Ci sono persone così povere che l'unica cosa che hanno sono i soldi.

Santa Madre Teresa di Calcutta

martedì 22 aprile 2014

Elezioni europee del 25 maggio (1 continua)

Tra poco più di un mese, il 25 maggio, si voterà nei 28 Paesi facenti parte dell’Unione Europea per eleggere i rappresentanti al Parlamento Europeo. Sarà l’ottava elezione del Parlamento europeo a partire dal 1979. Gli aventi diritto al voto sono più di 388 milioni di persone ed eleggeranno 766 deputati in rappresentanza di oltre 500 milioni di abitanti. E’ il secondo Parlamento al mondo per numero di deputati eletti democraticamente, dopo la Camera del Popolo dell’India.

Di questa Istituzione stiamo parlando quando leggiamo sui giornali e ascoltiamo per radio o per televisione i nostri politici parlare e discutere, a volte a sproposito, delle elezioni politiche europee.

Con questo post vogliamo iniziare una serie di articoli per spiegare ai nostri lettori, soprattutto quelli più giovani che andranno a votare per la prima volta, qual'è la posta in gioco e perché vale la pena recarsi ai seggi il 25 maggio.

Ma iniziamo con ordine. Per prima cosa è bene avere le idee chiare sul ruolo e sulle funzioni del Parlamento europeo che siamo chiamati ad eleggere e sulle principali Istituzioni europee.

Il Parlamento europeo è l’unica istituzione europea ad essere eletta direttamente dai suoi cittadini. E non è cosa da poco. Insieme al Consiglio dell’Unione europea costituisce una delle due Camere cui spetta il potere legislativo, da intendersi in questo caso principalmente come quello di approvare le Leggi. Il Consiglio dell’Unione è invece composto da un rappresentante per ogni Stato membro a livello ministeriale e perciò è anche detto Consiglio dei Ministri europei. La Presidenza del Consiglio è assunta a rotazione da uno Stato membro ogni sei mesi. Dal prossimo primo di luglio la Presidenza spetterà all’Italia.

Tornando al Parlamento europeo, le principali funzioni che gli competono sono:

  • - il controllo politico sull'operato della Commissione europea tramite interrogazioni scritte o orali e lo strumento di emettere mozioni di censura
  • - l’esame delle proposte legislative della Commissione
  • - l’approvazione del bilancio annuale dell’Unione, insieme al Consiglio
  • - l’istituzione di commissioni d’inchiesta
  • - la nomina del mediatore europeo.

Come si può notare, la funzione legislativa proponente non è esercitata in via principale dal Parlamento, ma spetta alla Commissione europea, organo esecutivo dell’Unione. Essa è composta da un delegato per stato membro. A ciascun delegato è richiesta la massima indipendenza dal governo nazionale che lo ha indicato.

La Commissione difende e rappresenta gli interessi dell’Unione europea nella sua interezza, ha il monopolio del potere dell’iniziativa legislativa, propone l’adozione degli atti normativi comunitari la cui approvazione ultima spetta però al Parlamento e al Consiglio dell’Unione. La Commissione infine è la responsabile dell’attuazione delle decisioni politiche derivanti dalle scelte degli organi legislativi e gestisce i programmi e le spese dei fondi europei.

Per chiudere questa prima parte, ecco che le tre principali istituzioni europee sono il Parlamento, il Consiglio dell’Unione e la Commissione europea. Ma delle tre, l’unica istituzione eletta direttamente da noi cittadini è il Parlamento europeo. 

Se ci fermiamo un minuto a riflettere, i numeri sono da brivido: il 25 maggio quasi 390 milioni di europei potranno pacificamente recarsi al proprio seggio elettorale e votare per la persona che più li rappresenta e contribuire ad eleggere il secondo Parlamento al mondo per numero di deputati. Un’occasione da non perdere. Del resto, è evidente a tutti che è molto meglio trovarsi a discutere e scontrarsi in un emiciclo che su un campo di battaglia. Ucraina docet.


Il Parlamento europeo

mercoledì 16 aprile 2014

Noah

NOAH, USA, 2014, REGIA DI DARREN ARONOFSKY

Recensione di Alberto Bordin


[5 Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. 6 E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. 7 Il Signore disse: «Sterminerò dalla terra l'uomo che ho creato: con l'uomo anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito d'averli fatti». 8 Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore.
9 Questa è la storia di Noè.]  - Genesi, 6,5-9

Sono più di una le cause che rendono Noah un film spiacevole e malfatto. La prima a turbare è certo la manipolazione sconsiderata delle proprie fonti. Guardando l’ultima fatica Paramount troverete ben poco dei contenuti biblici circa la poderosa impresa di Noè. Degli eventi narrati, si conoscono forse i tratti più ampi, ma a molti rimangono spesso oscuri e criptici i contenuti di fondo. Può essere quindi facile cogliere – apparentemente – questo film come un affondo nel messaggio che vi è riposto, una riflessione, forse pure arbitraria, ma studiata e “liberalmente lecita” del testo sacro. Andando al fondo si rivela, invece, essere solo una presuntuosa contraffazione di quello stesso; e non ci riferiamo al nocciolo profondo del mito: le dinamiche sono falsate fino nelle sue strutture portanti. Non sono gli aneddoti che devono preoccuparci; non l’invenzione dei Vigilanti – liber(issim)a interpretazione dei detti giganti che abitano la Terra – o il fatto che Noè conterebbe 600 anni, o che non esista riferimento alcuno al padre – né certo un dialogo con Matusalemme –, né che si introducano personaggi e problematiche tangenti quali quella della fertilità e delle mancate mogli – altra pura invenzione – per i figli di Noè: nessuno di questi aspetti è degno di vera preoccupazione, tutti irrilevanti all’ombra di una storia che snatura le stesse ragioni per cui il racconto del diluvio ci è stato tramandato. Noah si arma dell’episodio biblico per introdurci a un insipido discorso ecologista: il Creatore, nella sua grandezza, ha costruito l’Eden e l’ha fatto abitare dall’uomo; questi, nella sua arroganza e impurezza, lo sta distruggendo, contaminando, consumando e – ci si attarda ben a parlare anche di questo! – estinguendo. Il diluvio è allora l’acqua che monda la Terra dividendo il puro dall’impuro e che permetterà la salvezza degli “innocenti” – per l’amor del cielo: gli animali! – ricominciando un nuovo Eden. Tutto si riduce, insomma, a una missione naturalistica, al funzionalismo più becero, dove il creato, che si proclama fino allo sfinimento essere opera del Divino, si muove quasi con stento e paura nel compimento dei Suoi disegni, affermando l’onnipotenza del Creatore nel proprio principio, e poi presumendo la sua sconfitta nel proprio abisso. E questo non è il peggiore male.

La seconda causa, e ragione di ancor più grande turbamento, è il silenzioso – peggio: taciuto – disprezzo per l’uomo. Se gli animali sono “innocenti”, non c’è un solo individuo che meriti una definizione tanto gentile per tutto l’arco del film. Esistono uomini buoni ed esistono uomini cattivi; ma alla fine tutti quanti rientrano nel numero: non uno di loro merita davvero un solo briciolo della veneranda amorevolezza che l’illustre Noè riversa sui fiori di campo e le creature selvatiche. Ma il danno è presto chiarificato, quando Noè, nel turbine della tempesta, racconta ancora una volta la genesi del mondo – unica sequenza di vera qualità cinematografica. Percorre ogni giorno della creazione, illustrando con ricchezza e perizia l’intelligenza del Creatore e la coscienza di Questi che ogni cosa era “buona”; e arrivato al sesto giorno, corona l’avventura del creato con la venuta dell’uomo, dimenticando però quanto di più importante e necessario di tutto il racconto: “E Dio vide che era cosa molto buona”.

Non a caso sarà lo stesso Noè a covare questo rancoroso disprezzo per il proprio genere; un progetto malfatto, un tentativo ambizioso e non riuscito, e non invece il compimento di senso dell’intera creazione. È forse indicativo e anche più disarmante costatare cosa significhi essere “buono” tra gli uomini. Gli uomini buoni sono gli uomini gentili, i miti, coloro che non vivono l’ambizione, ma soprattutto coloro che “vivono solo di quello che è loro necessario”. L’uomo per essere buono ammazza il proprio desiderio; l’uomo si piega all’adorazione del divino, ma per farlo stringe il proprio cuore. E chi invece ambisce alla grandezza, chi ricorda che l’uomo fu creato a immagine e somiglianza di Dio e quindi assapora la grandezza del Divino nel proprio volere e nel proprio fare, questo è il profondamente malvagio che merita di essere estirpato dal mondo. Il mondo di Noah è un mondo in cui o si diventa – ci si cade, è una conseguenza scontata (!) – eroici diavoli, oppure si impara a essere ignavi devoti.

E ci sarebbe da gridare se non fosse per la sua assoluta inconsistenza: alla fine Noah è un film brutto, e quel che è peggio è che è noioso. Manca di grazia, manca di intelligenza – come il suo stesso protagonista –, manca di entusiasmo: tutti quei sintomi che quando presenti ci dicono che la storia è raccontata da un uomo appassionato; sembra davvero che Aronofsky si sia annoiato a fare questo film – a tradirlo sono soprattutto la pedanteria, l’incoerenza e le contraddizioni interne – e noi con lui, a seguirlo per le due ore e venti in sala. La malvagità nell’arte nasconde sempre una qualche grandezza, non riesce a non suscitare ugualmente uno stupore, a dichiarare una propria dignità, tale da rendersi memorabile, da segnarci alla sua comparsa; ma la negligenza può invece far scivolare ogni cosa nell’oblio. Risulta difficile descriverla, tanto non merita attenzione; non suscita “disgusto” perché sarebbe un’emozione fin troppo forte: è l’insipidume, quella pacata inconsistenza che è prodotto di un animo altrettanto smorto.

Benché il film tenti di salvarsi in calcio d’angolo – di nuovo portando a galla temi fuori contesto – Noah cova un danno triplice: alla presunzione segue la menzogna, e quelle due sono condite di superficialità. È l’ignoranza che si unisce alla povertà, che in fondo sono due sinonimi, ma che invece di generare un prodotto cattivo al quadrato, sembra fare l’operazione esattamente opposta, perché tirando le somme non c’è davvero nulla in potenza.

giovedì 10 aprile 2014

Corte Costituzionale e fecondazione eterologa

Gioiscono gli avvocati che hanno vinto la loro battaglia e le coppie di sposi da loro difesi che potranno essere assistite nel nostro Paese.

Gioiscono i medici italiani che finalmente saranno liberi di dimostrare le loro capacità e competenze. 

Gioiscono le associazioni liberal che hanno sostenuto la campagna di stampa a favore della fecondazione eterologa come segno di civiltà.

Gioisce l'intellighenzia europea e internazionale, quella dei diritti civili e delle libertà tout court che vede gli esseri umani titolari del diritto di progettare e realizzare i propri desideri senza limitazioni.

Ma il punto centrale è proprio questo: non sono in gioco i diritti dell'umanità, ma il giusto desiderio dell'uomo di vivere con pienezza la propria esperienza umana.

Da un punto di vista tecnico, ormai lo sappiamo, siamo in grado di manipolare qualsiasi tipo di cellula, anzi abbiamo acquisito la capacita di modificare addirittura la struttura costitutiva delle singole cellule.

Ma ci deve essere un limite a questa capacità di manipolare la realtà oppure per il fatto stesso che si possa realizzare, una “tecnica di fecondazione” diventa lecita? Questo è il tema centrale sul quale riflettere.

Può il desiderio legittimo di un uomo e di una donna di pensare e cercare di realizzare il progetto di generare un figlio andare contro l'evidenza di una realtà negativa, contraria ai loro desideri?

Non sempre, anzi quasi mai, la vita corrisponde al cento per cento a quello che il nostro cuore desidera.

Noi pensiamo e viviamo come se fossimo immortali, eppure moriamo. Ci comportiamo come fossimo onnipotenti, eppure non riusciamo ad andare d'accordo per un giorno intero neanche con la nostra donna o i nostri figli, se ne abbiamo.

Si vive per imparare ad amare e per prepararsi a morire, ma mentre viviamo ci dimentichiamo perché siamo al mondo. E allora desideriamo realizzare a tutti i costi, come fossimo bambini, quello che abbiamo in mente, anche se la realtà ci dice no, tu questo non lo puoi fare, non lo puoi ottenere, per te c'è un'altra strada.

Perché il bello della vita è proprio questo: esiste sempre una strada nuova e diversa per ciascuno di noi. Pensavamo di svoltare a destra e invece inaspettatamente si apre una via nuova a sinistra. Questo è un dato fattuale del quale ognuno di noi fa esperienza ogni giorno. E così si va avanti, passo dopo passo. Per fortuna non siamo tutti uguali anche se il Potere tende all'omologazione per mantenere sotto controllo il nostro desiderio e renderlo il più possibile conforme ai suoi progetti. 

Ma a questo punto perché non desiderare e ottenere un figlio biondo con gli occhi azzurri, oppure no: io lo voglio nero, ma con gli occhi chiari: lo voglio, lo voglio! Purché sia sano, altrimenti l'embrione appena installato verrà prelevato dall'utero e distrutto.

La sentenza della Corte Costituzionale non ci equipara agli altri Paesi europei sul piano della civiltà giuridica e su quello dei diritti civili, tutt'altro.

Quando si abbandona il riferimento ad una legge morale, quello che rimane è il desiderio dell'uomo che assurge a legge universale.

Ed allora ecco che in Europa, ogni Stato ha una propria legge sulla procreazione assistita e quello che è lecito in Francia non lo è in Germania e così via. Non esiste più un limite riconosciuto al desiderio dell'uomo. L'unico limite è quello posto dalla tecnica, medica in questo caso.

La conseguenza che ne deriva è il caos. Il ministro della Sanità si è subito espresso sulla necessità, a questo punto, di un nuovo quadro normativo. Bene, va benissimo il quadro normativo.

Ma quando diventa legge di uno Stato il volere a tutti i costi diventare padre e madre, ecco che si legifera a favore di un proprio desiderio, lecito e nobile quanto si vuole, ma pur sempre desiderio e non diritto che deve per forza essere garantito. 

Proseguendo su questa strada, tutto quello che passa per la mente di un uomo al potere, potrebbe un domani diventare norma cogente per l’intera società. Se ciò avvenisse, le conseguenze aprirebbero scenari imprevedibili per la vita di ciascuno di noi.







sabato 22 marzo 2014

Titina, Storia di un cane Nobile

Titina, Storia di un cane Nobile è l’ultima opera scritta dal Professore Giuseppe Carfagno. 

Titina, realmente esistita, è la simpatica cagnetta Fox – Terrier che accompagnò il Generale Umberto Nobile, sul finire degli anni Venti, nelle due spedizioni italiane dirette al Polo Nord. 

L’autore prende spunto dalle memorie e dai ricordi della figlia del Generale Nobile: all’inizio del libro viene riportata una sua testimonianza mentre in coda sono pubblicate alcune fotografie raffiguranti Titina e il Generale in diverse occasioni pubbliche e private.

La storia è raccontata dal basso, cioè dal punto di vista di Titina. La narrazione scorre agile e veloce. Gradevole e ben riuscito l’utilizzo dei caratteri di stampa che variano in grandezza, spessore e tipologia utilizzata, fornendo anche visivamente al lettore il mutare degli stati d’animo dei protagonisti durante il racconto.

E’ un libro per bambini dai 9 anni, ma attenzione, adatto e consigliato anche agli adulti sino a 99 anni, proprio come recita il motto della casa editrice Il Ciliegio. L’autore infatti si è ben documentato sui fatti storici accaduti che vengono riportati e raccontati fedelmente nell’opera, anche se per bocca di una dolce e simpatica cagnolina.

L’esposizione che la protagonista fa della seconda spedizione a bordo del dirigibile Italia che, transitato sopra il fatidico Polo Nord, a causa di una violenta tempesta di neve e ghiaccio, è costretto ad atterrare sul pack, è coinvolgente e sconvolgente allo stesso tempo. 

La voce di Titina, come quella di un bambino, ci descrive tutti gli avvenimenti che accadono attorno a sé, senza comprenderne pienamente le drammatiche conseguenze che però non sfuggono al suo padrone e a noi lettori.

Per un attimo siamo come immersi nella landa desolata di ghiaccio insieme a Titina e osserviamo, dal basso verso l’alto, quegli uomini rinchiusi nella tenda rossa che aspettano i soccorsi che non arrivano. I sentimenti di Titina sono i nostri sentimenti, la sua paura la nostra, il suo stupore all’arrivo dei soccorritori, il nostro.

Arricchiscono la lettura i magnifici disegni di Alessia Coppola che ci riportano, per tratto e stile, all’epoca del Corriere dei Piccoli, tanto in voga al tempo di Titina e della sua storia.

In conclusione, un libro scritto con gioiosa ironia, semplice efficacia e amorevole cura dei particolari, da non perdere, possibilmente da leggere la sera a figli e nipoti per far conoscere loro uno spicchio di mondo, ricco di magia e di generosità, ormai lontano negli anni, ma che merita assolutamente di essere ricordato.

Sono sicuro che anche a Titina sarebbe piaciuto sentirsi raccontare la sua storia… 




Giuseppe Carfagno, Titina – Storia di un cane Nobile, Edizioni Il Ciliegio s.a.s. 2013




mercoledì 19 marzo 2014

Lo Stato siamo noi

Quello che solitamente viene definito diritto internazionale, si divide in diritto internazionale privato e diritto internazionale pubblico.

Il primo si occupa dei rapporti tra il cittadino italiano e gli Stati stranieri e viceversa. Il diritto internazionale pubblico al contrario si interessa, regola i rapporti tra gli Stati sovrani. E’ un diritto per buona parte consuetudinario. Una regola per diventare consuetudine deve essere accettata dalla maggior parte degli Stati considerati più influenti a livello internazionale. Il diritto internazionale pubblico è però anche un diritto convenzionale, basato cioè sugli accordi liberamente stabiliti tra gli Stati che si impegnano a rispettarne i contenuti.

Per questo motivo, il diritto internazionale pubblico non gode di quella certezza giuridica, di quella sacralità che è tipica di altri ambiti del diritto, come per esempio il diritto privato o il diritto penale. 

Il diritto internazionale, generatosi nel tempo per dirimere le controversie tra gli Stati, è ontologicamente dipendente dalla politica estera dei singoli Stati e soprattutto dall'importanza politica che a livello internazionale viene riconosciuta alla singola Nazione. 

Non che questa aleatorietà manchi di ragioni. Appare ovvio che gli interessi vitali di una Nazione possano mutare nel tempo. Solitamente sono le dipendenze economiche quelle che possono influenzare la politica estera di un Paese e generare tensioni e conflitti con i vicini.

Sotto il cappello normativo del diritto internazionale pubblico, che dovrebbe assicurare la pacifica risoluzione delle controversie internazionali, vivono i popoli che vengono governati secondo questi principi e accordi sovranazionali. 

A livello puramente teorico, le norme esistenti dovrebbero assicurare al popolo la migliore esistenza possibile ed una civile coesistenza con le genti vicine, ma purtroppo la storia, anche recente, ha dimostrato il contrario. 

Il fatto è che sono i Governi, le Amministrazioni che hanno il potere esecutivo, a decidere quali sono le politiche da adottare in ambito internazionale, quali scelte portare avanti nel caso si generassero conflitti tra Stati.

E non è detto che le scelte dei Governi coincidano con quelle dei popoli.
L'ultimo caso cui stiamo assistendo, la crisi in Ucraina e Crimea, è emblematico da questo punto di vista. Ancora una volta sembra che i Governi siano incapaci di interpretare il desiderio delle persone e dei popoli.

Appare miope e lontana dalla realtà la presa di posizione in politica estera dell’Amministrazione Obama, seguita a ruota da tutti i Governi europei e dalla stessa Commissione europea, di contrastare il ritorno della Crimea alla madre patria russa. 

E’ ben noto come la Crimea passò dalla Russia all’Ucraina per volere di Chruscev nel 1954, insensibile a quella che era la storia del popolo di Crimea. Ma erano altri tempi, almeno sulla carta. Perché sembra che anche oggi le decisione dei Governi non tengano conto dei desideri delle persone.

Intendiamoci, non difendiamo il modus operandi che è stato utilizzato da Yanukovych per reprimere le giuste aspettative e corrette aspirazioni del popolo ucraino di voler avvicinarsi all’Europa unita e staccarsi dalla Russia. Come non difendiamo il Presidente Putin per il modo e i mezzi utilizzati per trattare il caso della Crimea.

Ma nella sostanza quello che si doveva fare, e si può ancora fare, in questa crisi è sedersi intorno ad un tavolo e trovare una soluzione pacifica, conveniente a tutte le parti in causa, affinché l’Ucraina incominci un percorso che la porterà ad entrare nell’Europa unita e la Crimea possa tranquillamente rientrare, come di fatto è già rientrata, nell’ambito della Federazione Russa. Questo, se la maggioranza dei rispettivi popoli lo desidera. In questo senso il referendum che si è tenuto in Crimea mi pare lasci pochi dubbi sulla volontà dei crimeani di ritornare con la Russia.

Anche in questa occasione, come già successo in passato, l’Amministrazione americana sembra in difficoltà nell’analisi e nella comprensione delle ragioni profonde che stanno alla base di questa nuova crisi internazionale. Vietnam, Afghanistan, Iraq, Palestina, sono aree calde del pianeta dove nel tempo le amministrazioni statunitensi si sono fortemente impegnate, anche militarmente, senza riuscire ad arrivare alla risoluzione del problema, così come l’avevano immaginata e proposta al mondo.

Al di là comunque della politica estera statunitense, spesso rivelatasi inadeguata, quello che non comprendiamo è come gli altri Governi alleati degli Stati Uniti, compreso il nostro, non facciano alcuno sforzo per spiegare le proprie ragioni che dovrebbero spingere verso una soluzione negoziale e pacifica con la Russia. Altro che sanzioni.

Giusto per ricordare solo un piccolo particolare: l’Italia si approvvigiona di gas dai Paesi arabi e dalla Russia. Siamo proprio sicuri che aprire un contenzioso con la Russia per obbligarla a riportare il popolo di Crimea sotto la giurisdizione dell’Ucraina sia la cosa giusta da fare?

Questo non vuol dire rinunciare a difendere davanti alla Comunità Internazionale i diritti naturali dei popoli, qualora questi siano messi in discussione. Ma se fossimo noi stessi a violarli? 


Luigi XIV di Francia - il Re Sole