Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

domenica 12 ottobre 2014

Ugo, la SLA e la maglia di Pogba


Conosco Ugo da quasi trent’anni, è stato il mio testimone di nozze e da più di quattro anni è malato di SLA, la ormai non più rara malattia meglio nota come Sclerosi Laterale Amiotrofica. Vive a casa sua insieme alla moglie Silvia e ai suoi due splendidi figli, Riccardo che quest’anno frequenta la prima elementare e Letizia di quattro anni che è nata quando Ugo era già malato. Ogni giorno poi transitano dalla sua abitazione tanti amici che non fanno mancare il loro appoggio morale e materiale. 

Qualche giorno fa, il 4 di ottobre, Ugo ha compiuto i suoi primi cinquant’anni. Un evento non previsto per il primo medico che gli ha diagnosticato la malattia e che gli aveva predetto al massimo due anni di vita. Ad oggi ne sono passati più di quattro.

Alcune settimane prima, Silvia ha pensato di organizzargli una festa a sorpresa ed ha contattato tutti i suoi amici per invitarli a questo momento. Eravamo più di cento intorno ad Ugo e alla sua famiglia a fare festa. 

Per questa ricorrenza così importante, mi sono detto, ci vorrebbe un regalo speciale, ma cosa regalare ad Ugo? Pensa e ripensa, ad un certo punto ecco la lampadina accendersi! 

Piccolo antefatto: Ugo è un tifoso sfegatato della Juventus! Quando potevamo ancora scambiarci amichevoli “insulti” calcistici (chi scrive è profondamente interista) lui era straordinariamente attaccato ai colori bianconeri che difendeva “a prescindere” da qualsiasi evidenza della realtà (almeno così la vedevo io!). Purtroppo ora che Ugo è intubato e non può usare neanche più il sintetizzatore vocale, gli scambi verbali si sono come dire, affievoliti, ma sono sicuro al 100% che dentro di sé è rimasto il solito ultrà juventino… 

A questo punto, decido di scrivere una mail alla sua squadra del cuore, la Juventus. Presento Ugo e la situazione che sta vivendo e chiedo, se possibile, in regalo una maglia della società con la firma dei calciatori da portare ad Ugo come regalo di compleanno. Credo proprio che lo farebbe felice.

Passano i giorni e arriva anche il 4 ottobre, compleanno di Ugo. Nessuna risposta. Non importa, penso, con tutte le richieste che la società riceverà da tutto il mondo, magari la mail non l’hanno neanche letta. Comunque facciamo una bellissima festa ad Ugo, in un cortile all’aperto di fronte alla sua abitazione e anche il sole esce a fargli gli auguri. Proprio un bel compleanno!

Venerdì 10 ottobre alle ore venti suona il mio citofono di casa e un corriere annuncia che deve consegnare un pacco alla mia attenzione. Strano. Non aspettavo nulla, né da Amazon né da altri e non avevo ancora ordinato la spesa on line. Domando: chi è il mittente? Juventus, la risposta!

Non ci posso credere! Vuoi vedere che mi hanno spedito la maglia? Corro di sotto a prendere il pacco e lo apro con delicatezza. Non si sa mai…con i “bianconeri” meglio andarci cauti…ma devo ricredermi, dentro, con dedica personale per Ugo, c’è la maglia di Pogba! Questa Juventus…in Zona Cesarini riesce sempre a stupire!

Chissà cosa penserà Ugo quando l’indosserà? 



venerdì 3 ottobre 2014

A tu per tu con: Alberto Bonfanti


Incontriamo oggi il Prof. Alberto Bonfanti, docente di Storia e Filosofia alle scuole superiori e Presidente dell’Associazione Portofranco Milano onlus, un centro di aiuto allo studio rivolto agli studenti delle scuole medie superiori che offre assistenza didattica gratuita nello svolgimento dei compiti, nel recupero dei debiti formativi e delle conoscenze disciplinari.

D.: Ci racconti cos’è Portofranco e come nasce questa realtà?
R.: Portofranco è un luogo dove alcuni volontari (adulti e studenti universitari) aiutano i ragazzi più giovani a studiare.
Nasce dall’idea di un grande educatore, Don Giorgio Pontiggia, una vita passata in mezzo ai ragazzi, a scuola e all’oratorio, che a sua volta è partito dalla necessità di soddisfare la domanda di significato, di senso di compagnia dei ragazzi di fronte alla vita. Per rispondere a questo bisogno, Don Giorgio è partito dalla vita quotidiana dei ragazzi e dai loro bisogni. Un bisogno che hanno tutti i ragazzi che frequentano la scuola è quello di fare i compiti e di essere aiutati in quelle materie più “impegnative”, mi viene in mente la matematica per capirci. Così è iniziata l'avventura di Portofranco Milano nel novembre 2000. Da quel momento un crescendo di iscrizioni. Ora abbiamo ogni giorno oltre 100 ragazzi che vengono aiutati singolarmente nelle più diverse materie da una cinquantina di volontari (40 universitari e 10 adulti) al giorno... Facendo un calcolo sono passati da Portofranco dal 2000 ad oggi oltre 20.000 ragazzi per oltre 8000 volontari per circa 100.000 ore di ripetizioni.
Prof. Alberto Bonfanti

D.: Il bisogno educativo è uno dei grandi bisogni che la nostra società mostra drammaticamente di avere, a tutti i livelli, quello degli educatori e quello degli educati. Come educatore cosa si può fare per rispondere a questo bisogno oggi nella scuola italiana? 
R.: Oggi a scuola, come nella vita i giovani sfuggono il rapporto con la realtà. Proprio questo sembra il problema. I ragazzi hanno paura della realtà e questo si documenta nel disimpegno, nel terrore della fatica, nella paura del futuro, nel non poter concepire qualcosa che non riescono ad immaginare. Magari hanno interessi, ma hanno paura di qualcosa d'altro, della realtà. 
Portofranco da questo punto di vista è una grande provocazione per me, sia come insegnante che come Responsabile, perché in qualche modo mi richiama al mio stesso bisogno di significato. Può succedere che i ragazzi di oggi lo nascondano con un apparente disinteresse, o con la difficoltà a prendere sul serio la realtà e l’impegno con essa, ma al fondo hanno lo stesso bisogno di verità, di senso e di gusto che ho anch’io. Il compito di noi educatori consiste proprio in questo: trasmettere ai ragazzi il desiderio di verità, di bellezza che alberga in noi. Perché senza significato la realtà perde il suo interesse!

D.: Uno dei più grandi educatori contemporanei, Luigi Giussani, ha scritto nel Rischio Educativo: "Educare vuol dire sviluppare la coscienza, cioè il sentimento di sé come responsabilità verso qualcosa di più grande di sé". In base alla tua esperienza di insegnante di Liceo, cosa chiedono i giovani di oggi ai propri insegnanti?
R.: Sulle scale di Portofranco, salendo abbiamo scritto questa frase di Plutarco: "I ragazzi non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere". I ragazzi desiderano essere introdotti alla realtà, ma da soli non ce la fanno. Il significato non è qualcosa di astratto ma una presenza affettiva, una presenza amorevole alla loro vita, alla nostra vita! Quid est veritas? Vir qui adest!
Ecco, io penso che la grande forza di questo mare di gratuità che è Portofranco sia questa: il gesto di gratuità che ciascuno dei ragazzi ha ricevuto lo ha introdotto alla positività dell'essere, gli ha fatto percepire che la realtà non è qualcosa di noioso, di lontano. Introduzione alla realtà: questo è Portofranco. E quando dico Portofranco penso ai volontari che hanno aiutato i ragazzi ad introdursi alla realtà attraverso una presenza amorosa, a non fuggirla cercando in devianze più o meno gravi quella realizzazione che la frustrazione scolastica impediva loro. Si perché per i ragazzi è un'ingiustizia, è una frustrazione andare male a scuola tanto che devono compensarla primeggiando in qualcosa d'altro. L'insuccesso scolastico è la prima sconfitta, è una delle prime circostanze dopo gli affetti familiari e personali in cui possono percepire la negatività, l'ottusità del reale o la sua positività. Per questo è stato così geniale partire dall'affronto del loro bisogno, del primo loro approcciarsi al reale. Infatti Il problema non è la scuola, ma la realtà.

D.: Cosa ti ha insegnato in questi anni l'esperienza di Portofranco e cosa ti aspetti per il futuro della scuola in Italia?
R.: Moltissimo. La sfida educativa è entrare in rapporto con l’altra persona, incontrarla e accoglierla per quello che è, ma senza rinnegare le proprie origini. Per esempio Portofranco è diventato un luogo ecumenico senza nessuna progettualità di volerlo diventare! Quando abbiamo iniziato non pensavamo questo.Ma già dal terzo anno sono aumentati gli stranieri che ora rappresentano più del 30% degli iscritti provenienti da oltre 30 Paesi, i più numerosi da Egitto, Marocco, Ecuador, Filippine e Perù e tra l'altro gli stranieri sono i frequentanti più assidui, quelli che, spesso per condizioni familiari particolari, vivono Portofranco come una loro seconda casa. Questo fatto mi ha insegnato molto. Si incontra l'altro non rinnegando la propria identità, il proprio volto ma in forza di essa e l'identità cattolica proprio in quanto cattolica è universale e quando è vissuta come esperienza di pienezza dell'umano e quindi apertura all'umano, è in grado di abbracciare e incontrare chiunque! Noi non nascondiamo la nostra identità, organizziamo feste di Natale e Pasqua a cui partecipano ragazzi atei o di altre religioni...
Partendo da un approccio non ideologico, ma dalla persona, attraverso il suo bisogno si può incontrare chiunque perché il cuore dell'uomo desidera la stessa cosa!! Questo l'ho proprio visto a Portofranco. Si diventa amici tra egiziani musulmani ed egiziani copti, ci si rispetta tra marocchini e latinos.. Non ci mai stato un episodio di intolleranza.Il dialogo che tra culture diverse appare così difficile, risulta possibile tra persone perché il cuore dell'uomo desidera la stessa cosa, la felicità.
Tra l'altro Portofranco non è diventato solo un luogo di integrazione tra gruppi etnici e religiosi diversi ma anche tra persone di estrazioni culturali diverse ( tra i nostri volontari adulti diversi non sono cristiani ma sposano il nostro progetto educativo) ma anche un luogo di convivenza multi generazionale (convivono 4 generazioni). Quando passando per le aule vedo lo sguardo tra un volontario di 80 anni ed un ragazzino di 16 mi chiedo: ma dove esistono i conflitti generazionali?

Per concludere penso che partendo da esperienze come quella di Portofranco si possa ripensare anche al modo di come immaginare la scuola del futuro. E’ un lavoro sfidante, ma la vera riforma della scuola deve partire da esperienze come queste o sarà solo una riforma giuridica e amministrativa, non educativa. 

Un ultimo pensiero: per tanti Portofranco è stata una casa, una famiglia e ora ha bisogno di aiuto perché i contributi pubblici coprono solo il 10% delle spese che superano € 300.000. Portofranco lancia una campagna: acquistare un’azione simbolica della Onlus chiedendo a chi ci conosce e a chi desidera, di essere parte del patrimonio dell’associazione. Vogliamo che Portofranco rimanga gratuito per i ragazzi.

Grazie Alberto.


per info: direzione@portofranco.org  / www.portofranco.org




mercoledì 24 settembre 2014

L'uomo del nostro secolo saprà trovare la felicità?

"Senza titolo" di Edward Hopper, 1942 - 43 


Qual è il filo rosso che collega l’introduzione nel “mondo” cristiano di istituzioni come il divorzio e l’aborto? Che cosa unisce le attuali tendenze che danno voce a richieste quali la dolce morte, per anziani malati, ma anche ormai per bambini piccolissimi, alla campagna a favore della possibilità di scegliersi e produrre il proprio figlio in provetta, anche da parte di coppie omosessuali?

La parola che prova a spiegare tutto ciò è la parola secolarizzazione. 

Essa è insita nel concetto di mondo cristiano appena citato, in quanto derivata della parola secolo, cioè lungo spazio di tempo e per estensione, Mondo, cosa mondana. La secolarizzazione è quindi un fenomeno collegabile al concetto stesso di cristianesimo, di religione cristiana. 

Geograficamente, il primo “mondo” cristiano in cui il processo ha avuto origine è stato l’Europa. Quello che ha contraddistinto il continente europeo non sono stati però confini geografici o politici, bensì le idee, cioè una certa concezione dell’uomo, della vita, del lavoro, della felicità che si sono sviluppate storicamente in quella parte di mondo. Pensiamo alla filosofia greca, al diritto romano e allo sviluppo che hanno avuto in Europa le due grandi religioni nate in Asia, l’ebraismo e il cristianesimo. 

Ciò che ha differenziato l’uomo europeo non è stato l’appartenenza ad una tribù, ad un gruppo etnico, ma l’uso che ha fatto delle idee, della ragione. E dall'incontro tra cristianesimo e ragione è nata quella miscela esplosiva che per secoli ha caratterizzato positivamente la vita dei popoli europei. Da quest’incontro nasceranno la cultura, l’arte, il diritto e l’economia europea. Tutto questo per più di mille anni. 

Storicamente, possiamo datare l’inizio del processo di secolarizzazione della società europea con la Riforma di Lutero. L’Europa, che ha assistito al matrimonio tra Fede e Ragione, ne è anche stata l’artefice del suo divorzio. Illuminismo e Positivismo porteranno avanti convinti la separazione sempre più marcata tra il destino dell’uomo e quello di Dio, all’inizio senza negarne l’esistenza. “Dio non c’entra con la vita dell’uomo” descrive bene la situazione il teologo Cornelio Fabro. 

E arriviamo ai nostri anni. Per quanto ci consta, la secolarizzazione è un fenomeno umano che ha avuto delle cause fondanti e sta avendo il suo sviluppo nella contemporaneità, proprio in questo nostro tempo.

Molti vedono nella secolarizzazione, e non a torto, un processo in cui l’uomo si auto fonda, non riconoscendo più il proprio legame con Dio, il bisogno del rapporto con la trascendenza. Un uomo che cerca di governare da solo il proprio destino. Tutti gli esempi posti all’inizio dell’articolo vanno in questa direzione. La tecnica raggiunta dagli scienziati sembra sostenere questo desiderio dell’uomo di non aver più bisogno di Dio per gestire la propria vita. Da questo punto di vista, proprio in questi anni stiamo assistendo all’apoteosi della secolarizzazione. L’uomo secolarizzato ha abbandonato il suo Unico riferimento per ritrovarsi a fare i conti con i suoi mille desideri e si è perso nella “selva oscura” della sua ragione. 

Ma forse c’è un altro punto di vista da cui guardare la parola secolarizzazione. Occorre partire dal rapporto che Dio Padre ha verso gli uomini. In quanto Padre, Dio non può che desiderare la pienezza di vita e di libertà dell’uomo, come ogni padre umano desidera ciò per il proprio figlio. La storia dell’umanità, della secolarizzazione può allora essere vista come la crescita dell’umano, della sua consapevolezza, della sua libertà di scelta di stare o non stare in rapporto con Dio Padre. 

Ecco che allora, da questo punto di vista, la parola secolarizzazione diventa il tentativo dell’uomo “adolescente” di staccarsi da Dio Padre per vedere se le sue forze sono sufficienti per camminare e governare da solo il Mondo. Ma ce la farà quest’uomo, in balia della sua ragione, a giungere alla meta tanto desiderata, la felicità?

Da come l’Europa, il “mondo” ormai non più cristiano sembrano essersi organizzati negli ultimi decenni, sorgono molti dubbi…

 

sabato 20 settembre 2014

Il Jobs Act renziano



E’ un classico. Finite le ferie estive, quest’anno per la verità più brevi del solito un po’ per tutti, la situazione politica in Italia torna a surriscaldarsi. I temi del giorno sono la riforma del lavoro e l’eliminazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge num. 300 del 20 maggio 1970). 

Ormai il governo Renzi non ha più scusanti e i mille giorni che si è dato per portare a termine le riforme scorrono uno dopo l’altro inesorabili. E’ quindi costretto per forza ad affrontare anche i temi più delicati che sino ad ora ha lasciato decantare. Uno dei più spinosi per la sua stessa maggioranza interna (parliamo del PD) è la riforma del mercato del lavoro. Su questo tema esistono due PD, forse anche tre. Ma Renzi sa benissimo che non può fare a meno di portare avanti questa riforma, perché la situazione italiana è tragica e l’Europa ci chiede a gran voce di cambiare marcia. 

Il problema è come cambiare, dopo che la riforma Fornero ha, sembra impossibile, peggiorato ancora di più il quadro legislativo e la crisi economica negli ultimi due anni ha colpito duro soprattutto la fascia d’età giovanile e i cinquantenni rimasti senza lavoro e senza pensione. Una situazione potenzialmente devastante dal punto di vista della tenuta sociale del sistema.

L’idea di Renzi sull’argomento è nota dai tempi della Leopolda e trova sponda nei partiti di centro destra dentro e fuori il governo (NCD e Forza Italia più satelliti), ma è all’antitesi di quella di metà PD e degli altri partiti di sinistra.

Al momento una mediazione sembra impossibile e forse neanche auspicabile perché provocherebbe l’ennesima riforma fatta a metà che non risolverebbe il problema.

Noi ci permettiamo di mettere sul tavolo due o tre considerazioni.

Primo: l’articolo 18. Senza entrare in tecnicismi, ricordiamo che il licenziamento comminato da un datore di lavoro nei confronti di un singolo lavoratore incorre in particolari conseguenze qualora il provvedimento manchi di una giusta causa o di un giustificato motivo oggettivo o soggettivo. In tali casi si parla di illegittimità del licenziamento e può essere applicato il famoso articolo se l’impresa ha più di 15 dipendenti. 

Renzi e il suo governo, con il Jobs Act, sembrano convinti che eliminando questo articolo, il mercato del lavoro in Italia sarà meno ingessato e potrà riprendere a crescere. A parte che l’articolo 18 è già stato fortemente limitato nella sua applicabilità dalla riforma Fornero, non sembra che ciò abbia portato ad un aumento di occupati. E poi l’articolo 18, dalla sua nascita nel 1970, ha trovato applicazione per la metà circa dei lavoratori, visto che l’Italia è il Paese delle piccole e piccolissime imprese, sotto i 15 dipendenti, e pertanto escluse dall’applicazione dell’articolo. Nonostante ciò, l’occupazione in Italia dal 1970 al 1990 è cresciuta e il nostro Paese è diventato tra le 8 nazioni più sviluppate al mondo, con l’articolo 18 in vigore, non senza l’articolo 18.

Non ho mai letto o conosciuto un imprenditore italiano o straniero, che si lamentasse dell’esistenza dell’articolo 18 e che decidesse di non investire in Italia per questo motivo. 

Riteniamo invece che l’idea di fondo espressa nell’articolo sia un’idea di civiltà giuridica che pochi Paesi al mondo hanno sviluppato e non a caso essa è presente nell’ordinamento giuridico dell’Italia, patria e culla del diritto romano che ha civilizzato l’intera Europa duemila anni fa.

Secondo: i mali dell’Italia invece sono ben altri e Renzi li conosce bene e dovrebbe affrontarli: la giustizia civile lenta a livelli inverosimili che ci pone agli stessi livelli dei Paesi dell’Africa nera. La burocrazia esagerata che obbliga gli imprenditori a sostenere costi assurdi. Per aprire un’unità produttiva in Italia ci possono volere sino a sei anni contro i dodici mesi del resto d’Europa. La corruzione che si annida nelle lungaggini burocratiche in Italia è praticamente endemica. Il costo dell’energia è più alto di tutti gli altri nostri competitors europei. E si potrebbe continuare (non abbiamo citato per esempio il tema fiscale), ma si capisce bene che già così è quasi un miracolo che esistano ancora imprenditori che hanno la voglia e il desiderio di investire in Italia.

I sindacati, chiamati inevitabilmente in causa quando si attacca l’articolo 18, sicuramente in passato hanno commesso errori, non capendo che il mercato del lavoro stava cambiando, ma è indubbio che non hanno scritto e promulgato le leggi che nel corso degli anni hanno portato alla situazione attuale. 

Renzi sbaglia quando li accusa di non tutelare le partite IVA e i lavoratori temporanei e tutte le altre forme di precariato. Il sindacato queste forme di lavoro “anomalo” non le vuole, non le voleva e le ha subite. I veri colpevoli di questa situazione sono i partiti politici che, in piena crisi di valori, dagli anni 90 in avanti si sono piegati ai nuovi poteri forti rappresentati dai grandi gruppi industriali e dalla finanza internazionale che sempre più globalizzati hanno iniziato a chiedere alla politica una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro, foriera a sua volta di una riduzione di costi e quindi di un maggior guadagno per loro stessi. 

Cosa ci aspetta? Personalmente riteniamo che oggi abbiamo davanti a noi un’opportunità incredibile: ripensare alla concezione del lavoro umano e a quello che esso significa per la vita di ciascuno di noi, lasciando per un attimo da parte i diritti e i doveri, ma riflettendo sul significato della parola lavoro.

“L'UOMO, mediante il lavoro, deve procurarsi il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso delle scienze e della tecnica, e soprattutto all'incessante elevazione culturale e morale della società, in cui vive in comunità con i propri fratelli. E con la parola «lavoro» viene indicata ogni opera compiuta dall'uomo, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalle circostanze, cioè ogni attività umana che si può e si deve riconoscere come lavoro in mezzo a tutta la ricchezza delle azioni, delle quali l'uomo è capace ed alle quali è predisposto dalla stessa sua natura, in forza della sua umanità. Fatto a immagine e somiglianza di Dio stesso nell'universo visibile, e in esso costituito perché dominasse la terra, l'uomo è perciò sin dall'inizio chiamato al lavoro. Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l'uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro; solo l'uomo ne è capace e solo l'uomo lo compie, riempiendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza sulla terra. Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell'uomo e dell'umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura.” 

Così inizia l’Enciclica LABOREM EXERCENS scritta nel 1981 da Giovanni Paolo II. 

Iniziamo a riflettere su queste parole e magari domani al governo Renzi potremmo inviare un tweet con qualche suggerimento per il Jobs Act.

martedì 2 settembre 2014

Dragon Trainer 2

Dragon Trainer 2, USA, 2014, Regia di Dean DeBlois


I personaggi di Dragon Trainer 2

Recensione di Alberto Bordin


Uno degli elementi più interessanti nella lettura dei manga giapponesi avviene durante lo stacco tra un capitolo e l’altro. È uso comune quello di aprire ogni nuovo episodio con una pagina singola, solitamente facente da copertina, con rappresentati gli eroi o antieroi, magari alle prese con gli eventi che saranno a seguito narrati; ma capita anche spesso, soprattutto in alcune serie più recenti – vedi OnePiece, Bleach o Naruto per citarne alcuni –, che all’interno di tali inserti si vedano i vari personaggi alle prese con eventi assolutamente estranei al contesto narrato. Si tratta principalmente di scene di quotidiano, momenti di convivialità immortalati come in scatti fotografici, scene che vedono i nostri personaggi più cari mangiare insieme, andare al mare, giocare, passeggiare, magari anche litigare, in un clima estremamente nostalgico e di ricordo. In tali sequenze essenzialmente vige la legge del “ma se accadesse che … ?”; i suddetti personaggi sono così calati all’interno di situazioni uniche, possono vestire diversamente dai loro soliti costumi o essere sbeffeggiati per il loro look usuale, alle volte sono pure catturati in compagnia di detti villain per assurdo in un clima pacifico che mai vedremo nelle nostre avventure. È proprio questo “non vederlo mai” a generare la profonda nostalgia per un mondo che improvvisamente sembra spandersi più grande di quanto potremo mai conoscerlo: sono le storie mai raccontate di quel mondo; possiamo sbirciarci dentro, ma null’altro: la loro rimarrà una memoria segreta, e quanto resterà a noi sarà soltanto l’istantanea di un ricordo mai vissuto.
La prima caratteristica che salta all’occhio vedendo Dragon Trainer 2, è proprio questo senso di “espansione” narrativo dal colore tutto nipponico.

Già il suo predecessore doveva molto alla cultura del sol levante, innanzitutto nelle fattezze del suo protagonista alato, disegnato sulla falsa riga dello stile miyazakiano. Ma aperto il file di un mondo coabitato da draghi e uomini, è evidente che il team Dreamworks abbia puntato molto sull’indagare questo nuovo mondo, ampliarlo, testarlo, nei colori, nei contesti e nei dinamismi possibili, improbabili, immaginabili. Solcare il mare assieme a draghi-balena, planare tra le nubi al fianco – invece che sul dorso – di Sdentato, e poi di nuovo scoprire nuove terre e cieli inesplorati e andare più a fondo ancora di un rapporto uomo animale che non smette di lasciare sorprese e strappare sorrisi. Non di meno questa nota curiosa e arguta diventa uno stile narrativo, per cui se nel centro della scena si svolge il filo principale del racconto, il nostro occhio va a un angolo dello schermo, dove quel mondo continua a muoversi indisturbato nella propria quotidianità ma a noi per nulla quotidiana, con draghi che giocano tra di loro, vichinghi che si spazzolano i baffi, ingegneri che costruiscono spade di fiamme e cavalieri che danzano sulle ali dei loro destrieri alati. Abbastanza materiale da riempirci un libro, più che sufficiente da far risplendere un film.

Ma benché ciò basti a fare un buon film non basta a renderlo ottimo; per quello serve una grande storia ben scritta e in questo, il nuovo capitolo Dreamworks funziona solo in parte.

È evidente che il film risenta molto del confronto con il primo titolo: quando uscì nel 2010, Dragon Trainer lasciò molti – tra cui il sottoscritto – felicemente meravigliati, perché alla luce degli insuperati successi Pixar ci promise che anche la concorrenza poteva fare cartoni altrettanto belli e grandiosi. Così quando fu annunciato Dragon Trainer 2 l’aspettativa era altissima, arrampicatasi con le unghie sulle vette dell'inverosimile, e non per questo meno desiderabile: era l’attesa di un degno sequel. E Dragon Trainer 2 è un buon film, ma non può rispondere a simili attese.

Difettando alla radice con una sceneggiatura pericolante, la nuova avventura di Hiccup non è scritta male, ma vola sul filo del rasoio, alle volte radendo con inaspettata grazia, altre graffiando grossolanamente la cute. Le premesse sono ottime, estremamente verosimili, soprattutto in virtù di un mondo espanso non solo qualitativamente e spazialmente ma soprattutto temporalmente, perché i nostri eroi sono cresciuti; c’è tutto il materiale che serve per dire “voglio raccontare una nuova storia”. Però è già con l’entrata di uno dei nuovi personaggi cardini della vicenda – spudoratamente annunciato fin nel trailer – che la struttura comincia subito a traballare. L’assenza per 20 anni della madre di Hiccup non lascia alcuna spiegazione soddisfacente, né logica né emotiva. Il personaggio è splendido, nell’aspetto, nelle movenze, nel carattere e nel ruolo che copre, ma sarà quella stessa donna a trovarsi balbettante con le spalle a una parete di ghiaccio quando tenterà di giustificare la propria assenza al marito, basito di vederla ancora viva; eppure è anche qui che il barbiere serve una delle sue mosse migliori, nascondendo le sbavature del plot dietro gli occhi di un uomo teneramente innamorato come la prima volta, che prendendole il volto tremante tra le mani potrà sorprendentemente lenire ogni ferita e rimpianto sussurrandole “sei bella come il giorno in cui ti ho perduta”. Ma se Stoic ci sorprende, Hiccup invece non ci smuove di un passo, quasi impassibile al ritorno della madre e fin troppo poco partecipe dei tragici eventi che seguiranno, poco preparati, spesso mal serviti e quindi difficilmente assimilati dal pubblico.

Lo stesso vale per il confronto con l’antagonista Drago Bludvist, un personaggio di inaspettati dignità e carisma, soprattutto nella contrapposizione che porta tra fiducia e sottomissione dell’animale all’uomo, addomesticarlo e piegarlo, due dinamiche sorprendentemente simili eppure tanto distanti. I dialoghi più di una volta rischiano di cadere nella retorica e quasi sempre si salvano, in un’insperata naturalezza, o in una dialogica più convincente del previsto; ma infine vince il luogo comune e la metafora toccando purtroppo l’ideologia, per quanto possa dichiararsi “buona”.

A una gioia che è tutta pittorica e per gli occhi non segue un altrettanto geniale racconto da falò.

Possiamo solo sperare che in una storia sempre viva e calda, rincuorata anche da un sorprendente successo economico, ci possa essere spazio per un terzo capitolo e l’occasione per un taglio di prim’ordine come è stato al nostro primo appuntamento e come questo secondo poteva essere, ma – nostalgicamente più che tristemente – non è stato.