alla velocità di 350 km/h. Jordan Belfort è la voracità di chi vuole ogni cosa, in ogni momento, alla grande, alla follia, senza misura e senza impedimento. Non è la nube grigia della depressione umana, ma la balenante corsa di un fulmine. E al baleno segue la rovina.

Era un altro film di estrema bellezza e intelligenza a dire “se corri come un fulmine, ti schianti come un tuono”; e Jordan Belfort è l’eco di quello schianto. Le pagine autobiografiche da cui è stato tratto questo film, trasudano della nostalgia del potere e della profezia della rovina, come una bomba che non ha altro destino che esplodere. E la caduta è disastrosa, la perdita di ogni dignità, sia questa morale come fisica, la perdita di ogni bene, che fosse rubato o guadagnato, e la perdita di ogni affetto, quelli creduti e quelli provati. Si è detto che questo film non prenda posizioni e non dia una morale; “non prendere” e “non dare” non sono però sinonimi di “non avere”: c’è una posizione e c’è una morale, c’è quella contemplazione silenziosa di un pallone che si gonfia e poi scoppia, del razzo lanciato oltre l’atmosfera, e che poi precipita al suolo innescando l’esplosione.

E il fantasma di quell’ebbra follia si dilegua, lasciando solo il muto imbarazzo, come un ragazzino colto in flagrante dai genitori, davanti lo schermo del computer, la lozione in una mano e il fazzoletto nell’altra. Ma il fatto che oggi sia scomparso non significa che non fosse vero; la caduta non cancella la memoria della salita; e anche quando tornano la coscienza e l’assennatezza, rimane comunque impresso negli occhi il luccichio trasognato di quell’ebrezza. È il fascino di un mondo che non ha confini, per cui basta poco, basta solo che tu ne sia capace: “vendimi questa penna”.