Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

mercoledì 7 maggio 2014

Elezioni europee del 25 maggio (7 fine)

Giunti al termine del "cammino europeo" che abbiamo percorso insieme, proviamo ad esporre alcune riflessioni conclusive.

Prima considerazione: le elezioni del 25 maggio costituiscono un appuntamento importante, da non perdere se vogliamo modificare l'attuale stagnazione politica che l'Unione sta attraversando.
Quindi, è necessario recarsi alle urne e votare: solo così manderemo ai politici il giusto segnale, vale a dire che i cittadini europei desiderano più Europa e non meno Europa. Se vincesse l'astensionismo, vincerebbe lo status quo e in ultima analisi vincerebbero i paladini di questa Europa, fondata solo sull'economia e sulla finanza e non sulla persona e sul lavoro.

Secondo: è proprio dal binomio persona lavoro che dobbiamo ripartire per portare avanti la costruzione dell'Unione europea. Il desiderio più profondo dell'uomo, quella sete di verità e giustizia che lo contraddistingue, deve trovare la giusta possibilità di realizzazione in ambito europeo. Se non serve a questo, a cosa serve l'Europa unita? A far circolare le merci più velocemente perché sono stati aboliti i controlli alle frontiere? A pagare con la stessa moneta una brioches a Roma e a Berlino? Un po’ pochino, non vi pare? Noi all'Europa chiediamo di più. 

Terzo: ci permettiamo di suggerire ai nuovi parlamentari europei che forse, per ripartire, l’Europa ha bisogno di un nuovo patto, un accordo nel quale vengono declinati i principi costitutivi e irrinunciabili sui quali si vuole fondare l’Unione dei prossimi decenni. Una Carta costituzionale insomma, come quella che era stata approvata e sottoscritta a Roma il 29 ottobre 2004 dai 25 Capi di Stato e di Governo dell’epoca. 

Purtroppo quella scelta, a nostro giudizio fondamentale per il futuro dell’Unione, non ebbe il seguito che meritava e fu accantonata negli anni successivi dalla mancata ratifica da parte di alcuni Stati. In particolare la bocciatura tramite referendum popolare di Francia e Paesi Bassi affossò definitivamente l’idea di avere una Costituzione europea. Quello fu un grave errore di cui adesso stiamo pagando le conseguenze. 

La nostra intenzione, con questa serie di articoli, è stata quella di aiutare a comprendere meglio la posta in gioco in queste elezioni europee. Soprattutto, con uno sguardo alle nuove generazioni, che forse danno per scontato che l'Unione europea esista oggi ed esisterà anche domani. Ma non è così. Senza un impegno costante nelle Istituzioni politiche, l'Europa resterà in mano ai burocrati, ai professionisti dell'amministrazione ed ai finanzieri che ne controllano le scelte economiche, ma non diventerà quell'Europa dei popoli che avevano in mente i Padri fondatori.

Perciò il nostro impegno nei confronti dell'Europa, in questi ultimi giorni prima del voto, sarà quello di informarci sulle posizioni che le forze politiche italiane porteranno nel nuovo Parlamento. Che idea di Unione hanno in mente, a quali Gruppi parlamentari europei fanno riferimento e quali iniziative propongono per uscire dallo stallo attuale. In attesa che l’Unione organizzi delle tribune elettorali europee, dove i gruppi presenti al Parlamento europeo possano condividere con gli elettori i loro programmi, una buona fonte d’informazione si rivela il sito internet ufficiale del Parlamento europeo: 


Vi si possono trovare tutte le indicazioni riguardanti le funzioni e i compiti dell’Istituzione e i riferimenti ai siti internet dei gruppi politici presenti. Sarà così possibile conoscere nei dettagli i programmi politici dei singoli movimenti e trovare la forza politica con la quale siamo più in sintonia.

Nel 1978 Vaclav Havel scrive ne Il potere dei senza potere: “Oggi più che mai, la nascita di un modello economico e politico migliore deve prendere le mosse da un più profondo cambiamento esistenziale e morale della società: non è qualcosa che basta concepire e lanciare come il modello di una nuova automobile; se non si tratta solo di una nuova variante del vecchio marasma, è qualcosa che si può configurare solo come espressione di una vita che cambia. Non è detto quindi che con l’introduzione di un sistema migliore sia garantita automaticamente una vita migliore, al contrario solo con una vita migliore si può costruire anche un sistema migliore”.

E noi che Europa vogliamo?



 
Vaclav Havel al Parlamento europeo l'11 novembre 2009

domenica 4 maggio 2014

Elezioni europee del 25 maggio (6 continua)

Giunti quasi al termine del nostro “percorso europeo”, vogliamo ricordare cosa ha spinto i Padri fondatori a pensare, immaginare e realizzare un’Europa di popoli che affrontassero insieme il futuro.

Che cosa permise ad un italiano (De Gasperi), un francese (Schuman) e un tedesco (Adenauer) dopo la tragedia della Seconda Guerra mondiale, di sedersi attorno ad un tavolo a parlare di unità e pace tra i loro popoli che si erano combattuti fino allo stremo sino al giorno prima?

La risposta è nella consapevolezza, acquisita con l’immenso spargimento di sangue di milioni di persone, militari e civili, dell’impossibilità di eliminare l’avversario. Da questa coscienza si incominciò a comprendere il valore della persona nella sua unicità e il valore del lavoro come strumento per realizzare compiutamente la vita umana.

Persona e lavoro: dall’aver posto al centro dell’idea di unione europea questi concetti, si generò come conseguenza un periodo carico di attese che permise in tempi assolutamente rapidi la rinascita sociale ed economica dell’Europa devastata dalla guerra. Dunque, per l’avvio del progetto europeo, lo slancio ideale dei nostri nonni e dei nostri padri è stato decisivo. Ma a differenza di oggi, lo scopo di partenza non rimase confinato alle questioni economiche. I nostri avi si mossero per un ideale più grande. Il crollo del muro di Berlino nel 1989 è, se vogliamo, il frutto conclusivo di questo primo periodo della storia dell’Unione.

Successivamente, con il passare degli anni e il passaggio delle generazioni, lo slancio ideale delle origini si è perso. Il mezzo (l’economia, la finanza, il profitto) è diventato lo scopo e l’Unione si è via via trasformata in un luogo dove si stringono compromessi tra gli interessi inevitabilmente contrapposti dei singoli Stati. Non ci si combatte più con i cannoni e con le bombe, ma con le armi dell’economia e della finanza. 

Questa perdita di tensione ideale si è avvertita anche all’interno delle Istituzioni europee che si sono ingigantite a dismisura diventando esse stesse abnormi macchine burocratiche che rallentano il processo di unificazione anziché favorirlo. E soprattutto allontanano dalla gente l’idea che l’Unione europea serva e favorisca il benessere dei popoli e non rappresenti solamente un livello superiore di burocrati da mantenere.

Occorre un risveglio delle nuove generazioni e un ritorno verso gli ideali che sono stati alla base della nascita dell’Unione europea. L’Europa non è costituita una volta per tutte. Le nuove generazioni non si devono sentire escluse dal lavoro di edificazione dell’Europa di domani, anzi in questa fase sono proprio i giovani che possono dare nuovo impulso e far compiere un passo in avanti verso una nuova Unione. Occorre uscire dall’illusione che le risposte arrivino sempre dall’alto. Non è così. Una nuova generazione è ora chiamata ad impegnarsi in Europa. Una generazione che è la prima generazione veramente europea, nata in Paesi che vivono in pace da più di sessant’anni (cosa mai accaduta nella storia europea se ci pensiamo) e che in questi decenni ha raggiunto livelli di benessere economico e sociale inimmaginabili alla fine della Seconda Guerra mondiale. 

Perché questo avvenga, bisogna mettere di nuovo al centro del progetto europeo la persona e il lavoro. Le persone in particolare devono riprendere consapevolezza della propria dignità, del proprio compito. In una parola, bisogna rimettere al centro l’educazione. Non bastano le norme e le leggi, occorre trasmettere ai giovani esperienze educative vere che mettano in movimento la libertà e la responsabilità personale nei confronti della vita. Da giovani educati alla verità e alla conoscenza della realtà potrà ripartire l’Europa di domani. E’ questa la sfida che ci aspetta, il rischio educativo di oggi per costruire un’Europa diversa domani. 

Se ciò avverrà, allora l’Europa unita continuerà il suo cammino e potrà assicurare pace e prosperità  ai popoli che l'abitano. In caso contrario, al momento credo che nessuno possa immaginare un finale degno di essere ricordato nei libri di storia.

Nel prossimo articolo proveremo a tirare le fila del percorso sin qui compiuto. 

6 - continua







sabato 3 maggio 2014

Elezioni europee del 25 maggio (5 continua)

Se tanto malcontento nei confronti dell’Unione europea è diffuso tra la popolazione di tutti i Paesi che la compongono, dalla Svezia alla Grecia, dalla Germania alla Spagna, probabilmente qualcosa che non ha funzionato esiste veramente e va cambiato. 

Certo, magari quello che dell’Unione non piace ad un tedesco non è la medesima cosa che non piace ad un greco, ma il punto è proprio questo: giungere ad una sintesi che possa contemperare e sostenere interessi comuni. Ma quali sono gli interessi comuni che vogliamo tutelare e difendere attraverso l’Unione europea?

Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009, prevede quali siano le competenze esclusive dell’Unione europea:

- unione doganale

- definizione delle regole di concorrenza (regolazione dei mercati)

- politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l'euro

- conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca

- politica commerciale con gli Stati Internazionali.

L'Unione ha inoltre competenza esclusiva per la conclusione di accordi internazionali nelle materie oggetto di una sua competenza legislativa esclusiva, oltre che negli accordi che richiedono che venga applicato il Principio della Sussidiarietà e in quelli di Associazione. 

In tutti gli altri campi e settori della vita di ogni giorno, l’Unione europea possiede competenze concorrenti, di coordinamento o di sostegno agli Stati membri i quali mantengono pertanto un potere sussidiario o monopolistico di legiferare. 

Appare dunque subito chiaro un punto: l’attuale Unione basa di fatto le sue competenze esclusive sul controllo dei mercati e della finanza (moneta unica Euro). Questa è ad oggi la situazione: in tutti gli altri campi di attività, la concorrenza con la politica (e gli interessi) dei singoli Stati impedisce concretamente all’Unione di agire come fattore unificante appunto di un superiore interesse europeo. 

Ecco un punto di debolezza del sistema sin qui ideato: non è possibile creare una moneta che rappresenti un insieme di Paesi se prima non si è proceduto ad una vera unificazione dei singoli Stati membri. Altrimenti quello che ne esce è una forma giuridica di Unione federale ibrida, destinata al fallimento. 

La politica estera, di difesa del territorio, la politica energetica, la politica del lavoro, la politica industriale, la politica sociale e previdenziale, quella sanitaria: tutti questi settori che concorrono a formare un sistema Paese, non possono essere lasciati nelle mani dei singoli Stati se si vuole costruire un’Unione europea che abbia senso come Unione federale di Stati. L’Unione di oggi non è il modello che serve per governare 28 Paesi. Il modello organizzativo a cui guardare, peraltro l’unico che offra certe garanzie di funzionamento nel mondo in questo momento, è quello offerto dagli Stati Uniti d’America. In quella organizzazione federale le competenze che spettano allo Stato Federale e quelle demandate ai singoli Stati membri sono chiare e ben specificate. 

Del resto che le cose così come sono non vadano bene, lo si è visto in questi anni di crisi. Con il solo controllo della politica monetaria esercitato tramite la BCE, peraltro con poteri limitati, non si è ancora riusciti a portare l’Unione fuori dal tunnel della mancata crescita economica e dell’aumento della disoccupazione. Mentre è notizia di queste ore che gli Stati Uniti sono tornati al livello di disoccupazione (6% circa) che avevano nel 2008, all’inizio della crisi. In Europa siamo oltre l’11%. 

Abbiamo bisogno di politiche industriali e regole del lavoro comuni che spingano tutta insieme l’Unione a reagire a questa situazione, altrimenti essa stessa si rivelerà una zavorra alla crescita, non un soggetto propulsivo. Non è ammissibile per esempio che all'interno dell’Unione si chiudano fabbriche in Italia per spostarle in Polonia o viceversa a causa del minor costo dell’energia o del lavoro. Un imprenditore della UE può decidere di fare impresa dove vuole, questo è chiaro, ma la scelta non deve dipendere da variabili che devono avere analogo valore per tutti gli Stati membri. Altra cosa è poi decidere di sostenere alcune regioni dell’Unione particolarmente arretrate dal punto di vista economico o sociale. Ma i fattori comuni per fare impresa devono essere uguali per tutti, dalla Svezia alla Grecia. 

Questo è il lavoro che il nuovo Parlamento che andremo ad eleggere il 25 maggio dovrebbe portare avanti insieme ad una Commissione europea che abbia la volontà politica di far fare all’Unione un passo in avanti. Altrimenti è meglio fermarsi a riflettere se le ragioni che ci hanno portato sino a questo punto siano ancora delle buone ragioni.

5 - continua


mercoledì 30 aprile 2014

Ricomincio da capo

Ricomincio da capo, USA, 1993, Regia di Harold Ramis


Recensione di Alberto Bordin



In verità non sono così rari i film sui loop temporali. Avere la fortuna – o la sciagura: dipende dal punto di vista – di rivivere un evento, o una serie concatenata di eventi, è una prospettiva che interroga molti, suscitando ora meraviglia, ora scalpore, ora terrore. Da una parte c’è la spesso anelata emancipazione dalle conseguenze del nostro agire, non più responsabili del futuro, non più spaventati dal domani; dall’altra invece, il terribile determinismo di quelle azioni, per cui volenti o nolenti ne siamo schiavi, incapaci di sottrarci a esse o prevenirne il ripetersi; infine le due strade sono interconnesse: la mancata responsabilità è il sintomo di una mancata libertà. E da qui molte teorie, ora filosofiche, ora morali, ora esistenziali, tante e diverse ma non per questo così originali. Eppure “Ricomincio da capo”, esce con elegante audacia dal mucchio.

Piccolo gioiello datato 1993, “Ricomincio da capo” (Groundhog Day), è la storia di Phil Connors (Bill Murray), narcisista meteorologo televisivo che è tenuto, controvoglia, a realizzare un reportage sulla tradizionale ricorrenza del 2 febbraio: il giorno della marmotta – in inglese, appunto, “groundhog day” –; la ricorrenza si tiene in una piccola cittadina della Pennsylvania, Punxsutawney, dove Phil sosta la notte prima del tedioso evento, e dove, causa un’imprevista bufera di neve, sarà costretto a pernottare di nuovo la notte successiva. Accade così, per volontà di un oscuro potere superiore, che Phil si alzerà dal suo letto e non sarà, come ragione vorrebbe, il 3 febbraio, ma sarà ancora ieri: il giorno della marmotta.

Dentro una comicità accattivante, una narrazione fresca e leggera come sanno esserlo le commedie natalizie d’oltre oceano, nonché una tenera storia d’amore che questo indegno eroe cercherà con fatica di costruire con la bella Rita (una giovane e radiosa Andie McDowell), quello che però distingue veramente “Ricomincio da capo” da una larghissima produzione di titoli simili è, appunto, l’audacia. Il film non si fa problemi a esaurire nel tempo massimo di venti minuti tutti i luoghi comuni e i percorsi già battuti da altre opere, o che il pubblico medio avrebbe sospettato di percorrere. La trama si muove abilmente e con elasticità tra episodi di euforia e altri di pura follia, rimbalzando tra la vittoria e la sconfitta del protagonista. Phil non dovrà fare i conti con una vita scevra da responsabilità o con una libertà tarpata – come sopra citato – né con il (pretenzioso) prevalere dell’una sull’altra, o, ancora riduttiva, la somma delle due; quello cui dovrà far fronte Phil, sarà la dolorosa constatazione che né l’una, né l’altra prospettiva potranno mai soddisfarlo.

Rivivere eternamente un giorno ci concede sia l’onnipotenza più alta che l’impotenza più assoluta, l’onniscienza più totale e la più scontata ineluttabilità. Cosa serve cambiare tutto se poi nulla può davvero cambiare?

Sarà da questa dolorosa constatazione che Phil, un giorno alla volta – per molti, moltissimi giorni: in questo forse sta la verità più grande di questo film –, dovrà imparare dentro l’esperienza che la sua persona è l’unico oggetto capace di crescere e mutare.

Nessun giorno è nuovo se il cuore è ancora vecchio, se l’anima non è ridestata dal desiderio e non è educata dall’obbedienza al reale. In un delicato e imprevedibile bagno di umiltà, Phil avrà modo di riscoprire la vitalità di un cuore giovane e innocente; e quel fatale giorno della marmotta potrà finalmente essere diverso da quello vecchio e degno di essere vissuto.



martedì 29 aprile 2014

Elezioni europee del 25 maggio (4 continua)

Il nuovo Parlamento europeo avrà tra i suoi primi compiti quello di eleggere il Presidente della Commissione europea, cioè il Capo dell’esecutivo europeo, sulla base di una proposta del Consiglio europeo, tenuto conto del risultato politico del voto del 25 maggio.

Abbiamo già analizzato quali sono i principali gruppi politici presenti nel Parlamento europeo. Alcuni di questi gruppi hanno formalizzato il proprio candidato alla guida della Commissione, nel caso risultassero vincitori delle elezioni.

Ecco i nomi dei politici europei che sono stati candidati per la guida dell’esecutivo europeo:

• per il PPE, Jean-Claude Juncker nato in Lussemburgo il 9 dicembre 1954

• per il PSE, Martin Schulz, nato in Germania (all’epoca Germania Ovest) il 20 dicembre 1955

• per ALDE, Guy Verhofstadt, nato in Belgio l’11 aprile 1953

• per i Verdi, Ska Keller, nata in Germania (all’epoca Germania Est) il 22 novembre 1981

• per SE, Alexis Tsipras, nato in Grecia il 28 luglio 1974


Altri gruppi non hanno formalizzato un proprio candidato e molto probabilmente si limiteranno a sostenere uno dei cinque prescelti.

Ciascun candidato alla Presidenza della Commissione europea ha, come logico, una propria idea di Europa e una propria concezione ideologica e politica che lo porterà a compiere determinate scelte. 

E’ importante in queste elezioni cercare di capire quale idea di Europa hanno in mente i candidati e verificare se corrisponde a quello che noi pensiamo e desideriamo per il nostro futuro europeo. La sensazione che si respira, non solo in Italia, ma in tutti i Paesi europei, è che queste elezioni stiano interessando poco la gente.

Sarebbe un errore invece disinteressarsi a questa partita perché, volenti o no, il futuro prossimo dell’Italia dipenderà anche in buona parte da quello che si deciderà in Europa nei prossimi anni. E un ruolo fondamentale verrà giocato dal Parlamento che noi concorreremo ad eleggere. Se non faremo sentire la nostra voce il 25 maggio, saremo tagliati fuori domani dalle partite che ci interesseranno e non potremo che prendercela con noi stessi.

Ormai sempre più aspetti della vita sociale, economica, finanziaria, fiscale sono sottoposti alla normativa comunitaria, a discapito della legislazione nazionale. E’ una limitazione della sovranità nazionale in funzione dell’appartenenza ad un’Organizzazione sovranazionale (l’Unione europea) che “promette” di ripagare la perdita con un vantaggio superiore. 

E’ pur vero che in questi ultimi cinque anni, da quando la crisi economica si è fatta maggiormente sentire, certamente non tutto ha funzionato a dovere in Europa. Cosa non ha funzionato, proveremo ad analizzarlo nel prossimo articolo.

Una cosa però vogliamo qui ricordare, pro Europa. Nel 2012 il Comitato per il Nobel norvegese ha assegnato il Nobel per la Pace all’Unione Europea con la motivazione che "per oltre sei decenni ha contribuito all'avanzamento della pace e della riconciliazione della democrazia e dei diritti umani in Europa".

Può sembrare un riconoscimento simbolico, ma non lo è. La Pace ha un riscontro molto concreto e non la si ottiene con facilità, senza impegno e sacrifici.

La storia del mondo, dalla fine della Seconda Guerra mondiale ai giorni nostri è un susseguirsi continuo di guerre tra popoli e nazioni, di ogni continente, tranne che tra gli Stati dell’Unione europea. E non è un caso.

4 - continua