Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

venerdì 20 gennaio 2017

Il New Deal trumpiano



Come penso moltissimi milioni di persone in tutto il mondo, sono reduce dall’aver seguito in televisione l’insediamento del 45° Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Che dire: personaggio più diverso dal suo predecessore, Barack Obama, il neo Presidente non poteva essere.

Basterebbe un'occhiata ai due profili Twitter per farsi subito un’idea delle distanze.

Il profilo di Trump si riassume in questi numeri:
  • iscritto dal marzo 2009
  • 34.300 tweet
  • 42 following (persone che lui segue)
  • 20,7 milioni di follower (persone che lo seguono)

Il profilo di Obama invece:
  • iscritto dal marzo 2007
  • 15.400 tweet
  • 632.000 following
  • 80,9 milioni di follower 

Le differenze sono sotto gli occhi di tutti: quelli di Trump sono fissi sul suo ombelico (formato da 42 persone, metà suoi familiari, tutti statunitensi), quelli di Obama sono spalancati sul mondo e il mondo lo ricambia seguendolo (quasi 81 milioni di persone contro i 21 che seguono il neo president).

Trump esterna tweet a ripetizione, praticamente uno ogni volta che gli viene in mente un pensiero degno di nota, secondo lui (circa 12 tweet al giorno, dalla data di creazione del profilo), mentre Obama è più riflessivo nell’uso dello strumento (4 tweet in media al giorno).

Rileggendo (http://www.corriere.it/Speciali/Esteri/2009/Discorso_Obama/) il discorso di insediamento di Obama di 8 anni fa, le parole che ritornano sono correre rischi, fatiche di uomini e donne, lotta, sacrificio, ovunque guardiamo c’è lavoro da fare, bene comune.

Viceversa ( http://www.corriere.it/esteri/17_gennaio_20/trump-discorso-insediamento-presidente-usa-f07d48f4-df2d-11e6-ac31-10863be346e7.shtml)  il discorso di questo pomeriggio di Trump ha indubbiamente un taglio populista, in continuità con i temi della sua campagna elettorale, terminata tre mesi fa. Gli slogan utilizzati: torneremo a fare grande l’America, il potere passa al popolo, riportare a casa il lavoro, cancellare il radicalismo islamico, american dream, american first.

Cosa farà da domani il neo Presidente? In pochi oggi lo sanno, ma sicuramente il personaggio tirerà dritto perseguendo il suo programma che è risultato quello scelto dalla maggioranza degli americani.

E qui veniamo alla fine del mandato di Obama: dopo otto anni di Obama policy, cosa resta di lui all’America? Probabilmente meno di quello che gli americani si aspettavano da un uomo che nel 2008 aveva vinto le elezioni con una grandissima aspettativa, primo Presidente di colore, originario di una famiglia della classe media, giovane e convincente con quel suo motto Yes, we can, aveva ringalluzzito gli americani dopo la batosta di una crisi economica che aveva lasciato il segno.

Nel 2009 il premio Nobel per la Pace lo aveva definitivamente lanciato nella classifica delle aspettative come l’uomo che tutto poteva, ma dopo otto anni i risultati ottenuti sono in realtà deludenti. Forse quelli più lusinghieri Obama li ha ottenuti sul fronte interno, con l’approvazione dell’Obama Care che però ha portato ad un aumento delle tasse per tutti gli americani che hanno continuato a pagarsi una polizza sanitaria extra privata e con la politica economica portata avanti grazie a forti investimenti pubblici e con l’aiuto di stimoli finanziari che di fatto hanno interrotto la crisi e fatto ripartire l’occupazione. 

Nella politica di Obama era centrale il coinvolgimento degli storici partner alleati degli USA, Europa in primis, mentre con gli amici/nemici Russia e Cina negli otto anni si è scontrato su diversi scenari internazionali. Infine, un punto che sicuramente gioca a favore di Obama è stato quello di riportare gli USA ad un’autosufficienza energetica, la stessa che permetterà ora a Trump di poter fare a meno di occuparsi attivamente degli scenari mediorientali. 

Dove Obama ha fallito è stato in politica estera e nella lotta al terrorismo. Nonostante l’uccisione di Osama Bin Laden, nemico giurato numero uno degli USA, il terrorismo ha continuato a dilagare e nuovi gruppi, Isis in testa sono subentrati e sono ben lungi dall’essere sconfitti. Per non parlare delle primavere arabe: dovevano portare la democrazia nei Paesi del Nord Africa e il risultato è stato: più guerre, più civili morti, più dolore e Stati ancora in bilico tra un ritorno alla normalità di una nuova dittatura che ha sostituito la precedente (vedi Egitto) oppure Stati ancora coinvolti in guerre civili (vedi Libia) o Stati che non esistono più (vedi Siria). Per non parlare di punti di tensione come il Medio Oriente, Israele – Palestina o la Corea del Nord che restano senza soluzioni definitive. L’unico passo in avanti è stato fatto nel rapporto con l’Iran dopo aver preteso e ottenuto la fine della corsa al nucleare bellico di quel Paese. Poca cosa in otto anni da un uomo con quel potenziale di autorità e autorevolezza da spendere.

Ma forse tutto questo non ha nulla a che vedere con la vittoria di Trump del novembre scorso. Ci sono momenti della storia dove gli americani sentono il bisogno di rinchiudersi in loro stessi e di coccolarsi nel loro sogno di americani: dove la frontiera è quella che corre verso Ovest, ma si ferma alla California e non oltrepassa il Pacifico. Questo è uno di quei momenti e Trump ha fiutato il cambiamento che era in atto già da alcuni anni nel popolo americano e lo ha cavalcato. Gli errori compiuti dai Democratici in campagna elettorale hanno fatto il resto.

A questo punto, occorre che noi europei iniziamo a rendercene conto da subito, perché l’uomo non aspetterà a prendere le sue iniziative. Forse è quello che serviva anche a noi. Con Trump Presidente o l’Unione europea ritrova le ragioni per cui esiste e per cui è stata pensata dai suoi padri fondatori, subito dopo l’immane sciagura della Seconda Guerra mondiale, oppure l’era Trump potrebbe trasformarsi in una spallata definitiva alla sua esistenza. 

E se così fosse, ricordo quello che pensava il filosofo napoletano Giambattista Vico. Egli sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza. Qui, nel nostro blog, siamo abituati ad essere più modesti, e non scomodiamo certamente la Divina Provvidenza. Riteniamo che sia sufficiente l’umana scelleratezza…

lunedì 19 dicembre 2016

L'uccellino nella cacca...



Primo: Non è detto che chi ti ricopre di merda sia un tuo nemico!

Secondo: Non è detto che chi ti tira fuori dalla merda sia un tuo amico!

E terzo: Ma è sicuro che quando sei ricoperto dalla merda, ti conviene tenere la bocca chiusa!

L’avrete sicuramente riconosciuto, il finale di quel famoso film, Il mio nome è Nessuno interpretato da quella coppia di grandissimi attori quali sono Henry Fonda e Terence Hill.

Ebbene sì, di solito le favole stanno in fondo ai racconti e ancor più la morale arriva al termine della favola. Ma per scrivere questo post ho deciso di partire dalla fine.

Che cosa ci lascerà in eredità questo 2016 ormai vicino alle porte girevoli dell’uscita?

Ripercorriamo velocemente i mesi appena passati sopra le nostre teste mentre noi eravamo intenti a lavorare (o a cercare un lavoro), a fare la spesa (o fare la coda per un pasto caldo), a organizzare il nostro matrimonio (o il nostro divorzio), a procreare la nostra creatura (o ad attendere un intervento di interruzione di gravidanza) insomma mentre noi eravamo intenti a vivere la nostra vita.

La prima questione che salta alle nostre menti è quella relativa al terrorismo, di matrice islamica ma non solo. Quello accaduto a Berlino, ai mercatini di Natale è solo l’ultimo atto di una scia ininterrotta di sangue che ha macchiato l’intero pianeta, nessun continente escluso.

Come porre termine a questo fenomeno?

Il secondo lascito di questo 2016 è una situazione climatica ambientale che ormai appare sempre più evidentemente compromessa. Gli esempi non sono necessari.

Come porre fine a questo fenomeno?

Il terzo e ultimo fronte aperto nel 2016 è, a nostro giudizio, quello del progressivo deterioramento economico sociale di larghe fasce di popolazione di cui la Brexit in Europa e l’elezione di Trump negli USA ne sono gli effetti sul lato pratico.

Come porre termine a questo fenomeno?

Mi spiace, ma le risposte, se mai ci fossero, non le troverete in questo post. Mi piacerebbe però che dopo aver letto questo articolo ciascun lettore ripensasse al suo 2016 e provasse a darsi lui una risposta a questi tre quesiti.

Sarebbe già un piccolo grande passo in avanti verso una soluzione al momento lontana.

E poi, non dimenticate la morale iniziale: chi è veramente nostro amico e chi il nostro nemico? 

Ma, soprattutto, prima di aprire la bocca, collegare il cervello, prego!


lunedì 5 dicembre 2016

Ricominciamo da Uno

Natività di William Congdon


Inutile nasconderlo, la delusione per come hanno votato gli italiani ieri è fortissima.

Alla fine pensavo, nonostante i sondaggisti, che invece questa volta possono tirare un sospiro di sollievo, che il buon senso (dal mio punto di vista) prevalesse, e invece…hanno vinto i NO.

Benissimo, in democrazia si accettano le sconfitte, ci mancherebbe altro… però mi spiace che gli italiani non abbiano capito cosa c’era in gioco, quale era la posta in palio che si può riassumere in questo: non fermarsi al proprio interesse particolare, di bottega, e fare un piccolo passo in avanti, avendo in mente unicamente il bene del Paese.

Questo era il cambiamento che aveva proposto Renzi agli italiani, migliorabile, perfettibile, senza dubbio. Ma nulla vietava di modificare le cose più avanti, se si fosse visto che quello che si era pensato non funzionava. Mi riferisco in questo caso alla forse più controversa riforma, quella del Senato. Era comunque un tentativo di modificare lo status quo, da tantissimi in passato criticato e messo in discussione, a partire da D’Alema e Berlusconi, per esempio.

Ma tant’è. Ha vinto il desiderio di votare contro qualsiasi cosa venisse proposta, un voto No “a prescindere”, un voto contro Renzi.

Le analisi sociologiche e politiche del perché il Premier abbia perso ci accompagneranno per i prossimi giorni, e francamente già ora non mi entusiasmano più di tanto.

Così a caldo mi sembra però doveroso chiudere il discorso Referendum con alcune brevi considerazioni.

1. Hanno detto in molti che Renzi aveva voluto formare il partito della Nazione, però, a vedere gli schieramenti in campo, mi è sembrato piuttosto che Berlusconi, Grillo, Salvini, Meloni, Bersani e D’Alema abbiano costituito un’unione elettorale di comodo, in funzione anti Renzi, che alla fine ha vinto… più partito della Nazione di questo…

2. Alla fine, per quello che ho potuto constatare negli ambienti della società civile che frequento, la maggior parte della gente votava No perché voleva mandare a casa Renzi, piuttosto che perché ritenesse così nefasta la riforma della Costituzione.

3. Mi domando, raggiunto l’obiettivo di far cadere il Governo, che cosa si aspettino adesso gli italiani che hanno votato NO. Credono forse che da nuove elezioni che ci saranno a breve possa uscire una maggioranza forte e stabile, capace di proporre delle riforme migliori di quelle appena bocciate e di farle approvare all’unisono da un Parlamento coeso?

4. La verità, che era del tutto prevedibile in caso di vittoria dei NO, è quella che ci sarà una modifica della legge elettorale in senso proporzionale, così da “accontentare” tutti i partiti; che ci saranno nuove elezioni che ancora una volta fotograferanno una Nazione tripolare (centro destra, centro sinistra e populisti) e che a fatica, forse, si riuscirà a formare un Governo instabile che non avrà la forza in Parlamento di proporre riforme sostanziali e decisive per il Paese.

5. Risultato: abbiamo perso ulteriormente tempo nel tentativo, sfumato ancora una volta, di cambiare volto al nostro Bel Paese e, fattore non trascurabile, in Europa abbiamo dato l’idea di non essere in grado di attuare riforme incisive della nostra macchina burocratica, concausa della mancata crescita sia economica che sociale.

6. Ultimo punto, ma fondamentale: questa infinita campagna referendaria, iniziata di fatto in primavera, ha lacerato come non mai il Paese e ha posto in luce, a mio modo di vedere, quanto ci sia da lavorare per ricostruire negli italiani un minimo di coscienza civica che abbia a cuore la ricerca del bene comune e il superamento del proprio interesse particolare o di partito.

A questo punto, e concludo, direi che bisogna ricominciare non dal 40% dei Sì, ma da Uno dal quale scaturisca il senso e il significato dell’agire dell’uomo in politica e nella vita di tutti i giorni.

Altrimenti a prevalere, come è accaduto ieri, saranno sempre e solo gli egoismi dei Capi popolo e poco più.

sabato 19 novembre 2016

Perché il PIL non cresce...



Perché il PIL dell’Italia non cresce?

Provo a dare una risposta, raccontandovi una storia vera.

Me l’ha riferita un mio conoscente, che chiameremo Giovanni (nome di fantasia) che fa il barbiere in una cittadina vicino a Milano.

Giovanni ha poco più di 30 anni, sposato, la moglie dipendente pubblica ha un contratto a tempo indeterminato. La coppia ha una bimba in età di scuola elementare. Dopo aver frequentato la scuola professionale per diventare parrucchiere, Giovanni ha lavorato come garzone in un locale (una vetrina su strada) che poi ha rilevato quando il precedente titolare è andato in pensione.

Lavora da solo, senza aiuti, in questo negozio da circa dieci anni, con una clientela ormai consolidata. Il negozio è posto in una via di forte passaggio, a vocazione commerciale. Giovanni paga un affitto di euro 800 al mese al proprietario dei muri da quando è diventato titolare. Ora il proprietario si è reso disponibile a vendere il locale a Giovanni, prezzo circa 130.000 euro.

Il barbiere si è recato alla sua unica banca, dove lo conoscono da 10 anni e ha chiesto quali fossero le condizioni per ottenere un mutuo per acquistare il negozio. Risposta: per gli immobili commerciali, possiamo finanziare sino ad un massimo del 50% del valore derivante dalla perizia, per superare tale soglia occorrono altre garanzie reali (pegno su titoli o denaro). Quindi, ipotizzando che la perizia eseguita dalla banca avesse confermato il valore “commerciale” concordato con il venditore, Giovanni poteva ottenere al massimo 60/70.000 euro, non di più.

Il giovane parrucchiere fa presente alla sua banca di non possedere la restante parte di denaro necessaria per poter acquistare l’immobile. Fa inoltre presente alla sua banca (per notizia e per non fare nomi, una delle prime due banche italiane) che lo conoscono come cliente da 10 anni, che ogni mese vedono uscire dal suo conto corrente 800 euro per pagare l’affitto del locale, che non ha mai sgarrato un mese e che hanno praticamente l’evidenza del suo giro d’affari e che quindi possono ben valutare se è in grado o meno di sostenere finanziariamente l’operazione. Fa presente inoltre che la banca sarebbe comunque garantita (ipoteca) da un bene immobile che, eventualmente, in caso di sua inadempienza, potrebbe essere venduto molto velocemente, trovandosi in una zona commerciale di forte passaggio che vede la presenza di altri negozi di pregio (tra l’altro è la stessa via dove ha sede la banca in oggetto).

Purtroppo il direttore della filiale non vuole sentire ragioni sostenendo che le disposizioni dell’istituto sono queste e se desidera essere finanziato più del 50% del valore dell’immobile deve depositare ulteriori garanzie.

A questo punto Giovanni rinuncia all’acquisto del suo negozio. Prova a sentire altre banche dove però non lo conoscono come cliente e la risposta che ottiene è la medesima: al massimo ti possiamo finanziare il 50% del valore dell’immobile commerciale. Fine della storia, vera.

Proviamo a fare alcune considerazioni.

Primo: stiamo parlando di un mutuo richiesto di euro 120.000,- Giovanni con questo mutuo si sarebbe trovato tra 15 anni proprietario del locale dove ogni mattina esercita la sua professione, garantendo a sé e alla sua famiglia una piccola certezza patrimoniale per il domani. Se avesse acquistato il negozio, avrebbe provveduto ad un rinnovo degli arredi del locale, fornendo quindi lavoro a mobilieri, elettricisti, idraulici, piastrellisti ecc. Infine, la transazione commerciale di compravendita immobiliare avrebbe generato anche imposte e tasse che si sarebbe intascato l’erario, senza contare la parcella del notaio. In conclusione, una generazione di flussi finanziari che avrebbero creato ricchezza per molti attori e quindi contribuito a far crescere il PIL di questa micro zona milanese. Domanda: quanti Giovanni ci sono in Italia? Quanti piccoli artigiani e commercianti in regola, clienti fidati da decenni delle nostre banche, si sono visti negare un finanziamento perché sprovvisti di garanzie aggiuntive? E quanto PIL non è stato generato a seguito di questi piccoli dinieghi? Impossibile calcolarlo. La mia sensazione è che i Giovanni nel nostro Paese siano molti, troppi.

Secondo: mi domando chi avesse in mente, come beneficiario finale, il Governatore della BCE Mario Draghi quando ha immaginato e attuato il QE (Quantitative Easing). A chi pensava dovessero essere destinati i miliardi di euro che le banche europee, e quindi anche quelle italiane, hanno ricevuto dalla BCE per sostenere la crescita economica nell’eurozona. Se questa liquidità a costo zero che le banche italiane stanno ricevendo dalla BCE non arriva ai tantissimi Giovanni sparsi nella penisola, forse qualche problema in Italia esiste ancora e allora non domandiamoci più perché il PIL non cresce. Oltre al Jobs Act e alla riforma costituzionale, forse ci sono da rivedere anche le regole e le modalità di accesso al credito per tantissimi piccoli operatori economici che con fatica, in questi anni di crisi, hanno resistito, vogliono andare avanti perché sono giovani e vogliono investire nel loro futuro, ma non sono aiutati dal sistema. Forse il QE dovrebbe arrivare sino a loro se vogliamo che il PIL riparta.

Terza e ultima considerazione: certo, la banca avrà le proprie regole interne che si sarà data negli anni, a seguito delle sofferenze miliardarie che hanno appesantito il suo bilancio. È normale che la banca debba tutelare, attuando una valida e prudente valutazione creditizia, i risparmiatori che hanno depositato i propri denari e che non desiderano vedere il proprio istituto fallire. Ma francamente, nel caso in questione, così come narrato e realmente accaduto, facciamo fatica a comprendere le ragioni per le quali non si è potuto concedere un mutuo di 120.000 euro in 15 anni ad un soggetto che aveva evidentemente tutte le caratteristiche per poter sostenere quell’impegno finanziario, considerando anche le fonti di reddito della famiglia nel suo complesso.

In conclusione, a nostro giudizio, sino a quando in Italia situazioni del genere continueranno a verificarsi, sarà difficile che il PIL ritorni a crescere. Ma non solo: alla prima occasione utile, secondo voi il nostro Giovanni a quale partito o movimento politico consegnerà il proprio voto? Ad un partito di “sistema” o ad un movimento “populista”? 

E poi in molti ancora non comprendono perché negli USA ha vinto Trump…

mercoledì 9 novembre 2016

Il vincitore è... Donald Trump



Donald Trump sarà il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, vale a dire, sino ad oggi, della nazione leader mondiale in campo militare, economico, finanziario, industriale ma anche in quello della difesa dei diritti dei più deboli e delle minoranze e all’avanguardia nella ricerca scientifica. In pratica la nazione faro della comunità civile dei Paesi più avanzati al mondo.

Donald Trump è stato eletto dagli elettori di quella nazione, in barba a quasi tutti i sondaggisti, gli opinion leader, i tycoon televisivi e l’establishment culturale che tifavano Hillary Clinton. Un commentatore televisivo americano, questa mattina, ha detto che si è reso conto, dopo questo voto, di non conoscere più il Paese in cui vive. Può essere. Questo dipende però dalla sua sensibilità politica.

Resta un fatto: che il nostro mondo occidentale in questi ultimi 16 anni è profondamente cambiato e l’elezione di Trump negli USA, come la scelta della Brexit nel Regno Unito, l’affermazione di Orbán in Ungheria, dei partiti xenofobi in Austria e della estrema destra in Francia sono solo alcuni dei segnali di questo cambiamento.

Le cause di questa mutazione genetica del pensiero dell’uomo occidentale contemporaneo, che vive in comunità mediamente più ricche rispetto ad altre zone del mondo, a nostro giudizio sono da ricercarsi in primo luogo nella globalizzazione. Essa è intervenuta con velocità esponenziale in moltissimi ambiti della vita umana nello stesso periodo di tempo. Ciò ha disorientato intere classi sociali in ogni Paese dell’Occidente, o meglio, le ha spaventate. E quando una persona ha paura, per prima cosa pensa a difendersi da quello che considera il nemico, il diverso da sé, che può essere l’uomo di colore, il rifugiato, l’islamico e via così.

Si è globalizzata l’economia, e quindi il lavoro. Si sono globalizzati i mercati e quindi la finanza. Si sono globalizzate le fonti d’informazione e i social media hanno dato il colpo definitivo: oggi chiunque può twittare 140 caratteri di stupidaggini ed essere letto da milioni di persone. Questa è la realtà che stiamo vivendo.

Oggi le aziende globalizzate, le multinazionali, perseguono budget e rendiconti trimestrali per cercare di soddisfare i propri investitori che ogni tre mesi decidono se mantenere masse enormi di denaro, frutto della globalizzazione dei mezzi di produzione, investiti in questa o quella azienda. Se per caso l’utile aziendale di un trimestre è inferiore alle previsioni stimate dagli analisti finanziari, allora il valore in borsa del titolo scende e se nei 2 trimestri successivi non si verifica un’inversione di tendenza, si inizia a parlare di crisi. Capite: stiamo parlando di 6 o 9 mesi di vita di un’azienda. Cosa rappresentano 9 mesi se paragonati alla durata della vita media di un dipendente o di un cliente di quella società?

Quando l’unica cosa che conta è l’oggi e non il domani, quando importa solo quello che si riesce a produrre qui, adesso, perché domani si potrebbe produrlo lontano da qui e ad un costo inferiore, allora l’unica reazione possibile per l’essere umano è quella di usare l’istinto. Si vota di pancia, per colui che sembra darti ascolto. La ragione per essere messa in moto ha bisogno di più tempo, di una pausa di riflessione, di analisi dei fattori in gioco. È proprio questo tempo che ci è stato tolto, ci è stato rubato.

Inoltre ci si deve rendere conto che il tempo concesso per la produzione del profitto, 3 – 6 o 9 mesi, ormai non coincide più con il tempo dell’orologio biologico del pianeta sul quale viviamo, che tra l’altro è globalizzato per definizione, da sempre, e in un modo migliore del nostro.

La nostra globalizzazione, quella imposta alla Terra dagli uomini in questi ultimi 15/20 anni, viaggia a ritmi stressanti per soddisfare la fame di profitti delle multinazionali che si sono create proprio a seguito di questo processo. E per sostenere questo ritmo frenetico, le risorse del pianeta purtroppo sono a rischio. Anche perché la favoletta che il mercato si auto regolamenta e si pone dei limiti interni non è più credibile. Chi con la globalizzazione è cresciuto, desidera espandersi sempre di più a scapito del più piccolo e meno globalizzato. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti nei diversi settori economici, dalla chimica alla farmaceutica, dall’informatica alle telecomunicazioni.

Siamo partiti da Trump per arrivare sin qui. Che ruolo giocheranno Trump e l’America in tutto questo? Nessuno al momento lo può sapere. C’è solo da augurarsi che il popolo americano abbia fatto la scelta giusta, e al di là del folclore del soggetto scelto come Presidente, abbia intravisto la possibilità per Trump di essere un Presidente “conservatore” nel senso di porre una decelerazione alla globalizzazione per fermarsi a riflettere dove l’Occidente sta dirigendo la prua.

E per l’Italia, che conseguenze avrà l’elezione di Trump? Nel breve periodo è la partita referendaria per la modifica della Costituzione quella che può essere maggiormente toccata dall’esito del voto. Obama aveva apertamente appoggiato il SI al quesito referendario italiano, sostenendo di fatto la riforma e il Governo.

Se vincesse il NO, è chiaro che anche in Italia si aprirebbe un periodo di incertezza politica per non dire di crisi di Governo vera e propria. Ora con un’Europa alle prese con la Brexit e con tutti i problemi relativi all’integrazione religiosa e all’immigrazione dai Paesi del Mediterraneo in guerra, con le elezioni politiche in Germania l’anno prossimo, con le spinte antagoniste in diversi Paesi (Ungheria e Austria in primis), l’apertura di un nuovo fronte italiano di crisi provocherebbe un’ulteriore nube tossica sui cieli europei dall’esito tutto da scrivere.

Occorrerà tenere presente anche questo fattore quando si andrà a votare per il referendum il 4 dicembre.