Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

venerdì 23 settembre 2016

Renzi vs Resto del mondo...



Ormai è chiaro: al referendum costituzionale la partita sarà giocata tra Renzi vs Resto del mondo…

Tutti i partiti infatti, oltre alle sigle dei principali movimenti e associazioni, voteranno NO e Renzi con la parte maggioritaria del PD (di fatto la maggioranza che l’ha eletto segretario) più i piccoli partiti satelliti, voteranno SI.

Almeno questo è lo scenario che appare evidente a due mesi circa dalla votazione.

Sconfitta annunciata quindi per il premier?

Non è detto. Avere contro la galassia dei partiti politici italiani potrebbe rivelarsi un vantaggio per Renzi.

Quante persone infatti oggi seguono le direttive di voto del partito in cui dicono di riconoscersi? Anzi, per dirla meglio: quante persone oggi si riconoscono in un partito? Poche, pochissime, se analizziamo i flussi di votanti delle ultime tornate elettorali, sia politiche che amministrative.

Solo per citare l’ultimo caso, Roma è amministrata da un sindaco votato da 453.806 romani su una popolazione di aventi diritto al voto di 2.363.444 cittadini, cioè il 19,2% dei romani ha scelto Virginia Raggi come proprio sindaco. L'astensione è stata del 44%.

(Fonte: http://www.elezioni.comune.roma.it/elezioni/2016/comunali/A062016/vsin99.htm)

Se il premier saprà spiegare chiaramente agli italiani quali sono i vantaggi e i punti di forza di questa riforma, allora forse non tutto è perduto.

Certo, Renzi con l’aver voluto personalizzare il voto referendario (se vincono i NO mi dimetto, è stato il suo slogan d’esordio) è il primo artefice di questa situazione che ora sulla carta lo vede in svantaggio. Ma si è accorto dell’errore compiuto e lo ha ammesso. 

In politica, come nella vita, è meglio ammettere un errore e ripartire che perseverare fino a farsi male per davvero. E poi Renzi è giovane ed alla sua prima esperienza politica di un certo spessore. Ci può stare.

Ora che le dichiarazioni di voto sono state formulate, rimane la curiosità di vedere quanti italiani si lasceranno convincere dal leader del proprio partito, ma soprattutto quanti italiani andranno a votare e sosterranno quella riforma costituzionale licenziata dal Parlamento con il voto, ricordiamo, del PD e di alcuni di quei partiti che ora la criticano e vogliono affossarla, a partire da Forza Italia. 

Ma è sicuramente più facile che un cieco faccia l’elemosina ad un altro cieco che pretendere che la lealtà e la coerenza di un leader politico resistano al cambio di stagione.

Intanto, per il momento, al buio siamo rimasti noi italiani.

lunedì 8 agosto 2016

Referendum costituzionale: le ragioni del Sì



Dopo aver analizzato nel post precedente le ragioni del No, passiamo ora ad esporre quelle dei sostenitori del Si al Referendum del prossimo autunno.

Per prima cosa evidenziamo che, dopo oltre venti anni di tentativi finiti male, finalmente si ha la possibilità di imprimere una svolta al nostro sistema istituzionale. Forse non sarà un cambiamento determinante e risolutivo, ma da qualche parte bisognava pur incominciare.

Da un bicameralismo perfetto, arriviamo ad un monocameralismo imperfetto, ma tant'è. La riduzione del numero dei senatori e delle competenze e delle funzioni del Senato vanno nella direzione di snellire i processi legislativi del Paese.

Di contro il Governo vede da questa riforma aumentare la propria sfera di influenza sulla vita politica a discapito del Parlamento inteso come Camera più Senato. Questo significherà una maggiore responsabilizzazione del Premier con i suoi ministri. In ultima analisi avremo finalmente in Italia un Governo che avrà a disposizione gli strumenti per governare e allo scadere della Legislatura risponderà agli italiani del proprio operato, senza potersi giustificare denunciando un ostruzionismo da parte del Parlamento che viene ridimensionato nei suoi poteri, ma per nulla azzerato.

Infatti la Camera dei deputati rimane l'unica ad esercitare pienamente la funzione legislativa, di indirizzo politico e di controllo sul Governo, diventando quindi la sola titolare del rapporto di fiducia con il Governo. I deputati rimangono anche gli unici "rappresentanti della Nazione".

Anche la nuova legge elettorale ormai definitiva (che però non rientra nel pacchetto delle riforme) contribuirà ad eleggere un Parlamento più coeso e rappresentante, con una maggioranza qualificata, la forza politica più votata nel Paese. Certo i partiti avranno il gravoso compito di inserire nelle proprie liste di candidati persone non solo degne, ma anche preparate per affrontare le sfide del futuro. Solo così potranno pensare di vincere la competizione elettorale.

I sostenitori del Si non stanno facendo l'elogio di un Governissimo con a capo un Premier dittatore, bensì chiedono un Governo che nei cinque anni di durata della Legislatura (che, per chi scrive, potrebbero anche diventare quattro) abbia la concreta possibilità di realizzare il proprio programma elettorale e che allo scadere si vedrà giudicato dal popolo. Osano troppo?

Quante volte in Italia i Governi sono durati solo alcuni mesi, tenuti sotto scacco da maggioranze parlamentari mutanti dalla sera alla mattina? Se forse sino a qualche decennio fa era possibile per un Paese sopportare una simile situazione, in tempi complessi, fluidi, liquidi, come si usa dire oggi, non è più possibile per una Nazione che vuole rimanere al passo delle maggiori potenze mondiali, essere governata in questo modo.

Occorrono maggioranze parlamentari stabili e governi coesi che possano esercitare il potere, per un periodo limitato di tempo, entro rigide regole democratiche, ma senza essere sottoposti a ricatti politici.

L'eliminazione delle Province, del CNEL e lo snellimento di altre procedure amministrative concorrono a rendere questa riforma interessante più che altro perché incomincia a smuovere le acque stagnanti della vita politica e istituzionale.

Da troppi anni si vede fallire ogni tentativo di riformare il nostro sistema istituzionale, da qualsiasi parte politica provenga il tentativo. Questa volta sarebbe veramente un peccato rinunciare ad imprimere il primo colpo al cambiamento.

Per queste ragioni a ottobre i sostenitori del cambiamento andranno a votare Si, non per sostenere Renzi e il suo Governo, ma per tenere vivo il desiderio di modernizzare il bel Paese.

domenica 7 agosto 2016

Referendum costituzionale: le ragioni del No




L'appuntamento referendario si avvicina e in queste sere estive vogliamo riprendere le riflessioni sul futuro assetto istituzionale del nostro Paese per aiutarci ad arrivare a quella ragionevole certezza che ci permetterà di esprimere un voto consapevole al momento opportuno.

Analizziamo in questo primo post le ragioni del No al Referendum e nel post successivo quelle del Si.

Dichiariamo subito che non vogliamo inserirci nel coro di coloro che decidono di votare No per far cadere il Governo Renzi. Non ci sembra corretto unire le sorti di un Governo a quelle del futuro istituzionale dell'Italia. Troppo importante il secondo rispetto al primo.

Entriamo nel merito della riforma proposta: appare evidente come per certi aspetti si sia persa l'occasione di realizzare un taglio netto con il passato. Mantenere un Senato non elettivo di 100 membri che avranno un doppio incarico (i 100 senatori saranno contemporaneamente membri di Consigli regionali o Sindaci di grandi città) e per di più con funzioni e compiti ridotti risulterà inutile e costoso.

Inoltre politicamente il nuovo senato non avrà voce in capitolo se non nei seguenti casi, come recita il riscritto articolo 55 della Costituzione:

“Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all'esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all'esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l'Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell'Unione europea. Valuta le politiche pubbliche e l'attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l'impatto delle politiche dell'Unione europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l'attuazione delle leggi dello Stato”.

A questo punto forse si poteva puntare direttamente al monocameralismo.

Il Governo è l'istituzione che più aumenterebbe la propria sfera di influenza nella vita politica, a scapito di un Parlamento dimezzato. Tecnicamente vi sono diverse innovazioni nella riforma proposta che permetterebbero all'esecutivo di dare corso a iniziative legislative prioritariamente, limitando i tempi entro cui il Parlamento verrebbe chiamato ad occuparsi della materia. Un po’ come accade già oggi con l'utilizzo della decretazione d'urgenza.

Se a questo limite temporale cui i parlamentari si dovranno attenere, si aggiunge il fatto che la nuova legge elettorale ormai in vigore (che però non è inserita nel pacchetto delle riforme costituzionali) di fatto consegna nelle mani dei partiti la possibilità di scelta della stragrande maggioranza dei deputati, il pericolo di avere un Parlamento fotocopia del Governo e pronto a ratificarne l'operato e non Organo Costituzionale autonomo esercitante in primis la funzione di Legislatore, è reale.

Tutto ciò porterebbe ad un calo dello spazio della vita democratica del Paese danneggiando di fatto l'intera comunità.

Ulteriore aspetto negativo di questa riforma: l'abolizione delle Province. Non convince perché di fatto non raggiunge lo scopo di ridurre le spese di gestione amministrativa dello Stato che saranno sostenute dagli Enti che si dovranno far carico delle competenze delle ex Province.

Vengono anche introdotte alcune modifiche nel meccanismo di elezione del Presidente della Repubblica e di nomina dei giudici della Corte costituzionale. La riforma contempla inoltre l'abolizione del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL) e la soppressione dell'elenco delle materie di legislazione concorrente fra Stato e Regioni; sono previste anche modifiche in tema di referendum popolari.

Non si pretende qui di analizzare nel profondo le norme modificate, ma nel complesso le ragioni del No emergono chiaramente dall'analisi eseguita.

Infine, si può anche obiettare che una riforma di tal portata si sarebbe dovuta approvare con una più larga maggioranza politica in Parlamento, cercando di coinvolgere anche l'opposizione che invece risulta schierata decisamente contro la riforma del sistema.

A questo punto per i sostenitori del No appare chiaro che le modifiche che ci vengono proposte non risolveranno i problemi dell'Italia di oggi e forse anzi li peggioreranno e pertanto sono da respingere in toto.

venerdì 24 giugno 2016

Brexit: presente e futuro

Brexit

Mai sottoporre al popolo quesiti così “tranchant”, questo probabilmente starà pensando in queste ore l’ex premier inglese David Cameron dopo l’esito del referendum sulla Brexit che ha segnato un punto di non ritorno nella storia europea.

Con questo referendum Cameron è riuscito, suo malgrado, a spaccare il suo stesso Paese (dove il Nord, Scozia e Irlanda, ha votato in maggioranza per rimanere in Europa mentre l’Inghilterra -a parte la zona di Londra- con il Galles per uscire dalla UE) e a dare una fortissima spallata alla tenuta politica dell’Europa.

Sulle cause e le motivazioni che hanno provocato questo inaspettato risultato se ne discuterà per i prossimi mesi, se non anni. Ora, a caldo, ci sentiamo di esprimere solo alcune considerazioni di pancia, che poi probabilmente è quella parte del corpo cui gli elettori inglesi hanno dato ascolto.

La prima: il voto ha rivelato un’opinione pubblica britannica scollata dall’establishment del Paese. La Confindustria inglese, la finanza, i maggiori partiti politici, ad eccezione degli euro scettici, i media, tutti si erano pronunciati a favore della permanenza in Europa. Risultato: la Brexit. Di questo iato tra la popolazione e la classe dirigente bisognerà che i leader inglesi se ne facciano carico se vogliono governare il prossimo cambiamento che inevitabilmente attenderà quel Paese.

La seconda: il voto inglese modificherà per sempre la visione europea cui ci eravamo abituati sino a ieri. È stato un voto contro l’Europa, così come l’abbiamo pensata, organizzata e attuata, che evidentemente non è riuscita ad appagare la maggioranza degli inglesi. È quindi necessario ripensare al funzionamento e alla riorganizzazione, alla rifondazione di un’Europa che ormai non risulta più attrattiva, ma viene anzi percepita come una sovrastruttura burocratica di cui si può fare a meno.

Evidentemente non è stato sufficiente il mercato unico delle merci e dei servizi ed una moneta unica (di cui peraltro gli inglesi non godevano) per creare un Unione tra Stati che sia percepita positivamente, con favore, dai cittadini. Ci vuole altro.

Questa è la cruda realtà emersa dal voto inglese. L’Europa come l’abbiamo pensata non funziona. Del resto sui temi che solitamente costituiscono la base di una Federazione di Stati, come la fiscalità generale, la politica estera, la difesa, l’occupazione, i grandi investimenti, non si è mai attivata una politica europea comune. La nuova Commissione a guida Juncker aveva promesso un piano di investimenti straordinario per far ripartire lo sviluppo e l’occupazione, ma ancora non si è visto nulla o quasi. Anche il grande tema del debito pubblico europeo, di cui è sempre più evidente la necessità in questo perdurante clima di instabilità finanziaria, rimane per ora lettera morta.

In occasione delle ultime elezioni europee avevamo già evidenziato come ci fosse bisogno di un cambio di passo che a distanza di due anni non si è visto. Sul banco degli imputati non solo la Commissione guidata da un inadeguato Junker, ma anche e soprattutto la politica tedesca di Angela Merkel.

La Germania di fatto, in questi ultimi 15 anni è stato il Paese che ha più influito sulla politica del rigore e di austerity che ha portato l’Europa alla situazione attuale. Non è populismo, come molti dicono, ma la realtà basata sui numeri: per esempio quelli del surplus della bilancia commerciale della Germania rispetto agli altri Paesi, Francia e Italia per cominciare. Il voto inglese contiene anche un no a questo modello di politica europea e a questa impostazione germano centrica che l’Europa deve per forza modificare se vuole continuare ad esistere.

Ed infine, il voto inglese pone a nostro giudizio una questione non secondaria relativa al suffragio universale. Nella scelta di lasciare l’Europa, i giovani under 25 hanno votato al 70% per rimanere nell’Unione, mentre gli over 65 hanno votato in maggioranza per uscirne. Vi sono state differenze di voto anche dal punto di vista della formazione culturale, ma lasciamo perdere questo aspetto.

Rimane il fatto che una generazione di anziani la cui aspettativa di vita media si aggira intorno ai 10 anni, ha deciso del futuro di quella dei ventenni che per il resto della loro vita dovrà rinunciare a giocarsi la partita europea. 

E questo non è giusto. Forse, quando in gioco ci sono decisioni su questioni che avranno ripercussioni per decine di anni, come in questo caso, si potrebbe pensare a porre un limite di età al diritto di voto. 

Non sarebbe una discriminazione, ma una forma concreta e reale di democrazia “pesata”, due punto zero, forse più consona e adeguata ai tempi che stiamo vivendo.

mercoledì 1 giugno 2016

Ttip & Loi Travail

Ttip

Che cosa collega il negoziato in corso tra Europa e Stati Uniti, noto con il nome di Ttip, e la riforma del lavoro francese, voluta dal Governo e fortemente osteggiata dai sindacati dei lavoratori?

In apparenza poco o niente.

Il Ttip, acronimo di Transatlantic Trade and Investment Partnership, vuole creare tra Stati Uniti ed Europa la più vasta area del mondo dove si possa commerciare in beni e servizi il più liberamente possibile, riducendo dazi e tariffe che ne rallentano la circolazione e unificando il più possibile le regole del libero scambio. Questo accordo, se andasse in porto, coinvolgerebbe centinaia di milioni di famiglie residenti nella parte più ricca del pianeta. Il massimo dell’omologazione immaginabile, dal punto di vista dei produttori di questi beni e servizi. Il vecchio sogno di David Rockefeller che nel luglio 1973 con alcuni amici fondò la Commissione Trilaterale con lo scopo dichiarato di sostenere e diffondere il libero scambio mondiale di beni e servizi con meccanismi flessibili di circolazione della moneta. Dopo poco più di quarant’anni quel sogno è sul punto di realizzarsi.
(Leggi anche: http://lorenzorobertoquaglia.blogspot.it/2013/03/ttip-nuovo-cavallo-di-troia.html)

La riforma del lavoro varata nelle settimane scorse in Francia, viceversa, riguarda unicamente il popolo francese e tenta di rendere il mercato del lavoro più flessibile e dinamico, dal punto di vista dei datori di lavoro. Ma non solo. Tutte le novità che vengono introdotte dalla riforma, all’insegna della maggiore flessibilità del lavoratore, in entrata e in uscita dal mercato, possono essere normate da una contrattazione integrativa aziendale che va a sostituire quella nazionale in vigore sino ad ora. Cosa significa? Banalmente che il lavoratore vedrà tutelati i propri diritti dai sindacati (se presenti) dell’azienda in cui lavora, i quali sindacati non avranno alle spalle una legislazione nazionale cui far riferimento e da usare come argine alle richieste della proprietà. Tutta la contrattazione sindacale potrà essere effettuata all’interno delle singole aziende; così facendo si avranno contratti diversi da azienda ad azienda, con minori tutele in generale e con possibili disparità di trattamenti tra lavoratori. Si azzera quel minimo sindacale in tema di diritti basilari del lavoratore conquistato dai francesi in decenni di lotte sindacali e che ora viene eliminato di colpo.

Ma tutto ciò come si collega al Ttip?

In modo molto semplice. La filosofia che sostiene entrambi i tentativi e i provvedimenti in corso è la medesima e viene portata avanti dai medesimi soggetti: si possono chiamare Multinazionali, Corporations o con nomi similari. Esse rappresentano nel mondo realtà più importanti e potenti degli Stati nazionali medesimi e con i profitti accumulati negli ultimi decenni, con il potere delle lobby che sono al loro servizio in ogni Stato e nelle istituzioni politiche sovranazionali, riescono sempre di più a condizionare le scelte politiche generali a loro favore per un unico scopo: fare più business.

Ecco che allora appare chiaro come da un’area comune di libero scambio, nella zona più ricca del pianeta, a guadagnarci maggiormente non sarà l’artigiano del mobile della Brianza, che potrà esportare i suoi divani nel Texas senza pagare dazi, ma la multinazionale americana di mobili per ufficio che potrà vendere i suoi prodotti in tutta Europa a prezzi più competitivi addirittura dei produttori europei.

Abbiamo volutamente toccato nell’esempio un settore non core business per noi italiani. Pensate cosa potrebbe succedere, se entrasse in vigore questa mega area di libero scambio, ai prodotti alimentari italiani che verrebbero invasi da prodotti similari a prezzi più che concorrenziali. Sarebbe il disastro di interi distretti e filiere alimentari del nostro Paese.

La stessa filosofia è contenuta nella nuova legge sul lavoro approvata in Francia. La possibilità di chiudere la contrattazione con il lavoratore in casa, senza dover più sottostare a contratti quadro di natura pubblicistica, giova sicuramente più alle multinazionali presenti sul territorio, piuttosto che ad un artigiano che con il suo praticante non ha problemi a trovare un accordo.

E quindi? Cosa fare di fronte a questi fenomeni? Ma soprattutto, posto che il mondo non sta mai fermo, il futuro che ci aspetta sarà sempre più omologato e con meno regole? Meno pubblico e più multinazionale? E in un mondo governato da Big Company che cercheranno sempre di più di sottrarre la propria responsabilità allo Stato nazionale e riconosceranno come referente unicamente il proprio Stakeholder, come saranno regolati i rapporti tra quest’ultimo e i cittadini?

Chi tutelerà i diritti dei singoli, dei consumatori, delle persone, di fronte all’invadenza delle Corporations?

Domande al momento senza risposta, che generano inquietudine.